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07/10/2026 ore 07.00
Opinioni

La classe contadina va all'inferno: l’angoscia dell’operaio di ieri è la stessa degli agricoltori calabresi di oggi

Il film del 1972 di Elio Petri anticipa la natura pervasiva di una logica che svuota di senso il lavoro umano e mostra come l'ossessione per la produttività a ogni costo conduca alla distruzione dell'individuo

di Alessandro Gaudio

Nel celebre monologo tratto dal film del 1972 di Elio Petri, La classe operaia va in paradiso (è possibile recuperarlo su Youtube), il protagonista Lulù Massa, interpretato da un sontuoso Gian Maria Volonté, dà voce con drammatica veemenza alla disperazione della condizione operaia. Quell'urlo contro l'alienazione industriale sembra anticipare in modo sorprendente i toni angosciati e la foga espressa dagli agricoltori calabresi in moltissimi appelli diffusi via social.

Nell'opera di Petri, Lulù Massa descrive l'annullamento della vita umana sottomessa alla logica spietata del cottimo e della produttività. L'operaio richiama la condizione alienante di chi entra in fabbrica quando è buio ed esce quando è ancora buio, ridotto a una routine disumana. Con provocatoria disperazione, Massa propone persino di raddoppiare il cottimo, lavorare la domenica o coinvolgere donne e bambini, pur di andare avanti “senza staccare” per “quattro lire vigliacche fino alla morte”. La cieca dedizione al lavoro e alla produzione trasforma l'uomo fino a farlo diventare “una bestia” e a reificarlo in un ingranaggio meccanico: “una puleggia”, “un bullone”, “una vite”, “una cinta di trasmissione” o una “pompa” ormai rotta, destinato a passare dalla catena di montaggio direttamente a “quell'altro inferno”.

Questa cupa narrazione dell'inferno produttivo trova un'inaspettata corrispondenza nei toni accorati e nella rabbia dei contadini calabresi. Sono diverse le denunce diffuse dai nostri organi di stampa (meno da quelli nazionali) che, dai presidi e dai blocchi di protesta organizzati in questi giorni in diverse zone della nostra regione, denunciano a gran voce il rischio di un prossimo collasso dell'intero comparto agricolo e produttivo meridionale. Se nel film di Petri il bersaglio era il cottimo industriale che stritolava la dignità dell'operaio in nome del profitto, nei video delle mobilitazioni di oggi il grido d'allarme riguarda la sopravvivenza stessa del lavoro agricolo e la difesa di una dignità minacciata da condizioni economiche insostenibili.

Ciò che il film di Elio Petri anticipa, con la lucidità che è propria dell'arte, è la natura pervasiva di una logica che svuota di senso il lavoro umano. L'angoscia di Lulù Massa – costretto al sacrificio totale e ridotto a macchina – si riflette oggi nella condizione del contadino (o anche in quella del trasportatore) schiacciato dai ritmi di mercato e dal pericolo di veder vanificato il proprio sforzo quotidiano. Petri aveva mostrato come l'ossessione per la produttività a ogni costo conduca alla distruzione dell'individuo: se l'operaio di ieri cercava una via d'uscita dall'inferno, anche l'agricoltore di oggi, e forse non soltanto lui, rischia di esservi precipitato, lottando per non far morire la propria terra, ma rimanendo inascoltato.