I corpi stanchi del Duemilaventisei: la nostra eterna ossessione per la fine del mondo torna virale
Uno studio del 1960 di Heinz von Foerster sulla sovrappopolazione apocalittica riemerge online. Ma l'equazione dice più della nostra ansia che del futuro
Venerdì tredici novembre duemilaventisei. La data esatta ha il sapore dei vecchi almanacchi di sventura. Eppure, a risvegliare il fantasma matematico di Heinz von Foerster non è stata la cabala, ma un algoritmo contemporaneo. Uno dei tanti che masticano il passato per rigurgitarlo sui nostri schermi, cinquantamila volte al secondo, fino a farlo diventare febbre collettiva. Lo studio sulla fine del mondo per sovraccarico demografico, stampato sessantasei anni fa tra le pagine austere di Science, torna a galla come un detrito luminoso. Ci guarda. Ci interroga. E non parla di numeri, ma di una nostra profondissima, irrinunciabile nevrosi.
L’antropologia dell’apocalisse ha sempre avuto bisogno di un altare. Un tempo erano i calendari di pietra dei Maya o le visioni bagnate di fiele di Giovanni a Patmos. Oggi l’altare è una frazione algebrica. Il fisico austriaco, con l’ironia gelida dei pionieri della cibernetica, non fece altro che tradurre in algebra la nostra più grande paura biologica: l’altro. La folla. Quella vertigine carnale che si prova nelle metropolitane all’ora di punta, dove il respiro dell'estraneo si attacca al collo. Von Foerster calcolò che la cooperazione umana, quel moltiplicatore tecnico che ci permette di sconfiggere la natura, avrebbe finito per stritolarci. Più siamo, più diventiamo efficienti nel fare altri noi stessi. Fino all’impatto. Fino a quella data di novembre in cui la curva tocca il soffitto del mondo e la densità si fa infinita. Carne contro carne, fino a diventare un unico blocco inerte.
C'è un’estetica quasi pornografica in questo ritorno del catastrofismo quantitativo. Ci piace l’idea del timer che scorre. Ci rassicura. Sapere che l'orologio ha una scadenza precisa toglie il peso della responsabilità quotidiana. Se il collasso è scritto in un'equazione del 1960, allora noi, passeggeri di questo scorcio di secolo, siamo assolti. Diventiamo spettatori di un documentario d'osservazione di cui conosciamo già l'inquadratura finale. Guardiamo i paesi che si svuotano, le culle polverose d'Europa, i villaggi della spina dorsale appenninica dove l'ultimo vecchio stringe tra le mani un bicchiere di vino e il silenzio. E poi, girando lo sguardo, osserviamo le baraccopoli di fango e lamiera che premono ai confini dell'occidente, formichei umani dove la vita pulsa a un ritmo che la nostra statistica non sa più decifrare. Il paradosso è tutto qui, racchiuso in questa forbice asimmetrica. Da un lato il deserto demografico nostrano, dall'altro l'alluvione invisibile dei margini del mondo.
L’errore di von Foerster fu biologico, non matematico. Non previde la stanchezza dei corpi. Non calcolò che la modernità avrebbe spento il desiderio prima ancora delle risorse. Oggi la terra non trema per il peso dei troppi passi, ma per il vuoto che si scava sotto i piedi delle generazioni più giovani, anestetizzate da schermi verticali e solitudini programmate. L'iperbola si è flessa. Eppure il mito della singolarità resiste, mutato di segno. Non moriremo schiacciati dal peso dei nostri simili, ma forse soffocati dall'immondizia digitale che produciamo per dire che esistiamo. L'equazione del Giorno del Giudizio è diventata una profezia al contrario. Un feticcio per una società che ha smesso di fare figli ma non riesce a smettere di consumare l'ansia del domani.
Se si potesse poggiare l'orecchio sul petto di questo duemilaventisei, il rumore di fondo non sarebbe il grido di una moltitudine oceanica. Sarebbe piuttosto il ronzio basso dei server che alimentano la nostra ossessione per la fine. Von Foerster, da buon cibernetico, cercava il punto in cui il sistema perde il controllo. Lo ha trovato, ma non nel numero delle anime. Lo ha trovato nella circolazione dei fantasmi. Questa paura che rimbalza da uno smartphone all'altro, questo brivido da venerdì tredici, è l'ultimo rito collettivo rimasto a un'umanità che non sa più a quale santo votare la propria sopravvivenza. Rimane la pagina di Science, ingiallita, digitale, virale. Rimane quel numero, ventimilaseiottantasette, stampato come un codice a barre sulla nostra pelle. Mancano pochi mesi. Le strade fuori dalla finestra sono bagnate di pioggia, qualcuna è deserta, qualcuna è intasata di lamiere e fari rossi. Il mondo continua a girare, indifferente ai nostri calcoli, aspettando di vedere chi, tra la matematica e l'imprevisto, avrà l'ultima parola.
*Documentarista Unical