Il presidente che volle farsi dazio
E il giorno in cui la Corte che aveva scelto lo fermò. La lezione per Trump e per gli uomini e le donne forti del nostro tempo
C’è un’immagine che resterà. Un presidente che ha costruito la sua seconda stagione politica sull’idea che il mondo si governi con una tariffa, che l’economia si pieghi con una firma, che la sovranità si misuri a colpi di dazio. E una Corte Suprema, in larga parte nominata da lui, che gli dice no. Sei voti contro tre. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che i dazi imposti da Donald Trump sono illegali. Che il presidente ha oltrepassato i limiti della sua autorità. Che la Costituzione assegna al Congresso il potere di imporre tasse e regolare il commercio. Non alla Casa Bianca. Non all’emergenza permanente. Non alla retorica del «Liberation Day». È una sconfitta giuridica. Ma è soprattutto una sconfitta politica e simbolica. Perché i dazi non erano solo una misura commerciale. Erano la colonna vertebrale del suo racconto. Erano la promessa di un’America che non negozia ma punisce. Erano la semplificazione estrema di un mondo complesso: se qualcosa non funziona, si alza una barriera.
Eppure quei dazi, 287 miliardi di dollari incassati nel 2025, sono stati pagati per il novanta per cento da imprese e consumatori americani. Non dai nemici esterni. Non dagli «imbroglioni stranieri», per usare le parole del presidente. Ma dai cittadini che quel presidente diceva di proteggere. La Corte, guidata da John Roberts, ha ricordato una verità elementare: i dazi sono tasse. E le tasse, in una democrazia costituzionale, sono materia parlamentare. Non capriccio esecutivo. È qui che si gioca la partita vera. Trump non ha reagito con prudenza istituzionale. Ha parlato di giudici «influenzati da interessi stranieri». Ha annunciato nuovi dazi globali al dieci per cento. Ha evocato strumenti «più potenti». È la grammatica tipica dell’uomo forte. Quando il limite si presenta, lo si delegittima. Ma il fatto che quel limite sia arrivato da una Corte in larga parte conservatrice, con giudici che lui stesso ha nominato, è il dettaglio che cambia la storia. Non tutti hanno votato contro di lui. Ma abbastanza da dimostrare che la fedeltà, in una repubblica, non è personale. È costituzionale. Ed è qui che il caso americano smette di essere americano. Viviamo un’epoca in cui la tentazione dell’uomo solo al comando non è un’eccezione. È una corrente globale.
Da Vladimir Putin a Viktor Orbán, da Recep Tayyip Erdoğan a Jair Bolsonaro, fino a Benjamin Netanyahu e Javier Milei, il metodo presenta tratti comuni: si riduce lo spazio dei contrappesi, si delegittimano magistrature e media, si presenta il dissenso come sabotaggio, si confonde il consenso elettorale con il potere illimitato. Trump ha rappresentato la declinazione americana di questa tendenza. Non con carri armati o leggi marziali. Ma con un uso spinto dell’emergenza, con una retorica permanente contro le istituzioni, con l’idea che il voto autorizzi tutto. La sentenza sui dazi dimostra il contrario. Dimostra che anche una Corte nominata da un presidente può fermarlo. Dimostra che il potere non coincide con la persona. Dimostra che la democrazia non è fragile perché è litigiosa, ma è forte proprio perché litigiosa. Ciò che è accaduto è una dichiarazione di indipendenza istituzionale. Non contro un partito. Non contro una strategia economica. Ma contro l’arbitrio. Il paradosso è quasi letterario: l’uomo che ha fatto dei dazi il simbolo della sua forza viene fermato dalla legge che voleva piegare. Il presidente che accusava il mondo di aver truffato l’America si trova davanti a un limite interno, domestico, costituzionale. Questo non significa che la battaglia sia finita. Trump ha già firmato nuove tariffe. Continuerà lo scontro.
Il clima politico resterà incandescente. Le tensioni commerciali non spariranno. Ma qualcosa è accaduto. Un’istituzione ha detto no. E quel no non è stato timido. È stato scritto in centosettanta pagine. In un tempo in cui molti pensano che la storia sia scritta solo dagli uomini forti, questa sentenza ricorda che la storia è scritta anche dai limiti. Che la libertà non è l’assenza di ostacoli al potere, ma la loro presenza. È un messaggio che attraversa l’Atlantico e raggiunge tutte le democrazie in affanno. Non è mai conveniente aggredire la libertà dei cittadini, comprimere le associazioni, svuotare i partiti, indebolire i giudici. Perché prima o poi un contrappeso reagisce. E quando reagisce, lo fa in nome di qualcosa che non appartiene a un uomo solo: la legge. C’è un giudice a Washington. E finché quella frase potrà essere pronunciata, la democrazia avrà ancora futuro.