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17/05/2026 ore 12.41
Opinioni

Giornata contro l’omotransfobia, la letteratura che ha dato voce alle identità censurate

Nel giorno dedicato alla lotta contro l’omotransfobia, un viaggio tra i grandi autori che hanno trasformato desiderio, emarginazione e libertà in opere immortali

di Ernesto Mastroianni

Oggi, nella Giornata internazionale contro l’omotransfobia, abbiamo il dovere di compiere, oltre alle necessarie riflessioni civili e politiche, anche una rilettura della storia letteraria e artistica occidentale, troppo spesso sottoposta a processi di censura, rimozione o addomesticamento interpretativo. La tradizione critica, soprattutto tra Otto e Novecento, ha frequentemente tentato di neutralizzare la componente omosessuale presente nella vita e nell’opera di numerosi autori, piegandola a esigenze moralistiche. Eppure, la letteratura europea, fin dalle sue origini, reca impressa una costellazione di voci nelle quali il desiderio omosessuale non costituisce un accidente biografico marginale, bensì una matrice profonda della scrittura, della forma poetica e della visione del mondo.

Tra i casi filologicamente più accertati, uno dei più emblematici è certamente Konstantinos Kavafis. La sua omosessualità non è materia di supposizione critica, ma un elemento documentato attraverso lettere, testimonianze, diari e, soprattutto, mediante la struttura stessa della sua poesia. Kavafis costruisce un universo lirico dominato dalla memoria del desiderio maschile, dalla fugacità dell’incontro erotico e dalla malinconia della perdita. Nei suoi versi, Alessandria diviene uno spazio mentale e sensuale, città del ricordo e dell’eros clandestino. Poesie come Aspettando i barbari, Candele o Ricorda, corpo trasformano il desiderio omosessuale in una categoria metafisica: non semplice pulsione carnale, ma forma della memoria e della conoscenza. In Kavafis, l’eros si fa archivio dell’esistenza.

Accanto a lui si impone la figura di Federico García Lorca, la cui omosessualità è storicamente attestata e oggi unanimemente riconosciuta dalla critica filologica. La repressione subita nella Spagna franchista contribuì a occultare a lungo questo aspetto della sua identità, ma lettere private, relazioni documentate e testi poetici consentono ormai una lettura limpida della sua opera. Lorca sublimò il conflitto tra desiderio e condanna sociale in una poesia di straordinaria intensità simbolica. Nei Sonetos del amor oscuro, l’amore omosessuale emerge sotto il segno dell’ombra, della ferita e dell’impossibilità. L’elemento tragico non deriva dal sentimento in sé, bensì dalla violenza culturale che lo circonda. La sua lingua poetica, intrisa di surrealismo e simbolismo gitano, eleva l’esperienza individuale a dramma universale della marginalità.

Tra le figure più alte e tragiche della modernità letteraria emerge poi Oscar Wilde, la cui omosessualità non solo è storicamente attestata, ma rappresenta una delle chiavi essenziali per comprendere la sua opera e il suo destino umano. Wilde incarnò la tensione estrema tra estetismo e persecuzione morale nella società vittoriana, divenendo quasi il simbolo stesso dell’intellettuale condannato per la propria identità. Il processo intentato contro di lui nel 1895 per “gross indecency” segnò non soltanto la sua rovina personale, ma anche uno dei momenti più drammatici nella storia della repressione dell’omosessualità in Europa.

La sua produzione poetica e teatrale è attraversata da una concezione dell’arte come suprema forma di libertà individuale. Tuttavia, è soprattutto nel lungo poema The Ballad of Reading Gaol che la sofferenza privata si trasforma in meditazione universale sul dolore, sulla colpa e sulla crudeltà delle istituzioni umane. Scritto dopo l’esperienza del carcere, il poema abbandona le raffinatezze dell’estetismo giovanile per assumere un tono severo, quasi liturgico. Wilde osserva la degradazione fisica e morale dei detenuti, denunciando la disumanizzazione del sistema penitenziario inglese. Celeberrimo resta il verso secondo cui “ognuno uccide ciò che ama”, sintesi potentissima del rapporto tra desiderio, distruzione e società repressiva.

