La costellazione fatidica in Calabria: quando la protesta sollecita racconto e pensiero
Dalla riflessione di Lacan alle mobilitazioni di agricoltori e trasportatori, un’analisi del rapporto tra memoria familiare, precarietà e possibilità di riscatto
Il concetto di costellazione fatidica, nella riflessione di Jacques Lacan, rinvia all'insieme delle circostanze, delle storie familiari e dei significanti che precedono la nascita di un soggetto e concorrono a inscriverlo in un destino inconscio. Nessuno viene al mondo in un vuoto simbolico: ciascuno entra in una catena generazionale, in un discorso familiare che lo precede e gli assegna, prima ancora che possa prenderne coscienza, un posto, un nome, talvolta una funzione. Il soggetto eredita così non soltanto un patrimonio materiale, ma anche aspettative, debiti, lutti, desideri e fantasie che non gli appartengono interamente e che, pure, finiscono per orientarne la storia.
In Calabria la costellazione fatidica ha forse qualche occasione in meno di essere scalzata. Non perché esista un destino territoriale dal quale sia impossibile emanciparsi, ma perché le condizioni materiali possono trasformare un'eredità in una condanna ripetuta, un sistema di attese e un normale rapporto con il rischio e con la necessità, in un'indeformabile rappresentazione di ciò che è possibile diventare.
La costellazione fatidica non coincide, naturalmente, con una trasmissione meccanica delle professioni. È, più propriamente, il modo in cui una storia familiare si deposita nelle possibilità immaginate, nelle rinunce considerate inevitabili, nelle aspirazioni che vengono abbandonate prima ancora di essere messe alla prova. Il discorso familiare si intreccia con quello collettivo, con la memoria delle crisi, con la precarietà del lavoro, con la distanza dai centri decisionali e con l'esperienza di istituzioni che spesso appaiono più come ostacoli che come strumenti di emancipazione.
Le proteste di questi giorni sulle strade calabresi, con agricoltori e trasportatori in agitazione, possono essere lette anche da questa prospettiva. Dietro le rivendicazioni economiche, che hanno ragioni concrete e non possono essere liquidate come manifestazioni di un generico malessere, si intravede una domanda ineludibile: è possibile vivere appieno il nostro presente se il residuo non elaborato di un passato che non passa rende invivibile un tempo che, invece, stiamo faticando enormemente ad affrontare in tutta la sua drammaticità? Il prezzo del carburante, i costi di produzione, la fragilità dei redditi e l'incertezza del futuro non sono significanti nel senso lacaniano del termine, ma diventano elementi di un discorso che limita persino ciò che si riesce a raccontare.
Nella prospettiva psicoanalitica, riconoscere la costellazione d'origine non significa subirla passivamente: significa, piuttosto, poter fare i conti con ciò che ci ha preceduti e provare a narrarlo, cercando così di venire a capo di questa sorta di irrisoluzione rappresentativa che rinvia sempre a qualcosa che ci ha preceduti e che non consente di affrontare il quotidiano se non come semplice scarto rispetto a un tempo andato. Le strade calabresi occupate dalle proteste rivelano qualcosa che va oltre l'emergenza economica, qualcosa che comincia quando un'eredità smette di essere una condanna e la storia, anziché ripetersi tragicamente, torna a poter essere raccontata e, se non altro, a sollecitare una riflessione capillare, che mai è stata più urgente di quanto lo è oggi, su ciò che siamo.