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11/03/2026 ore 10.56
Opinioni

Il Referendum della giustizia e il marketing del dolore, la strategia del Sì tra ferite vere e voti finti

Il ritmo della comunicazione è frenetico. Post brevi, slogan come martellate: “Giustizia per tutti”, “Basta correnti”, “Chi sbaglia paga”. È la vittoria della semplificazione emotiva sulla realtà dei fatti

di Gianfranco Donadio

C’è un volto che non esiste, eppure ci guarda dritto negli occhi dallo schermo di uno smartphone, ammiccando con la sicumera di chi ha capito tutto. Si chiama Cittadino Zero. È una creatura di pixel, un ammasso di poligoni generati da un software, vestito con la rassicurante banalità di un vicino di casa che non disturba mai. Non ha un passato, non ha una fedina penale, non ha mai sudato in un’aula di tribunale né ha mai provato il gelo di una cella. Eppure, nelle ultime settimane, questo avatar è diventato il profeta digitale della grande riforma, il volto di plastica di un fronte del “Sì” che, per eccesso di prudenza o per carenza di testimonial in carne e ossa, ha preferito rifugiarsi nel metaverso per vendere una rivoluzione che profuma di laboratorio. È il paradosso supremo di questa campagna elettorale: si invoca una giustizia più umana attraverso l’artificio più disumano possibile.
Osservando il flusso dei social, la sensazione è quella di assistere a una gigantesca operazione di chirurgia estetica del consenso. Il governo e la sua galassia di sostenitori hanno compreso che il tecnicismo giuridico è un veleno per l’engagement. La separazione delle carriere, la responsabilità dei magistrati, il meccanismo elettorale del CSM, sono nomi che pesano come piombo, concetti che fanno scivolare via il pollice verso l’alto, verso il prossimo video di gattini. E allora ecco la mutazione. Il diritto si fa carne. Anzi, si fa ferita. La strategia digitale del centrodestra ha smesso di parlare di codici per parlare di pancia. Hanno preso la “Malagiustizia”, quella vera, quella che morde la vita delle persone, e l’hanno trasformata in un set cinematografico. Ogni post è un pugno. Un innocente dietro le sbarre, una madre che piange, un processo durato vent’anni che finisce nel nulla. È il marketing del dolore applicato al voto. Si selezionano i casi più atroci, si isolano dal contesto complesso dei faldoni e si sbattono in pasto all’algoritmo. Non si cerca il dibattito, si cerca il brivido di sdegno. Se voti “No”, ci dicono i sottotitoli in giallo acido dei loro video, sei complice di questo scempio. Sei dalla parte della toga che sbaglia e non paga mai.


È una polarizzazione feroce, millimetrica, che riduce la complessità del sistema giudiziario a un duello da mezzogiorno di fuoco. Da una parte il Popolo, vittima predestinata, e dall’altra una casta di magistrati dipinti come burocrati arroccati in un fortino ideologico. La politica, quella che siede nelle stanze dei bottoni e che firma i decreti, scompare. Si nasconde dietro il referendum. Lo usa come uno scudo termico per rientrare nell’atmosfera del consenso senza bruciarsi troppo. Il referendum sulla giustizia non è più una consultazione su singoli quesiti tecnici, è diventato un test di lealtà. Un plebiscito sul governo travestito da riforma civile. Se sei con noi, voti “Sì”. Se sei contro di noi, sei un difensore dello status quo, un nostalgico di quella magistratura che, secondo la narrazione di via Bellerio e Palazzo Chigi, ha tenuto in ostaggio l’Italia per trent’anni.


Il ritmo della comunicazione è frenetico, sincopato. Post brevi. Slogan come martellate. “Giustizia per tutti”, “Basta correnti”, “Chi sbaglia paga”. È la vittoria della semplificazione emotiva sulla realtà dei fatti. Nessuno spiega che la separazione delle carriere non accorcerà di un solo giorno i tempi di un processo civile per un risarcimento danni. Nessuno dice che la responsabilità civile rischia di paralizzare la firma di un giudice davanti a un fascicolo scottante. La verità è un ingombro. Meglio la card colorata su Facebook, meglio il reel di TikTok dove il leader di turno punta il dito contro la telecamera e promette una pulizia radicale. È un astroturfing digitale pianificato nei minimi dettagli, dove il dissenso viene bollato come “paura del cambiamento” e l'informazione critica viene annegata in un mare di inserzioni a pagamento, le cosiddette dark ads, che colpiscono chirurgicamente l'elettore indeciso, quello che ha appena letto una notizia di cronaca nera o che si è lamentato della lentezza di una causa condominiale.
In questo teatro di ombre, il Cittadino Zero è la maschera perfetta. Rappresenta tutti e nessuno. È il grado zero della politica, un contenitore vuoto in cui ognuno può proiettare la propria frustrazione. La sua esistenza stessa denuncia il fallimento di una classe dirigente che non trova più tra i viventi qualcuno capace di metterci la faccia senza suscitare sospetti o rievocare vecchi fantasmi giudiziari. Hanno dovuto inventare un uomo di pixel per sembrare puliti, per sembrare nuovi. Ma sotto la pelle digitale di questo influencer di Stato batte il cuore antico della strumentalizzazione più becera. Si cavalca l'onda del rancore per regolare i conti tra poteri dello Stato, usando l'elettore come una clava.
C’è un odore metallico in questa campagna, il sentore di una democrazia che sta diventando un videogioco a premi dove la posta in gioco è la nostra libertà fondamentale, impacchettata come un prodotto da discount. La giustizia è una cosa sporca, fatta di polvere, di aule umide, di lunghe attese su panche di legno scheggiate. È fatta di dubbi, di prove che non tornano, di equilibri fragilissimi tra l’accusa e la difesa. Trasformarla in un “mi piace” o in un “Sì” gridato su un social network è un delitto contro la ragione. Ma la ragione non fa follower. La ragione non vince le elezioni.
Quando le luci degli smartphone si spegneranno, quando il Cittadino Zero verrà archiviato in qualche server polveroso e i risultati saranno definitivi, resterà il silenzio. E forse ci accorgeremo che, a forza di semplificare per vincere, abbiamo complicato terribilmente la possibilità di capire. Abbiamo barattato il diritto con un’emozione passeggera, un brivido di pancia che si consuma nello spazio di uno scroll. Resta da capire se, in questo tribunale digitale dove il giudice è un algoritmo e l'imputato è il buon senso, ci sia ancora spazio per una verità che non sia soltanto un rendering ben riuscito. O se siamo già diventati, tutti quanti, cittadini a zero gradi, pronti a votare per un riflesso sullo schermo, dimenticando che fuori, nell’aria gelida delle piazze, la giustizia continua a camminare con le scarpe rotte. E non ha nessuna voglia di sorridere per un selfie.

*Documentarista Unical