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20/09/2026 ore 10.30
Opinioni

Estrazione senza sviluppo: quando l'interesse strategico soffoca i territori

La Basilicata concentra gran parte della produzione petrolifera italiana, ma royalties e attività estrattive non hanno prodotto lo sviluppo atteso. Al centro anche ambiente, salute e autonomia regionale

di Alessandro Gaudio

L'approvazione del Decreto-Legge n. 157/2026 segna un ulteriore strappo nel rapporto tra lo Stato centrale e le autonomie locali. Introducendo la nomina di un commissario ad acta per esautorare le Regioni che non esprimono l'intesa entro 45 giorni nei procedimenti su prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi, il Governo riafferma la centralizzazione decisionale sotto il vessillo dell'“Interesse Strategico” nazionale. Tale scelta rafforza il meccanismo della “chiamata in sussidiarietà”, comprimendo la sovranità decisionale proprio nelle aree storicamente esposte, come accertato dal Coordinamento Nazionale No Triv, a un sistematico processo di assoggettamento economico e colonizzazione delle risorse.

L'impatto di questo accentramento politico ricade in modo emblematico sul Mezzogiorno e sulla Basilicata, vera e propria capitale petrolifera nazionale in cui si estrae oltre l'80% del greggio italiano (con punte del 91%). Nonostante decenni di sfruttamento minerario che interessa circa il 37% del territorio lucano, il modello basato sull'estrazione non si è tradotto in uno sviluppo autonomo. A fronte di oltre 2,45 miliardi di euro in royalties versati tra il 1996 e il 2025, l'85% dei proventi è stato assorbito dalla spesa corrente di bilancio anziché alimentare investimenti strutturali o un fondo sovrano per il futuro.

Mentre il valore aggiunto della raffinazione viene generato altrove, il territorio meridionale trattiene per sé le passività ambientali e sanitarie. Le rilevazioni attorno al Centro Olio Val d'Agri (COVA) evidenziano criticità per le concentrazioni di composti organici volatili, mentre le indagini epidemiologiche documentano eccessi di mortalità e ricoveri per patologie oncologiche e respiratorie nei comuni interessati dall'attività estrattiva. Parallelamente, l'incidenza dei fatturati delle multinazionali petrolifere produce una trappola statistica: il PIL regionale viene alterato al rialzo, mascherando la reale povertà del territorio ed escludendo la regione dai benefici massimi dei fondi europei di coesione.

A questo quadro si aggiunge la natura del regime concessorio italiano: il gas e il petrolio estratti non sono di proprietà dello Stato, ma appartengono alle compagnie private concessionarie. I combustibili vengono immessi sul mercato internazionale a prezzo di listino globale, senza che la produzione interna incida al ribasso sui costi dell'energia per famiglie e imprese.

La scelta di ricorrere al “pugno di ferro” commissariale perpetua così un modello di estrazione senza sviluppo. Il Mezzogiorno viene nuovamente ridotto a riserva di risorse per esigenze esterne, costretto a pagare i costi ecologici e sanitari di politiche energetiche che non garantiscono né l'autosufficienza nazionale né il benessere delle comunità locali.