La morte del piccolo Domenico è una frattura nell’ordine naturale delle cose
Un dolore che spezza l’idea stessa di futuro e impone il silenzio: davanti alla perdita di un figlio, ogni parola si fa fragile, ogni pensiero si inchina al mistero insondabile del dolore materno
Ci sono notizie che sospendono il tempo, rarefanno l’aria, impongono alla lingua una sorta di pudica ritrazione. La morte del piccolo Domenico è una frattura nell’ordine naturale delle cose, un’oscura dissonanza che incrina la nostra idea stessa di continuità, di futuro, di promessa.
Di fronte a un evento simile, ogni parola rischia l’indecenza. Tuttavia il silenzio, se non vuole farsi indifferenza, deve almeno tentare una forma di pensiero. Questo pensiero non può che dirigersi, con movimento quasi liturgico, verso la madre. Perché la morte di un figlio non è soltanto un lutto: è una lacerazione ontologica, è l’esperienza dell’innominabile che irrompe nella carne viva della maternità. Non esiste lessico adeguato, non esiste proporzione che tenga: il dolore materno è assoluto, eccede la misura, si sottrae a ogni consolazione.
Viene allora alla mente, al di là di ogni appartenenza confessionale, in quella regione elementare e universale del patire che accomuna credenti e non credenti, l’immagine di Maria ai piedi della croce, mentre contempla la morte di Gesù. In quell’istante, prima ancora che simbolo teologico, ella è archetipo umano: una madre dinanzi al corpo straziato del figlio. È un’immagine che attraversa i secoli perché custodisce la forma più vertiginosa del dolore.
La pittura di Raffaello Sanzio, nella sua pala d’altare (Pala Baglioni) ha saputo tradurre questo vertice in luce e compostezza: lo strazio non esplode, si raccoglie; non grida, ma si verticalizza in un silenzio solenne. La bellezza non attenua la tragedia, la rende eterna. Così il dolore materno, pur nel suo abisso, si fa figura universale, memoria condivisa dell’umano.
Oggi, davanti al nome di Domenico — così piccolo, eppure ormai inciso con durezza irreversibile nella coscienza di chi lo ha amato — non resta che un atteggiamento di austero raccoglimento. Nessuna retorica, nessuna facile parola di conforto può colmare l’assenza. Resta soltanto l’inchino dell’anima davanti a una madre che attraversa l’ora più buia. E in quell’inchino, forse, si custodisce l’unica forma possibile di rispetto.