Il governo Meloni: tra primati “record”, problemi ancora irrisolti e prospettive future
Dalla sanità alle riforme incompiute, passando per povertà, autonomia differenziata e caso Almastri, il primato della premier, da solo, non coincide con il buon governo né con una democrazia più forte
I festeggiamenti per il primato di durata del governo Meloni, svoltisi a Bari avrebbero dovuto sollecitare riflessioni veri sui percorsi fatti, i risultati raggiunti e le prospettive.
Scontati i commenti scoppiettanti degli esponenti dell’area più vicina alla presidenza del consiglio più cortigiani che dirigenti politici.
Nessuna incertezza, solo una fede sull’operato del governo. Nessuna ombra.
Tutte le difficoltà del Paese superate.
La stabilità considerata valore primario, la durata, l’epopea di una compagine eroica.
Se tanti dossier sono rimasti inevasi è marginale.
Si celebrano non le soluzioni, ma la bravura di una leader per il record raggiunto. Lo ha ripetuto con forza la stessa presidente del consiglio che la stabilità è tutto, mentre ovviamente non è sinonimo di temi affrontati e risolti.
Non mi appassionano le disquisizioni tra i paladini del molto fatto con percentuali e i negazionisti che evidenziano gli obiettivi mancati.
Non ci sono premi in palio.
Le sacche di disagi del Paese persistono in tutta la loro complessità malgrado la longevità.
Occupazione giovanile, sanità, debito pubblico, pil ai minimi storici che non va sotto per le risorse del pnrr, situazione energetica, politica estera a fasi alternate all’Interno della maggioranza, la fascia della povertà enorme, i tanti cittadini che non riescono a curarsi e poi il carosello dei due vice premier in tante situazioni.
Senza entrare nella politica internazionale più folcloristica, più manifestazioni esteriori che ruoli raggiunti.
Senza parlare dei rapporti con Trump dove l’Italia ha raggiunto il primato di una apertura di credito senza attendere a vedere le carte.
Si comprende bene il perché dell’enfasi con cui sono state annunciate e preparate le celebrazioni.
Un’ottima regia per deviare l’attenzione dalle riforme annunciate non giunte allo stato a buon fine.
L’autonomia differenziata, la giustizia e il premierato.
Erano le colonne portanti, che sfigurando ulteriormente la Costituzione, ci avrebbero fatto entrare in una nuova era indicando gli anni del potere della “premier”.
Rimane in piedi una riforma elettorale che introduce di fatto il premierato, altera la Costituzione, riduce i poteri del presidente della repubblica e perpetua in gran parte la nomina dei parlamentari.
Il Parlamento è stato ridotto a un simulacro dove le responsabilità anche della sinistra sono evidenti e le scelte di movimenti antisistema oggi progressisti pesano enormemente.
Una ultima considerazione.
Si celebra un governo più lungo della storia repubblicana.
Nessuno dice che è in vita per un colpo di mano.
La vicenda Almastri avrebbe dovuto cambiare un ministro della giustizia confuso e chi lo ha indotto a violare regole, trattati internazionali mettendo al riparo uno criminale, strupatore, riportandolo nel suo paese con un aereo di stato con motivazioni puerili e speciose.
Era stata fatta circolare la voce che per la salvaguardia dei nostri connazionali non si poteva far torto alla Libia che poi ha arrestato il criminale. Dopo mesi che il criminale era detenuto in Libia il guardasigilli italiano aveva richiesto l’arresto avviando gli adempimenti che colpevolmente si era astenuto di fare.
Il governo doveva finire in quel momento.
La forza produce la durata dei governi che non è un dato da ricordare altrimenti si dovrebbero festeggiare le dittature…. Una ultima considerazione: questo nostro Paese è meno libero e democratico.
Altro che festeggiare.
C’è bisogno di una mobilitazione corale per recuperare il senso della politica sepolto sotto una spessa coltre di debolezze.