Ciò che è opinione e ciò che non è neanche informazione
Dalle zuffe televisive ai teatrini del web, l’opinionismo rischia di diventare una rappresentazione di sé. La vera differenza la fanno lo studio, la fatica della scrittura e la capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni
L'apocalisse – diceva Carmelo Bene – avrà i suoi cavalieri negli opinionisti e negli esperti. Al di là della dichiarazione al limite del provocatorio del drammaturgo pugliese scomparso ormai più di vent'anni fa, riflettere su cosa sia l'opinionismo consente di prendere le distanze dall'ostentazione che di esso si produce sul web, ma anche nelle zuffe allestite per la TV e finanche nei convegni accademici. Come bisogna agire per fare in modo che dire la propria opinione non consista nel ripetere pedissequamente ciò che già ha detto o scritto qualcun altro, magari dopo averlo rielaborato con gli strumenti dell'intelligenza artificiale?
Per non naufragare nell'identità scorreggiona dei vari teatrini patronali, costruiti sui testi a monte, su una morale imparaticcia e sulla venerazione dei ruoli, sarebbe il caso di recuperare la fatica della scrittura, di quella pratica altamente dispendiosa che informa dei fatti senza snaturarli, ma anche senza finire per disumanizzarli, rinunciando allo studio approfondito delle strutture cui si uniformano. Generalmente, ignoranza e aderenza alla rappresentazione stucchevole dei codici di stato impediscono che ci si possa muovere in questa direzione decolonizzatrice, che non sporchi la lingua e che abbia delle idee proprie.
D'altronde, anche in ambito giornalistico, non bisogna confondere la mera correttezza formale con la qualità della scrittura. Un testo, anche uno di quelli generati con IA, può essere grammaticalmente impeccabile e persino elegante ma, anche volendo prescindere dalle implicazioni etiche e deontologiche della questione, risulterà comunque ridondante, prevedibile e, cosa più importante, povero di autentico sviluppo critico. Ecco, allora, un aspetto che consente di distinguere l'opinionismo da ciò che non è e che permette, quando fruisce del pensiero critico, di avvicinarlo persino al giornalismo in un mondo tutto sbagliato che preferisce porli su fronti distanti, forse addirittura opposti.
La questione, è bene che sia chiaro, non riguarda soltanto il modo in cui si scrive, ma anche il rapporto che si intrattiene con ciò che si scrive. Un'opinione non diventa pensiero per il solo fatto di essere espressa, né acquista autorevolezza perché pronunciata da chi occupa una posizione riconosciuta. Occorre che sia il risultato di un lavoro, di una conoscenza acquisita ma continuamente sottoposta a verifica, della disponibilità a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Senza questo esercizio, l'opinionismo finisce per ridursi a una rappresentazione di sé, nella quale conta più l'atto di prendere la parola che la possibilità di dire qualcosa che non sia già stato detto. Il pensiero critico comincia quando si rinuncia alla comodità delle formule ricevute e si accetta il rischio di un percorso personale, anche precario e accidentato, che non garantisce consensi e non assicura una collocazione nel sistema dei ruoli. È qui che la scrittura recupera la sua funzione più autentica: non confermare ciò che sappiamo già ma, anche quando informa dei fatti, costringerci a vedere quello che ancora non avevamo compreso. E forse è proprio questa la differenza decisiva tra chi si limita a occupare lo spazio pubblico e chi, attraverso la parola, prova ancora a interrogarlo.