Orban, Trump e il Papa: i passaggi chiave della nuova fase di Meloni
Gli ultimi eventi internazionali segnano un cambio di passo per la premier, sempre più orientata verso un ruolo autonomo e credibile in Europa
La sinistra vede nella sconfitta di Orban e nella gratuita offesa di Trump a Leone XIII due colpi assestati alla credibilità della Meloni.
In verità, questi due eventi hanno offerto alla Meloni la possibilità di sganciarsi da amicizie ingombranti, maturate prima del periodo in cui gli elettori "conservatori" europei non avevano più una casa e si sono trovati a dover scegliere tra governi di larghe intese con la sinistra o accettare di votare per chi aveva contestato l’abbraccio con i progressisti delle tasse e dell’immigrazione senza limiti.
È questa situazione che ha portato FdI dal 5% al 27%, Le Pen al 30% e AfD al 25%. Grande parte dei nuovi elettori della Meloni l’ha scelta come “male minore”, superando così aspetti non facilmente digeribili, come il passato nel Fronte della Gioventù e le amicizie con la destra estrema europea.
Arrivata al governo, Meloni ha dovuto tener conto di questi nuovi elettori, divenuti la maggioranza del suo consenso, e ha avviato un processo di mediazione tra i vecchi amici “nazionalisti” europei, come Orban, i MAGA di Trump in America e la destra liberale europea, come la CDU tedesca, Tusk in Polonia e gli eredi di Berlusconi in Italia.
La guerra in Ucraina le ha offerto una visibile occasione per staccarsi dalla destra estrema, prendendo posizione contro Putin. Così Meloni è stata vista dalla stampa internazionale e da molti elettori come una mediatrice essenziale tra Trump, Orban e la fragile Von der Leyen, che ben esprime l’incerta esistenza di un’Europa incapace di decidere alcunché che non siano regolamenti inutili.
L’arrivo di Peter Magyar a Budapest non è la vittoria della sinistra, ma di una destra molto simile a FdI; infatti, il primo discorso del nuovo leader ungherese saluta la Meloni come un punto di riferimento. Il video di Giorgia, di sostegno a Orban, è stato declassato a un inevitabile saluto di addio.
Gli elettori della destra liberale europea cercano casa. La stanno cercando anche in Francia, dove gli eredi di De Gaulle non possono riconoscersi nella inconsistenza del giovane Macron e, se Le Pen lascerà spazio a Bardella, è possibile che avvenga qualcosa di simile a quanto accaduto in Italia.
Infine, la inutile offesa di Trump al Papa ha consentito di ricondurre il rapporto con il presidente americano sul piano della necessità e non più dell’amicizia ingombrante per un leader europeo.
Oggi Meloni, salutando il nuovo leader ungherese e dissociandosi da Trump nelle critiche al Papa, è più credibile come leader italiano di un partito “liberal-conservatore” e, se volesse farlo, anche come ispiratrice di una Federazione europea, essenziale per necessità ma che dovrà esserlo anche per compiti e struttura, a cui dare credibilità e un ruolo di alleato autonomo degli Stati Uniti, non ostile alla Russia se abbandonerà le sue pretese imperiali in Europa.
La sinistra, che esulta per la sconfitta di Orban e per le gaffe di Trump, amico di una Giorgia definita fascista, farebbe meglio a preoccuparsene.