Il medico calabrese di Bruno Fonzi: anatomia di una degenerazione collettiva
Il racconto assume il valore di una vera e propria allegoria sociale: la provincia che emerge dalle sue pagine è uno spazio chiuso, autoreferenziale, incapace di produrre anticorpi contro il male che la attraversa
I caratteri più manifesti della provincia calabrese emergono plasticamente in un bellissimo racconto di Bruno Fonzi, uscito originariamente nel 1959 sul “Mondo” di Mario Pannunzio e poi incluso in Equivoci e malintesi, raccolta di storie che l'autore marchigiano pubblicò per Einaudi nel 1975, pochi mesi prima di morire, e che tre anni fa è stato riproposto da Quodlibet.
Nel Medico calabrese, questo il titolo, Fonzi traccia un quadro impietoso delle debolezze di don Licandro, uomo naturalmente disposto a far del male: sin dall'infanzia, egli è solito picchiare selvaggiamente i compagni e finisce per maturare un carattere la cui celebrata malvagità è come se fosse complementare alle tare della gente meridionale e ne integrasse le pratiche fatte di ladrocini e di intrallazzi e costellate di chiacchiere e di pregiudizi. Anche la scimmiesca vitalità sessuale dell'uomo si fa simulacro di una disposizione meno screanzatamente evidente, ma largamente condivisa.
Don Licandro e la malignità diffusa sono due facce della stessa medaglia. La faccia popolare del disagio si mostrerà anche dopo la morte dell'uomo, allorché i confini della brutalità delle sue pratiche spunteranno nei comportamenti della milanese Drusilla, “uno sdentato avanzo di postribolo”, ultimo acquisto del vecchio medico, che non farà nessuno sforzo nell'uniformarsi in tutto e per tutto alla decadenza morale di una terra intera.
Il racconto di Fonzi si muove così ben oltre la caricatura individuale, assumendo il valore di una vera e propria allegoria sociale. Don Licandro non è soltanto un personaggio ripugnante: è il principio ordinatore del mondo che lo circonda, una figura che rende visibili, senza mediazioni e senza attenuanti, meccanismi di sopraffazione e di connivenza profondamente radicati. La sua violenza non scandalizza perché è riconosciuta come familiare, quasi necessaria; la sua immoralità risponde a un codice condiviso, benché inconfessabile.
In questo senso, Il medico calabrese si colloca in una linea di rappresentazione del Mezzogiorno che rifiuta il pittoresco. Né Fonzi cerca cause, invoca spiegazioni o concede spazio agli alibi della miseria e dell’arretratezza. Il suo sguardo è spietato: ciò che viene messo sotto accusa non è una condizione, ma un’abitudine, non una necessità, ma una scelta reiterata nel tempo. La figura di Drusilla, che quasi prende il testimone di don Licandro dopo la sua morte, rafforza ulteriormente questa prospettiva. Proveniente da altrove, da quella Milano che nell’immaginario comune dovrebbe incarnare un diverso grado di civiltà, ella non oppone alcuna resistenza al contesto in cui si trova immersa. Al contrario, vi si adatta con una rapidità che denuncia l’universalità del degrado perché non è la Calabria a corrompere, sembra suggerire Fonzi, ma una certa disposizione umana che trova in quel luogo una forma particolarmente franca e smascherata.
È anche per questo che il racconto conserva intatta la sua forza a distanza di decenni. La sua radicalità sta nel rifiuto di ogni consolazione, nella scelta di non offrire figure di riscatto o di controcanto etico. Fonzi non salva nessuno e proprio in questa mancanza di redenzione risiede l’urto più violento del testo. La provincia che emerge dalle sue pagine è uno spazio chiuso, autoreferenziale, incapace di produrre anticorpi contro il male che la attraversa. Un luogo in cui la ferocia individuale diventa norma collettiva e in cui la morte del protagonista non segna la fine, ma la degenerazione persistente, forse eterna.