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04/01/2026 ore 06.49
Opinioni

L’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, la tragedia della verità imperfetta

L’alternanza di giudizi contrastanti, la complessità delle prove, la loro interpretazione mutevole, nel tempo hanno finito per restituire l’immagine di un impianto probatorio solido nella forma, ma attraversato da incrinature sostanziali

di Ernesto Mastroianni

Alcuni fatti di cronaca, per la loro stessa struttura interna, cessano ben presto di essere mera notizia e si tramutano in figure emblematiche, in parabole civili, attorno alle quali una comunità intera continua a interrogarsi. Il caso Garlasco appartiene a questa categoria liminare, dove il dato giudiziario si intreccia inestricabilmente con la dimensione simbolica, e la ricerca della verità assume i contorni, talora dolorosi, di una tragedia moderna.

Garlasco non è più soltanto un luogo geografico, ma un nome che evoca un cortocircuito persistente tra accadimento e interpretazione, tra fatto e narrazione. Talvolta, è la rappresentazione di una verità che sfugge, che si sottrae alla presa definitiva, lasciando dietro di sé un senso di incompiutezza che né le sentenze né il tempo sono riusciti a dissolvere.

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Al centro della vicenda si staglia, con tutta la sua problematicità, la nozione di verità processuale: una verità costruita, regolata, normata, che nasce dall’urto fra perizie scientifiche, testimonianze fragili, ricostruzioni logiche e vincoli procedurali. Essa non pretende – né potrebbe farlo – di coincidere con la verità ontologica dei fatti, ma si configura come un esito possibile, formalmente fondato, all’interno di un perimetro giuridicamente definito. Nel caso Garlasco, tuttavia, tale verità si è mostrata, sin dall’inizio, segnata da fratture evidenti, da zone d’ombra che hanno continuato ad alimentare il dubbio, anziché placarlo.

L’alternanza di giudizi contrastanti, la complessità delle prove, la loro interpretazione mutevole, nel tempo hanno finito per restituire l’immagine di un impianto probatorio solido nella forma, ma attraversato da incrinature sostanziali. Crepe che non hanno impedito il verdetto, ma ne hanno accompagnato l’intero percorso, rendendolo oggetto di una perenne contestazione morale e intellettuale.

Su questo terreno già instabile, si è innestato l’intervento massiccio dei media, che hanno progressivamente sottratto il caso alla sua sede naturale – l’aula di giustizia – per trasferirlo nello spazio ipertrofico della rappresentazione pubblica. È qui che Garlasco si è trasformato in un processo parallelo, celebrato quotidianamente sui giornali, nei salotti televisivi (e più recentemente) nelle arene digitali dei social network. Un processo privo di garanzie, ma ricchissimo di giudizi; privo di competenza, ma saturo di certezze apodittiche.

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È lecito, a questo punto, affermarlo con chiarezza: la giustizia non può essere amministrata per acclamazione! Il processo non è, e non deve diventare, un dispositivo narrativo affidato all’emotività collettiva o al tribunale fluttuante dell’opinione pubblica, composta in larga misura da soggetti estranei alla complessità tecnica del diritto penale e della metodologia probatoria. La partecipazione emotiva è comprensibile; la sostituzione del giudizio giuridico con la convinzione personale è, invece, profondamente pericolosa.

Quando la verità giudiziaria viene sottoposta al vaglio incessante dei social, essa si deforma, si semplifica, si riduce a slogan. Anche perché, l'opinione pubblica di qualche anno fa era quella televisiva, in cui le voci giornalistiche venivano per lo più selezionate. Con l'avvento dei social, questa selezione è venuta meno.

La prova diventa indizio suggestivo, il dubbio si tramuta in sospetto assoluto, la presunzione di innocenza si dissolve sotto il peso della percezione collettiva. In questo slittamento, ciò che viene meno non è soltanto l’equilibrio del singolo processo, ma la credibilità stessa dell’idea di giustizia come esercizio razionale e responsabile.

Che cosa resta, dunque, di Garlasco, a distanza di anni? Resta una ferita ancora aperta, che riguarda anzitutto la memoria della vittima, troppo spesso offuscata dal rumore di fondo delle polemiche. Resta un senso di inquietudine che investe l’intero corpo sociale, chiamato a confrontarsi con i limiti strutturali della conoscenza giudiziaria. Resta, soprattutto, una domanda irrisolta che non chiede risposte facili, ma consapevolezza critica.

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Forse ciò che deve ancora emergere non è una verità ulteriore, ma una diversa postura collettiva di fronte al dubbio. La capacità di accettare che la giustizia operi nel segno dell’imperfezione, senza per questo essere delegittimata; che il silenzio delle zone d’ombra non autorizzi il clamore dell’arbitrio; che non tutto ciò che resta oscuro può essere rischiarato dalla luce abbagliante dell’opinione pubblica.

Garlasco, in ultima analisi, si configura come una tragedia della modernità giuridica: non perché la verità sia assente, ma perché essa si presenta frammentata, plurale, irriducibile a una sintesi pacificante. Ed è in questa frattura, tra il bisogno umano di certezze e la realtà ostinata della complessità, che continua a consumarsi il suo lascito più doloroso.

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