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08/03/2026 ore 06.45
Opinioni

L’Italia e la crisi della selezione: le democrazie muoiono quando smettono di scegliere i migliori

Dal cappello Maga di Tajani a Crosetto a Dubai e Meloni alla radio: quando la classe dirigente non regge la complessità del mondo

di Francesco Vilotta

Le democrazie non cadono con un tonfo. Si abbassano. Abbassano l’asticella. Abbassano il livello di ciò che considerano accettabile.

La crisi italiana non è soltanto economica, né soltanto istituzionale. È una crisi di selezione. È il venir meno del meccanismo che dovrebbe portare al vertice i più preparati, i più capaci di reggere la complessità, i più attrezzati a governare un sistema articolato.

Quando quel meccanismo si indebolisce, tutto il resto comincia a scricchiolare.

Un tempo la politica era un percorso. Si iniziava nei territori, si amministrava, si imparava il bilancio di un comune prima di discutere quello dello Stato. Si cresceva dentro organizzazioni con conflitti interni, correnti, congressi, ma anche formazione e selezione. Non era un Eden. Ma era una filiera.

Oggi quella filiera è fragile. I partiti sono diventati strutture leggere, verticali, spesso personalistiche. Più comitati elettorali che comunità politiche. Le candidature si decidono in cerchie ristrette. Le liste sono bloccate. L’elettore sceglie un simbolo, non una persona. La fedeltà pesa più dell’esperienza. La visibilità più del curriculum.

Nel 2022 l’affluenza alle elezioni politiche è scesa sotto il 64%, il minimo storico della Repubblica. Non è solo disinteresse. È la percezione che il sistema non premi davvero il merito. Ed è qui che si colloca una responsabilità storica precisa.

La politica italiana, negli ultimi trent’anni, ha preferito la governabilità alla rappresentanza, la semplificazione al radicamento, la leadership personale alla costruzione collettiva. Ha indebolito i partiti senza costruire istituzioni alternative di selezione. Ha demolito il vecchio sistema senza sostituirlo con uno più esigente. Ha scambiato la velocità per efficienza, l’investitura per competenza.

È una scelta, non una fatalità.

A questa fragilità si è sommata l’espansione del regionalismo. Con la riforma del Titolo V del 2001 si è ampliata l’autonomia delle Regioni con l’idea di avvicinare le decisioni ai cittadini. L’autonomia è uno strumento potente. Ma non è neutro. Amplifica ciò che trova. Se trova classe dirigente solida, produce innovazione. Se trova debolezza, produce diseguaglianza.

Negli ultimi vent’anni il contenzioso tra Stato e Regioni davanti alla Corte costituzionale è diventato strutturale. Centinaia di conflitti di attribuzione. Competenze concorrenti trasformate in competenze confuse. Responsabilità che si spostano a seconda della convenienza.
La sanità è il punto in cui tutto questo diventa concreto.

Formalmente il diritto alla salute è identico per tutti. Sostanzialmente no. Ogni anno miliardi di euro si muovono lungo la direttrice Sud-Nord per la mobilità sanitaria. Regioni in piano di rientro permanente convivono con sistemi più efficienti altrove. Liste d’attesa che diventano rinuncia alle cure. Il diritto costituzionale che si trasforma in variabile territoriale.

Non è soltanto un divario economico. È un divario di qualità amministrativa. Ed è un divario di selezione politica. Perché la sanità è il luogo dove competenza, visione e responsabilità si misurano senza alibi. Se la classe dirigente è fragile, l’autonomia non riduce il divario: lo cristallizza.

La pandemia ha reso evidente ciò che era già strutturale. Ordinanze divergenti, conflitti tra governo centrale e presidenti di Regione, comunicazioni non coordinate. In piena emergenza sanitaria, il Paese ha scoperto di avere più centri decisionali che capacità di sintesi. Il problema non è l’autonomia in sé. È la combinazione tra autonomia ampia e selezione debole.

Una democrazia complessa richiede partiti robusti. Luoghi di formazione, di confronto, di selezione severa. Richiede regole elettorali che restituiscano agli elettori la scelta delle persone. Richiede trasparenza nella costruzione delle liste. Richiede che la responsabilità non sia un concetto retorico ma un criterio di carriera. Senza questi presidi, l’autonomia diventa feudo. E i feudi producono fedeltà, non eccellenza.

Ed è proprio quando si osserva la politica nei momenti in cui dovrebbe esprimere la massima lucidità che questa fragilità diventa evidente.

Una scena recente lo mostra con una chiarezza quasi didascalica. Pochi giorni prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, partecipava a Washington al Board of peace, un incontro internazionale promosso negli ambienti vicini alla nuova amministrazione americana. Durante quell’evento venivano distribuiti ai partecipanti i cappellini rossi con la scritta “Make America Great Again”, il simbolo politico del trumpismo. Il capo della diplomazia italiana veniva fotografato con quel cappello in mano. Un gesto che qualcuno ha liquidato come folklore politico. Ma che, osservato alla luce degli eventi successivi, assume un significato diverso.

Perché pochi giorni dopo la crisi esplode, e il governo italiano non sa nulla.

Gli Stati Uniti e Israele colpiscono l’Iran e il Medio Oriente entra in una nuova fase di tensione.
È il momento in cui la politica estera di un Paese dovrebbe mostrare chiarezza, autorevolezza, capacità di rappresentare con equilibrio gli interessi nazionali. E invece il quadro che emerge è confuso.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, ignaro di tutto si trova a Dubai in vacanza con la famiglia mentre l’escalation prende forma. Il ministro degli Esteri Tajani prova a spiegare una linea diplomatica che appare confusa e incerta, prima nelle interviste e poi in Parlamento. Il presidente del Consiglio Meloni sceglie di parlare a una radio privata mentre il Parlamento attende una sua comunicazione ufficiale sulla posizione dell’Italia in una delle crisi geopolitiche più delicate degli ultimi anni. I ministri spiegano linee diplomatiche incerte mentre l’opinione pubblica fatica a capire quale sia davvero la postura internazionale del Paese. Nelle numerose basi militari statunitensi presenti nel nostro territorio si registra intanto un dispiegamento di uomini e mezzi che non si vedeva da anni.

Non è una questione di protocollo. È una questione di statura istituzionale. La politica estera è il luogo dove una classe dirigente rivela la propria qualità. È il terreno dove si misura la capacità di rappresentare una nazione tra interessi divergenti, pressioni internazionali, equilibri delicati. Quando questa qualità manca, anche i gesti diventano simboli.

Il cappello esibito in una riunione politica straniera. L’assenza nei momenti decisivi. La difficoltà di parlare con una voce chiara nelle sedi istituzionali. Non sono episodi isolati. Sono la rappresentazione concreta di una crisi più profonda. La crisi della selezione e delle istituzioni. Il nodo non è tecnico. È culturale.

La Repubblica può continuare ad amministrare il proprio declino con una selezione fragile e autonomie diseguali. Oppure può ricostruire i meccanismi che rendono una democrazia esigente con se stessa.

Le democrazie non muoiono quando cambiano maggioranza. Cominciano a indebolirsi quando smettono di scegliere i migliori. E quando smettono di farlo, non perdono solo efficienza. Perdono equità. Perdono coesione. Perdono futuro.