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02/09/2026 ore 20.59
Opinioni

Fine vita, la sfida delle Regioni: perché la Calabria resta ferma?

La nuova legge veneta riporta al centro il rapporto tra diritti fondamentali, autodeterminazione e responsabilità della politica. Mentre il Parlamento continua a non approvare una disciplina organica sul fine vita, in Calabria cresce la pressione affinché il Consiglio regionale affronti una questione

di Alessandro Gaudio

La discussione sulla legge relativa al suicidio medicalmente assistito torna a mettere in evidenza una questione che va ben oltre il confronto tra favorevoli e contrari al fine vita: il rapporto tra politica, diritti fondamentali e responsabilità delle istituzioni. La vicenda veneta, in particolare, assume un significato politico rilevante perché potrebbe portare una Regione governata dal centrodestra a dotarsi di una disciplina sul suicidio assistito.

E oggi quel “potrebbe” può essere definitivamente cancellato: il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni, facendo del Veneto la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a dotarsi di una disciplina sul suicidio medicalmente assistito e la prima amministrata dal centrodestra. La posizione assunta dal presidente Luca Zaia appare quella più coerente con l'attuale quadro giuridico. Non si tratta di una conclusione obbligata né politicamente scontata e, proprio per questo, acquista un peso particolare.

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La Corte costituzionale, infatti, ha progressivamente delineato uno spazio d'intervento delle Regioni in materia di fine vita, limitato, in particolare, alla disciplina degli aspetti organizzativi e procedurali dell'assistenza sanitaria, naturalmente entro i limiti stabiliti dalla Costituzione e dalla legislazione statale. La sentenza n. 204 del 2025, relativa alla Toscana, ha riconosciuto espressamente la competenza regionale a dettare norme di carattere organizzativo e procedurale sul suicidio medicalmente assistito anche in assenza di una legge statale organica; la successiva sentenza n. 148 del 2026, relativa alla Sardegna, ha confermato tale impostazione, pur dichiarando costituzionalmente illegittime alcune disposizioni eccedenti i limiti della competenza regionale.
Parallelamente, una parte autorevole della dottrina costituzionalistica ha da tempo sottolineato come, soprattutto quando sono in gioco questioni di biodiritto, la legislazione debba essere costruita in termini di libertà e possibilità, senza imporre una particolare concezione morale della vita e della morte. È una prospettiva che consente di tenere insieme sensibilità profondamente differenti: la legge non deve necessariamente stabilire ciò che ciascuno deve fare, ma può definire le condizioni entro le quali una scelta individuale, quando riconosciuta dall'ordinamento, possa essere esercitata nel rispetto delle garanzie previste.

È proprio da qui che nasce una domanda inevitabile per la Calabria. Perché una Regione nella quale da settimane migliaia di cittadini hanno sottoscritto una proposta di legge di iniziativa popolare sul fine vita non dovrebbe affrontare apertamente la questione? Le firme raccolte hanno ormai superato quota cinquemila. Il dato relativo alle sottoscrizioni risale al 4 agosto scorso e la raccolta è proseguita anche successivamente. A questo punto la palla passa alla politica. Il Consiglio regionale dovrà decidere se assumersi la responsabilità di discutere una materia che riguarda direttamente l'esercizio di diritti fondamentali oppure continuare a rinviare.

Quando il legislatore non interviene, sono inevitabilmente i giudici a trovarsi davanti alle domande concrete poste dai cittadini. La magistratura, per sua stessa natura, non può semplicemente rifiutarsi di decidere. E così, dopo aver lasciato irrisolto un problema, la politica rischia di contestare alla magistratura proprio l'intervento che la propria inerzia ha contribuito a rendere necessario. La questione, però, non riguarda soltanto la Calabria. Anche a livello nazionale il Parlamento continua a non dare una risposta organica ai ripetuti richiami della Corte costituzionale, che sulla materia del fine vita sollecita da anni un intervento legislativo. Già con l'ordinanza n. 207 del 2018 la Corte aveva rivolto un primo, articolato monito al legislatore; la sentenza n. 242 del 2019 aveva poi rinnovato l'auspicio di un intervento legislativo e, nel 2024, la sentenza n. 135 ha nuovamente sottolineato la necessità di un intervento del legislatore volto a bilanciare il diritto all'autodeterminazione con la tutela della vita.

Ora che il Veneto ha approvato la propria disciplina, si apre un capitolo politico-istituzionale di particolare interesse perché è la prima Regione amministrata dal centrodestra a compiere questo passo. Il provvedimento, approvato dopo una discussione di due giorni e modificato attraverso una serie di emendamenti, disciplina procedure e tempi dell'assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito. Tra le modifiche approvate figurano il rafforzamento del ruolo del medico palliativista, l'istituzione di un Comitato bioetico regionale e la previsione di un'informazione specifica sulla possibilità di ricorrere alle cure palliative. Non è dunque una legge che, nelle intenzioni dichiarate dagli stessi promotori, introduce un nuovo diritto: il suo oggetto è l'organizzazione delle procedure attraverso le quali il Servizio sanitario regionale deve dare attuazione al quadro già definito dalla Corte costituzionale.

Resta ora da capire quale sarà la reazione del Governo e se verrà eventualmente deciso di impugnare la legge davanti alla Corte costituzionale. La questione non sarebbe priva di interesse, soprattutto alla luce delle sentenze n. 204 del 2025 e n. 148 del 2026, con le quali la Corte ha già tracciato il perimetro entro il quale le Regioni possono intervenire. Non bisogna dimenticare, però, che se i diritti vengono lasciati senza una risposta politica, il rischio è che la loro tutela finisca per dipendere sempre più dalle aule giudiziarie. E una democrazia matura dovrebbe probabilmente chiedersi se sia davvero questo il modo migliore per affrontare questioni che riguardano la libertà e la dignità delle persone.