Il governo dell’istante, quando la politica non cerca soluzioni ma visibilità
Invece di risolvere si amplifica. Si trasformano i fatti in contenuti per tv e social, le ferite in cornici, l’emergenza in un nemico spendibile
C’è un Paese che non fa più esperienza dei problemi: li guarda. Li scorre. Li commenta. Li consuma come si consuma un video che dura pochi secondi e promette un’emozione netta, un colpevole riconoscibile, una frase che chiude tutto. È lì, nella grammatica dell’istante, che la politica contemporanea ha trovato la sua vera patria. Non nella complessità delle vite, ma nella semplificazione della scena. Non nella pazienza della riparazione, ma nell’urgenza della reazione. Non nel tempo lungo delle soluzioni, ma nel tempo breve della visibilità.
La democrazia, oggi, non è soltanto mediatizzata: è addestrata. Addestrata a preferire ciò che rende a ciò che serve, ciò che polarizza a ciò che cura, ciò che divide a ciò che ricostruisce. La televisione ha insegnato alla politica il ritmo del racconto e la centralità del volto. I social hanno insegnato la dipendenza dall’urto, dalla frattura, dalla lite permanente. In mezzo, un cittadino lentamente trasformato in spettatore. Non più chiamato a capire, ma a scegliere da che parte stare, come in uno spettacolo dove non conta la musica ma il televoto.
Così si spiega una costante ormai evidente: i problemi reali, quelli che non hanno un antagonista perfetto, quelli che non offrono un nemico pronto, quelli che non si prestano a una narrazione moralistica in tre atti, vengono trattati come rumore di fondo. Se non sono sfruttabili, restano. Se non producono attenzione, non producono potere. La politica, anziché misurarsi con la realtà, misura la realtà con il proprio algoritmo emotivo. Ciò che non si può convertire in contenuto viene lasciato ai margini.
Basta osservare due scene recenti, quasi didascaliche.
La prima scena è uno scontro di piazza, la violenza che esplode, un agente gravemente ferito. Il fatto è reale, la sofferenza è reale. Ma il racconto si chiude in fretta dentro una cornice politicamente utilissima. La visita in ospedale, la foto, il gesto che diventa messaggio. L’episodio viene subito tradotto in una contrapposizione netta: ordine contro disordine, Stato contro antagonisti. Non si entra per interrogarsi sulle cause, per capire cosa non ha funzionato, per disinnescare. Si entra per significare. La ferita diventa argomento, il corpo diventa prova, la cura diventa scena.
La seconda scena è una frana enorme, una città evacuata, case sul bordo di un precipizio che si allarga come una bocca. Qui non c’è un nemico comodo. C’è la geologia, l’abusivismo di ieri, l’incuria di decenni, scelte urbanistiche che non fanno audience ma fanno tragedia. E infatti il racconto si inceppa. La presenza arriva, ma senza narrazione forte. Non c’è attacco possibile, non c’è colpa immediatamente spendibile. Resta la cronaca, resta il dopo, resta il problema. E il problema, quando non può essere trasformato in arma, diventa improvvisamente opaco.
Il punto non è il nome, non è il partito, non è la persona. Il punto è la struttura. La politica contemporanea funziona come un algoritmo. Premia l’evento che consente uno scontro. Raffredda ciò che richiede competenza. Cerca il fatto che si lascia ridurre a clip, non il processo che chiede anni. Ha bisogno di un contro. Senza un contro non c’è performance. Senza performance non c’è ciclo mediatico. Senza ciclo mediatico non c’è potere.
Questo schema si ripete ovunque. La sanità ne è l’esempio più evidente. Liste d’attesa interminabili, carenza di personale, medici che se ne vanno, territori scoperti. Sono problemi strutturali, complessi, privi di un nemico fotogenico. Non c’è una folla da additare, non c’è un volto contro cui puntare il dito. Ci sono numeri, procedure, anni di scelte mancate. E infatti la sanità resta sullo sfondo. Viene evocata come emergenza astratta, mai assunta come priorità concreta. Non produce scontro, non produce clip, non produce consenso immediato.
Lo stesso accade con il lavoro povero. Milioni di persone occupate e tuttavia incapaci di vivere con dignità. Contratti intermittenti, salari che non tengono il passo, precarietà normalizzata. Anche qui manca l’antagonista semplice. Il problema è sistemico, richiede mediazione, conflitto vero, decisioni impopolari. E allora viene sostituito da narrazioni più semplici, più aggressive, più vendibili. Il lavoro reale scompare, resta la retorica.
E poi la scuola. Edifici che cadono a pezzi, docenti esausti, studenti disorientati in un sistema che chiede performance ma non offre strumenti. La scuola non esplode, non fa rumore, non crea emergenza se non quando accade l’irreparabile. Finché regge, anche male, non fa notizia. È un tempo lungo. E il tempo lungo non governa più nulla.
Questa selezione non è casuale. È il prodotto di una trasformazione profonda del patto comunicativo tra potere e società. La televisione aveva già abituato la politica a parlare per immagini, a costruire riconoscibilità. I social hanno compiuto il passo decisivo. Hanno trasformato la visibilità in dipendenza, il consenso in reazione, la politica in una sequenza di stimoli. Dal flusso al feed. Dall’audience all’engagement. Dal cittadino all’utente.
In questo ambiente, il valore di un fatto non è dato dalla sua gravità, ma dalla sua spendibilità narrativa. Conta ciò che può essere rilanciato, polarizzato, monetizzato emotivamente. La realtà non viene negata. Viene filtrata. Ciò che non si adatta alla grammatica dello scontro viene reso invisibile. Non perché non esista, ma perché non funziona.
È così che la politica smette di governare i processi e si limita a gestire le scene. Interviene dove può esibire una posizione, arretra dove sarebbe costretta a lavorare senza applausi. Premia l’evento che consente un attacco, evita il problema che chiede responsabilità diffusa. La visita diventa gesto, il gesto diventa messaggio, il messaggio sostituisce l’azione.
Il risultato è una democrazia iperattiva e impotente. Sempre presente, sempre in diretta, sempre pronta a reagire. Eppure incapace di trasformare davvero le condizioni materiali delle persone. Una democrazia che parla di sicurezza, ma lascia insicuri i diritti. Che parla di ordine, ma tollera il disordine strutturale. Che parla di popolo, ma lo incontra solo quando è utile raccontarlo.
Qui il nodo è politico e antropologico insieme. Quando una società impara che esistono solo i problemi che fanno rumore, finisce per interiorizzare quella logica. Le persone smettono di chiedere soluzioni e iniziano a chiedere visibilità. Anche il disagio diventa competizione. Anche la sofferenza cerca una cornice che la renda ascoltabile. Chi non riesce a trasformare il proprio problema in racconto resta fuori.
È in questo vuoto che il nulla governa il nulla. Non perché manchino i temi, ma perché vengono ridotti a format. Non perché manchino le parole, ma perché sono tutte già consumate. La politica non mente sempre. Più spesso semplifica fino a rendere innocua la verità.
La questione decisiva non è chi arriva prima davanti alle telecamere, ma chi resta quando le telecamere se ne vanno. Non chi trasforma un fatto in simbolo, ma chi trasforma un problema in soluzione. Non chi cavalca l’onda, ma chi accetta di lavorare quando il mare è fermo.
Perché un Paese non si governa con l’hype.
Si governa con il tempo.
E il tempo, oggi, è la cosa che la politica teme di più.