Sezioni
Edizioni locali
24/05/2026 ore 21.00
Opinioni

Ostetrica o nutrice? A chi s'ispira il desiderio di insegnare nella scuola e nell'università di oggi?

Si sta iniziando a considerare il diritto dello studente a partecipare alla costruzione di un discorso comune e a rivedere i rapporti di potere che regolano i processi formativi: ma quanto siamo davvero vicini a questo ideale?

di Alessandro Gaudio

Sono da tempo convinto che il desiderio di apprendere scaturisca dall’incontro con qualcuno che ha saputo incarnare il desiderio di insegnare. Non si tratta di una tecnica, ma quasi quasi di un contagio. Perché il desiderio di insegnare non implica affatto, come si potrebbe credere, il possesso del sapere che in un secondo tempo viene, appunto, trasmesso o versato. Il desiderio di insegnare contiene sempre un desiderio di imparare che non si estingue.

Ci viene incontro l'etimologia. Si sa bene che quella più diffusa riconduce la parola “educare” a educere, che vuol dire “trarre fuori”. Tuttavia, c'è chi contesta questa ricostruzione, sostenendo che “educazione” derivi invece da educare, vale a dire “nutrire, tirare su, allevare, formare, istruire”. Secondo Ivano Dionigi, quando si tratta di educare è alla nutrix, alla nutrice, che bisogna pensare piuttosto che alla obstetrix, all'ostetrica.

In questa stessa direzione andrebbe anche il grande insegnamento di Socrate impresso nel Simposio di Platone. Di fronte all’illusione scolastica incarnata da Agatone che vorrebbe che il maestro (Socrate, per l'appunto) gli versasse il suo sapere nella testa offerta come una coppa vuota, introduce sorprendentemente il fatto che il primo gesto del maestro non sia quello di riempire, ma di svuotare per animare il desiderio di sapere.

Quello che Socrate mostra a un incredulo Agatone è che il sapere manca allo stesso maestro e in quanto mancante diviene oggetto di desiderio. In questo senso, l’arte di ogni maestro non è quella di riempire le teste, ma di aprire in esse dei buchi per mobilitare il desiderio di sapere.

È come se, per questa strada, potessimo provare a recuperare la simmetria del rapporto educativo inteso come pratica che consentirebbe ai maestri e agli studenti, entrambi soggetti che desiderano, di riconoscersi reciprocamente e dialetticamente, di educarsi insieme all'interno di una relazione autentica, non muovendosi verso una meta prestabilita, bensì esplorando in maniera congiunta il possibile. Partendo da questa apertura iniziale, l'apprendimento diventerebbe un'impresa comune che riguarderebbe tanto la sfera individuale, quanto quella sociale e culturale, tanto l'istruzione quanto l'educazione.

Sebbene la scuola e l'università stiano iniziando a considerare il diritto dello studente a partecipare alla costruzione di un discorso comune e a rivedere, dunque, i rapporti di potere che regolano i processi formativi, quanto, al giorno d' oggi, siamo davvero vicini a questo ideale?