Ma l’opera forse più intimamente legata alla sua vicenda affettiva è il De Profundis, lunga lettera indirizzata a Lord Alfred Douglas durante la detenzione. In essa Wilde compie una radicale autoanalisi spirituale e sentimentale: l’amore omosessuale non appare più soltanto come esperienza sensuale o mondana, bensì come itinerario doloroso di conoscenza. La sofferenza diviene strumento di rivelazione interiore, quasi una via mistica attraverso cui l’individuo conquista consapevolezza di sé. In Wilde convivono così il culto della bellezza e la tragedia della marginalità, l’edonismo estetico e una profonda tensione verso il dolore e la redenzione.

Anche la sua narrativa reca tracce evidenti di questa dialettica. In The Picture of Dorian Gray, il desiderio maschile, pur filtrato attraverso simboli e allusioni, costituisce il nucleo segreto dell’opera. La fascinazione di Basil Hallward per Dorian, l’ossessione per la bellezza giovanile e il rapporto ambiguo tra eros e corruzione delineano un universo nel quale il desiderio proibito diviene insieme principio creativo e forza distruttrice. Non sorprende che il romanzo fosse accolto con scandalo dalla critica moralista del tempo.

Accanto a questi casi chiaramente attestati, la storia letteraria presenta figure sulle quali la critica procede con maggiore cautela. Saffo rappresenta l’esempio più celebre. La tradizione moderna l’ha trasformata quasi nel simbolo archetipico dell’amore tra donne; tuttavia, la questione è più complessa sul piano filologico. I frammenti superstiti testimoniano certamente una poesia rivolta a figure femminili, intrisa di intensità erotica e affettiva, ma il contesto rituale e pedagogico dell’isola di Lesbo impedisce interpretazioni univoche secondo categorie contemporanee. Parlare di “omosessualità” in senso moderno rischia, dunque, di produrre un anacronismo concettuale.

Analoga prudenza riguarda Giacomo Leopardi. Alcuni studiosi hanno ipotizzato una possibile componente omoaffettiva nella sua sensibilità, leggendo certe amicizie maschili o alcune tensioni della sua scrittura come indizi di un desiderio rimosso; tuttavia, mancano prove documentarie decisive. L’universo leopardiano resta dominato soprattutto da una radicale riflessione metafisica sul dolore, sulla natura e sull’infelicità umana, più che da una definita tematizzazione erotica.

Anche Michelangelo Buonarroti costituisce un caso discusso. I suoi sonetti rivolti a Tommaso de’ Cavalieri contengono un linguaggio amoroso inequivocabile, tanto che le edizioni successive tentarono spesso di alterarne i pronomi per attenuarne la portata. Tuttavia, gli studiosi divergono sull’interpretazione complessiva di tali testi: alcuni vi leggono un autentico amore omoerotico, altri una sublimazione neoplatonica tipica della cultura rinascimentale. Resta comunque evidente come la tradizione abbia a lungo cercato di “normalizzare” la dimensione affettiva michelangiolesca.

Si potrebbero inoltre ricordare Marcel Proust, che fece dell’omosessualità una chiave interpretativa della memoria e della gelosia; Allen Ginsberg, la cui poesia trasformò il desiderio queer in atto di rivolta culturale; oppure Walt Whitman, che elevò l’amore tra uomini a principio di fratellanza democratica e cosmica.

La letteratura, in fondo, ha spesso custodito ciò che la società tentava di reprimere. Nei versi di questi autori, l’esperienza omosessuale non appare come semplice autobiografia sentimentale, ma come luogo privilegiato di conoscenza del dolore, dell’esclusione, della memoria e del desiderio. Proprio per questo, la storia della poesia omosessuale coincide, in larga misura, con la storia stessa della libertà della parola.