La logica neo-estrattivista nella scuola italiana che tratta studenti e docenti come “risorse” da ottimizzare
Dalle griglie di valutazione che misurano perfino il “grado di maturazione personale” attraverso punteggi numerici, alla certificazione delle competenze non cognitive come l'empatia: così si rischia di snaturare il compito della scuola, trasmettendo il messaggio che nulla abbia valore in sé se non è rendicontabile
Il paradigma dell'estrattivismo, storicamente associato allo sfruttamento coloniale delle risorse naturali nel Sud del mondo, si è oggi evoluto in una logica sistemica globale definita da Anna Bednik neo-estrattivismo. Si tratta di una vera e propria “macchina di oggettivazione” che non si limita più a estrarre minerali, ma trasforma il vivente in risorsa e la complessità degli ecosistemi in flussi di logistica per il capitale. A notare il modo in cui tale logica ha pervaso i processi di formazione è stata Martina Bastianello in un articolo intitolato “Il paradigma neo-estrattivista a Scuola” e pubblicato qualche giorno fa su laletteraturaenoi.it. Che la questione abbia riflessi particolarmente significativi nel Sud d'Italia, territorio che storicamente ha subito dinamiche di spoliazione e che oggi vede il proprio sistema educativo ridotto a un nuovo fronte di estrazione materiale e simbolica, è immediatamente evidente.
L'istituzione scolastica, secondo Bastianello, ha introiettato il paradigma neo-estrattivista, trasformandosi in uno strumento che tratta studenti e docenti come “risorse” da ottimizzare. La prassi educativa è di fatto piegata al “catechismo neo-estrattivista” che è definibile nella sequenza estrarre-stoccare-erogare-rendicontare. In questa condizione, le capacità vitali della comunità scolastica vengono ridotte a flussi di dati burocratici, generando un conflitto tra le reali esigenze educative e le istanze del mercato. Questo addestramento è supportato dalle ultime griglie di valutazione fornite dal Ministero che pretendono di misurare perfino il “grado di maturazione personale” e la “responsabilità” attraverso punteggi numerici, oggettivando la crescita interiore dello studente in una funzione statistica. Anche il Curriculum dello Studente e l'E-Portfolio rappresentano gli strumenti d'elezione di questa dinamica. Presentati come “biglietti da visita” per il successo formativo, essi agiscono in realtà come dispositivi di estrazione: ogni esperienza extrascolastica, passione o competenza viene così impacchettata e resa disponibile per la rendicontazione finale. Questo processo è ancora più molesto nel Sud d'Italia, dove la narrazione dello “sviluppo” spesso maschera nuove forme di predazione neo-coloniale che inaridiscono l'ecosistema educativo locale più che altrove.
L'oscenità di questo modello raggiunge il culmine con la certificazione delle competenze non cognitive (le cosiddette deep skills), come l'empatia e la collaborazione. Queste doti umane, anziché essere coltivate come virtù civiche, vengono estratte dal loro contesto vitale per essere misurate e rese funzionali alle prestazioni lavorative richieste dall'OCSE: entro lo scorso aprile le scuole hanno avuto la possibilità di candidarsi alla sperimentazione nazionale per l'introduzione delle deep skills nelle attività didattiche, consolidando ancor più l'uso di dispositivi di estrazione psicologica nel percorso scolastico. In contesti fragili come il nostro, questa deriva verso uno “psicologismo dilettantesco” rischia di snaturare ancor più il compito della scuola, trasmettendo il messaggio che le discipline non abbiano valore in sé se non sono rendicontabili e che la scuola stessa non sia altro che un'eterna periferia di consumo: al Sud una periferia della periferia.