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25/10/2026 ore 14.56
Opinioni

La Calabria ha bisogno della sua cantera, il sistema che da decenni investe nella formazione dei giovani

Dal calcio all'informatica: l’esperienza calabrese dimostra che valorizzare i talenti locali può generare ricerca, imprese innovative e sviluppo per l’intero territorio

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Quando pensiamo al Barcellona, vengono subito in mente Messi, Xavi e Iniesta. Ma dietro quei campioni c'è qualcosa di meno appariscente e forse ancora più importante: la cantera, un sistema che da decenni investe nella formazione dei giovani. La Masia, inaugurata nel 1979, rappresenta una filosofia precisa: investire sui giovani fin dall'infanzia, accompagnarli nella crescita e prepararli a diventare i campioni del futuro, senza dipendere esclusivamente dall'acquisto di giocatori già affermati.

L'Athletic Bilbao porta questa idea ancora più lontano. Per orgoglio e attaccamento alla propria identità, il club ha scelto di schierare soltanto giocatori nati o formati calcisticamente nei territori baschi. Questa scelta comporta però una necessità: non potendo attingere liberamente al mercato internazionale, il club deve investire soprattutto sui talenti locali. Per questo ha costruito un sistema capillare attorno al centro di Lezama, con circa 180 società affiliate, osservatori, allenatori e responsabili tecnici che si incontrano, condividono informazioni e seguono la crescita dei ragazzi. Non si aspetta che un talento si presenti alla porta: lo si cerca anche nel campo di un piccolo paese e lo si accompagna nel tempo.

Le parole decisive sono tempo e progettualità. Un bambino individuato oggi potrebbe arrivare in prima squadra tra dieci o quindici anni. Nel frattempo servono una visione chiara, organizzazione, investimenti e continuità. Non tutti diventeranno campioni, ma è il sistema costruito nel tempo a fare la differenza. Una cantera non produce risultati immediati: si semina oggi e si raccolgono i frutti molti anni dopo.

Che cosa c'entra tutto questo con la Calabria? Moltissimo.

La nostra regione deve fare i conti con diversi ostacoli: la posizione periferica, i collegamenti difficili, un tessuto industriale ancora limitato e un contesto socioeconomico complesso. Sono condizioni che rendono più difficile attrarre stabilmente imprese, investimenti e professionisti dall'esterno. Non possiamo quindi aspettare che qualcuno arrivi da fuori a risolvere i nostri problemi. Dobbiamo partire dalla risorsa più importante che abbiamo: i nostri giovani. E c'è un settore nel quale questa scelta ha già prodotto risultati: l'informatica.

Negli anni Settanta, mentre l'Università della Calabria muoveva i primi passi, l'informatica era ancora lontana dalla centralità che conosciamo oggi. Il Progetto Speciale 35 della Cassa per il Mezzogiorno aprì nuove opportunità per la ricerca tecnologica nel Sud. Fu Sergio De Julio, professore di Ricerca Operativa, a cogliere questa occasione e a promuovere la nascita, proprio a Rende, del CRAI (Consorzio per la Ricerca e le Applicazioni di Informatica), fondato nel 1979.

La sua intuizione non fu semplicemente quella di acquistare computer o realizzare un laboratorio. Fu soprattutto quella di comprendere, con largo anticipo, le enormi potenzialità dell'informatica e investire nella formazione di giovani calabresi in un settore ancora emergente. Alcuni sarebbero diventati ricercatori e docenti, altri imprenditori, contribuendo a formare nuove generazioni. Era, in sostanza, una cantera scientifica e tecnologica.

A quella visione si aggiunse l'apertura verso il meglio della ricerca internazionale. I contatti con università italiane e statunitensi e con i laboratori delle grandi aziende tecnologiche americane permettevano di imparare direttamente da chi guidava l'innovazione. Un ruolo fondamentale lo ebbe il professor Domenico Saccà, prima responsabile della ricerca al CRAI e poi tra i principali promotori del corso di laurea in Ingegneria informatica all'Unical. Le sue esperienze nei laboratori IBM di San Jose e nel consorzio MCC di Austin, in Texas, contribuirono a portare in Calabria conoscenze avanzate, alimentando la ricerca e la formazione di nuove generazioni.

