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21/02/2026 ore 21.00
Opinioni

“Il bambino di tutti è in cielo”: Domenico, trapianto fallito e le crepe della sanità italiana

Una tragedia clinica diventa specchio del sistema: responsabilità, prevenzione, trasparenza e fiducia

di Raffaele Piccolo
Nella combo in alto a sinistra una foto dei fiori lasciati per Domenico dai cittadini all'ingresso dell'ospedale Monaldi e una foto della madre Patrizia insieme al bambino, tratta dal profilo TikTok di Patrizia Mercolino. In basso a sinistrala mmma Patrizia fuori dal Monaldi con Francesco Ruggiero consigliere VIII Municipalità di Napoli e i fiori e i peluche per il piccolo, 21 FEBBRAIO 2026. ANSA/CESARE ABBATE/TIKTOK +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++ NPK +++

“Il bambino di tutti è in cielo.”

È una frase che suona come una carezza collettiva, ma anche come un atto d’accusa silenzioso. Perché quando un bambino muore dopo un trapianto di cuore che avrebbe dovuto salvarlo, non è solo una famiglia a essere colpita: è un intero Paese che si scopre fragile. La vicenda del piccolo Domenico, morto a Napoli dopo il fallimento di un trapianto cardiaco, non è soltanto una tragedia clinica. È uno specchio. E quello che riflette riguarda la nostra idea di medicina, di responsabilità, di giustizia e di umanità.

Di fronte a un errore medico, o presunto tale, la prima reazione è cercare un nome, un volto, un colpevole. È un impulso comprensibile. Quando il dolore è così grande, la colpa sembra l’unico argine al caos. Ma è davvero sempre un errore individuale? O, più spesso, è il sintomo di una crepa più profonda nel sistema?

La medicina contemporanea è una macchina complessa. Nel caso dei trapianti, ogni passaggio, dalla donazione al trasporto dell’organo, dalla conservazione alla sala operatoria, è una sequenza delicatissima di decisioni, protocolli, comunicazioni. Basta un ingranaggio che slitta perché l’intero meccanismo si inceppi. Ridurre tutto a una responsabilità personale può essere rassicurante, ma rischia di nascondere la domanda più scomoda: il sistema sanitario italiano è strutturato per prevenire davvero l’errore, o si limita a punirlo quando accade?

Il piccolo Domenico e il paradosso del gelo. Quando il cuore e la vita si fermano in un box

In Italia convivono eccellenze straordinarie e fragilità croniche. Reparti di altissima specializzazione operano spesso in condizioni di pressione costante: carenza di personale, turni massacranti, risorse limitate, burocrazia ingombrante, coordinamenti interregionali non sempre fluidi. Nei reparti ad alta complessità, come quelli dei trapianti, il margine di errore dovrebbe essere prossimo allo zero. Ma proprio lì la complessità moltiplica i punti critici. La medicina d’eccellenza richiede sistemi d’eccellenza. Non basta la bravura dei singoli se l’organizzazione non è impermeabile agli sbagli.

E qui si innesta un altro nodo: l’illusione dell’infallibilità della medicina moderna. Viviamo nell’epoca delle tecnologie avanzate, della chirurgia robotica, della terapia genica. Siamo abituati a pensare che la scienza possa tutto. Quando qualcosa va storto, lo percepiamo come uno scandalo contro natura. Ma la medicina, per quanto progredita, resta un’attività umana. E dove c’è l’umano, c’è la possibilità dell’errore.

Il punto non è accettarlo passivamente. È capire come lo si gestisce.

Esiste una differenza fondamentale tra una “cultura della colpa” e una “cultura della sicurezza”. La prima cerca immediatamente il responsabile da isolare; la seconda analizza il sistema per impedire che l’errore si ripeta. Nei sistemi sanitari più avanzati si parla di “no blame culture”: non significa assenza di responsabilità, ma priorità alla prevenzione rispetto alla punizione. In Italia, invece, il timore costante di denunce e processi alimenta la medicina difensiva: esami inutili per tutelarsi, decisioni prese più per evitare guai giudiziari che per il bene del paziente.

Questo non vuol dire che la responsabilità penale non debba esistere. Se vi sono negligenze gravi, è giusto che la magistratura faccia il suo corso. Ma la responsabilità giuridica non esaurisce quella morale. Che cosa significa, per un medico, convivere con un errore che ha avuto conseguenze irreversibili? Qual è il peso interiore di una decisione sbagliata? La società chiede giustizia, ed è legittimo, ma raramente si interroga sulla solitudine morale di chi opera in prima linea.

La responsabilità morale è più ampia di quella penale. Riguarda il dovere di trasparenza, la capacità di chiedere scusa, l’impegno a trasformare una tragedia in cambiamento. Una sanità matura non si limita a difendersi: impara. Se la morte di un bambino non produce una revisione profonda delle procedure, dei controlli, dei protocolli, allora il sistema ha fallito due volte.

E poi c’è la questione più difficile, quasi indicibile: il perdono.

Quando la conseguenza di un errore è la perdita di una vita, parlare di perdono può sembrare offensivo. Eppure, in una società civile, la possibilità di redenzione è un principio fondamentale. Non significa cancellare la colpa, né sottrarre qualcuno alle proprie responsabilità. Significa riconoscere che l’errore, anche il più tragico, non deve trasformarsi automaticamente in una condanna morale perpetua, se nasce in un contesto di dedizione e non di dolo.

La vera domanda, allora, è questa: vogliamo una sanità terrorizzata dall’errore o una sanità capace di affrontarlo? La prima si chiude, si difende, si irrigidisce. La seconda si espone, analizza, corregge, migliora. La fiducia dei cittadini non nasce dall’illusione che tutto funzioni sempre alla perfezione. Nasce dalla certezza che, quando qualcosa si rompe, il sistema reagisce con verità e responsabilità.

Il piccolo Domenico non diventi soltanto un nome nei titoli di cronaca. Diventi un punto di svolta. Perché la sua storia ci costringe a guardare oltre la commozione immediata e a porci domande scomode sulla nostra sanità, sulle sue eccellenze e sulle sue fragilità.

“Il bambino di tutti è in cielo.” Se è davvero di tutti, allora a tutti spetta il compito di pretendere una medicina più sicura, più trasparente, più umana. Non per coltivare la rabbia, ma per trasformare il dolore in responsabilità condivisa. Solo così una tragedia potrà avere almeno un senso: quello di impedire che accada di nuovo.

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