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10/01/2026 ore 12.35
Opinioni

La rivolta dei giovani in Iran per la libertà: contro dittatura, censura e repressione

Gli slogan che risuonano nelle piazze sono inequivocabili e segnano una rottura netta con ogni forma di autoritarismo. E le università sono diventate uno degli epicentri della protesta

di Francesco Perri
Proteste in Iran - MEK/The Media Express/SIPA / ipa-agency.net

Studenti, studentesse, giovani lavoratori e commercianti hanno deciso di scendere in piazza per rivendicare ciò che a lungo è stato loro negato: libertà, dignità e il diritto di scegliere chi li governa. Non si tratta di una rivolta episodica, ma di una mobilitazione diffusa, consapevole, che ha assunto i contorni di un vero movimento nazionale contro la teocrazia autoritaria della Repubblica islamica.

Nelle ultime settimane la tensione è esplosa in decine di città, da Teheran ai principali centri urbani del Paese. Le università sono diventate uno degli epicentri della protesta: luoghi simbolo di una generazione che rifiuta la repressione e denuncia apertamente la natura dittatoriale del regime. Accanto agli studenti, anche i commercianti del Grande Bazar della capitale hanno aderito agli scioperi, un segnale forte di un malcontento che attraversa diversi strati della società.

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Le ragioni della protesta sono chiare. L’Iran è stretto in una crisi economica profonda: inflazione oltre il 40%, una moneta che ha perso gran parte del suo valore, carovita crescente, povertà diffusa e corruzione sistemica. A tutto questo si aggiunge la repressione del dissenso, che continua a manifestarsi attraverso arresti arbitrari, uso illegale della forza e intimidazioni contro chi osa manifestare o semplicemente curare i feriti.

Gli slogan che risuonano nelle piazze sono inequivocabili e segnano una rottura netta con ogni forma di autoritarismo: non una nostalgia del passato, ma un rifiuto consapevole di qualsiasi dittatura. È una generazione che chiede futuro, non restaurazione. Una generazione che rivendica il diritto sacrosanto di ribellarsi a un potere che nega libertà fondamentali.

Emblematica, in questo senso, è la scelta del regime di ricorrere ancora una volta alla censura digitale. Il blackout di Internet segnalato a Teheran e in molte altre città non è solo una misura tecnica, ma un atto politico: impedire ai giovani di comunicare tra loro, di organizzarsi, di raccontare al mondo ciò che sta realmente accadendo. La negazione della libertà passa oggi anche attraverso il silenzio forzato della rete.

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, “le forze di sicurezza devono cessare immediatamente la repressione, garantire l’accesso alle cure mediche e rispettare il diritto di manifestare pacificamente”. La protesta iraniana parla di diritti umani, prima ancora che di politica.

Di fronte a una repressione violenta, la comunità internazionale non può voltarsi dall’altra parte. Prendere posizione non è soltanto un atto politico, ma un dovere morale, etico e umanitario.

I giovani iraniani stanno facendo la differenza. Con il coraggio di chi non accetta più la paura come regola di vita, chiedono di essere ascoltati. La loro lotta per la libertà, la dignità e la pace non riguarda solo l’Iran: riguarda tutti coloro che credono che i diritti umani non siano affatto negoziabili. Ma prioritari e vitali.

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