Altrettanto importante fu la capacità di investire nelle tecnologie giuste, rinnovandole continuamente. Già nel 1975 l'Unical disponeva di un IBM 370/145, un grande elaboratore centrale (mainframe) che utilizzava le schede perforate per l'inserimento di programmi e dati. Poi arrivarono i sistemi VAX, con i terminali che consentivano di interagire direttamente con i computer, e successivamente i personal computer, tra cui l'Apple Lisa. Seguirono le reti locali, la posta elettronica, Internet e il Web, fino al cloud computing e, più recentemente, all'intelligenza artificiale. In mezzo secolo, l'Unical ha attraversato quasi tutte le grandi trasformazioni dell'informatica contemporanea, spesso sperimentando tecnologie molto prima che diventassero di uso comune. Ma la vera ricchezza non era l'hardware, bensì la capacità di comprendere le nuove tecnologie, programmare, sviluppare software e risolvere problemi. Le macchine diventano obsolete, le competenze rimangono.

Era inoltre un'opportunità particolarmente adatta alla Calabria. A differenza di molte industrie tradizionali, lo sviluppo del software e dei servizi digitali non richiedeva enormi stabilimenti: richiedeva soprattutto persone preparate, ricerca e infrastrutture tecnologiche relativamente contenute. Ma quelle competenze andavano costruite, anno dopo anno, formando ricercatori e docenti e avviando corsi universitari capaci di preparare nuove generazioni di studenti. Ne è nato un ambiente scientifico vivace e competitivo, nel quale il confronto tra ricercatori ha contribuito a innalzare la qualità della ricerca e a sviluppare competenze capaci di creare nuove opportunità per il territorio.

Un passaggio emblematico arrivò il 10 aprile 1991, quando all'Università della Calabria si laureò il primo ingegnere informatico d'Italia. Un traguardo che non nacque dal nulla, ma rappresentava il frutto di quasi vent'anni di investimenti nella ricerca e nella formazione.

Nel tempo, attorno all'Università della Calabria si è consolidato un ecosistema di competenze, imprese e centri di ricerca, tra cui l'ICAR-CNR. Sono nate realtà innovative come Exeura e Altilia, mentre grandi gruppi nazionali e internazionali, da NTT DATA ad Accenture e Lutech, hanno investito nell'area di Cosenza e Rende. Non tutto ha funzionato e la fuga dei talenti resta un problema, ma il percorso è significativo: prima si sono costruite le competenze, poi queste hanno contribuito a far nascere imprese e ad attrarre investimenti. Un percorso riconosciuto anche sul piano scientifico: nel 2026 l'Unical è risultata prima in Italia per Computer Science & Engineering nella classifica di Shanghai, collocandosi tra le prime 150 università al mondo in questa disciplina.

È una lezione che potrebbe essere applicata a molti altri settori. Pensiamo al calcio calabrese: una rete organizzata di scuole calcio, tecnici e osservatori potrebbe individuare e accompagnare i giovani talenti del territorio, anziché affidare il futuro delle squadre soltanto agli acquisti di ogni stagione. Lo stesso principio vale per l'agricoltura, il turismo, la sanità e altri settori nei quali esistono potenzialità da valorizzare. Non bastano iniziative isolate: servono progetti condivisi, organizzazione e investimenti che proseguano negli anni.

Chissà se chi, negli anni Settanta, utilizzava quell'IBM 370/145 avrebbe mai immaginato che, decenni dopo, attorno all'Università della Calabria sarebbero cresciuti centri di ricerca, imprese innovative e competenze riconosciute a livello internazionale. Quel futuro non era scritto nelle macchine: è stato costruito dalle persone, grazie a visione, formazione e anni di lavoro. È questa la lezione per la Calabria: continuare ad aprirsi al mondo, ma soprattutto investire sui propri giovani, anche quando i risultati sembrano lontani. Perché il futuro di un territorio, proprio come una cantera, si costruisce oggi per raccoglierne i frutti domani.