"Ordo sine Mundo". Le parole di Papa Leone XIV direttamente dall'alto Medioevo
Nel tradizionale discorso di inizio anno al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede le tracce di una lenta, irreversibile marginalizzazione della Chiesa dalla vita reale degli esseri umani
Negli scorsi giorni, papa Leone XIV ha tenuto il tradizionale discorso di inizio anno al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. In quelle parole c’è qualcosa di straniante, di ostinatamente fuori tempo. Non si tratta soltanto di una riaffermazione dottrinale – che, per quanto discutibile, rientrerebbe nella fisiologia di un’istituzione millenaria – ma di una vera e propria regressione simbolica, di un arretramento consapevole verso una concezione dell’umano che precede non solo la modernità, ma la sua stessa possibilità.
Ciò che colpisce, prima ancora dei contenuti, è il gesto complessivo: l’impressione che, di fronte alle aperture, alle innovazioni simboliche, politiche e civili introdotte da Papa Francesco, Leone XIV abbia avvertito l’urgenza di rimettere ordine, di ristabilire una verticalità perduta, di ricondurre l’esperienza umana entro un perimetro rigidamente sorvegliato.
Perché tanto zelo restaurativo? Perché questa fretta di tornare indietro, di cancellare ogni ambiguità, ogni dubbio, ogni imperfezione umana? Perché tanta arretratezza da anno zero?
Sui diritti civili sembra di fare un viaggio nell'anno 20 d.C. Sul tema dell’aborto, il Papa parla con la consueta sicurezza di chi non ha mai dovuto negoziare con un corpo vulnerabile, esposto, attraversato da conflitti reali. La donna, come spesso accade in questo tipo di discorsi, non compare mai come soggetto morale pieno, ma come funzione biologica, come luogo simbolico su cui esercitare un controllo etico.
La vita, invocata con toni solenni, è una vita astratta, disincarnata, priva di contesto. Non c’è traccia della complessità delle scelte, del peso della responsabilità, del trauma che spesso accompagna l’interruzione di una gravidanza. C’è soltanto la riaffermazione di un principio che, proprio perché assoluto, finisce per essere disumano.
Difendere la vita, in questo schema, significa sottrarre alle donne il diritto di decidere su sè stesse. È una teologia che non ascolta, ma ordina. Non comprende, ma dispone.
Ancora più inquietante è la posizione sul fine vita, dove la retorica della sacralità scivola senza imbarazzo nella glorificazione della sofferenza. Il dolore viene nobilitato, quasi celebrato. La volontà individuale, invece, trattata come una tentazione da reprimere.
Qui la libertà non è mai contemplata come valore etico. L’individuo sofferente non è soggetto di scelta, ma oggetto di una pedagogia del dolore che pretende di insegnare qualcosa attraverso l’agonia. È un’impostazione che confonde la dignità con la resistenza forzata, la vita con il suo prolungamento ad ogni costo.
Più che difendere la vita, sembra di assistere a una difesa ostinata del potere di decidere sulla vita e sulla morte altrui.
Quando Leone XIV affronta la gestazione per altri (nota anche come "maternità surrogata") il registro si fa ancora più anacronistico. Nessuna distinzione tra sfruttamento e autodeterminazione. Nessuna analisi delle condizioni materiali. Nessuna attenzione alle soggettività coinvolte.
La complessità viene semplicemente espulsa dal discorso. La donna torna a essere oggetto di tutela paternalistica, mai soggetto capace di scelta. La morale, ancora una volta, serve a ristabilire un controllo simbolico sulla riproduzione, sulla famiglia, sull’origine della vita. È una condanna che dice molto meno sulle donne e molto di più sulla vergognosa ansia di controllo da parte della chiesa.
E non finisce qui. L’attacco all’iniziativa "My Voice My Choice" (la mia voce la mia scelta) rivela con chiarezza il nucleo ideologico di questo pontificato. Ciò che disturba non è tanto l’aborto, quanto l’idea che la scelta possa precedere il magistero; che la coscienza individuale possa rivendicare autonomia. La voce, appunto. Una voce che non chiede permesso, che non si inginocchia, che non delega. È questa la vera eresia contemporanea agli occhi di Leone XIV: la libertà come fondamento etico, non come concessione.
Da Francesco a Leone: dall'età contemporanea all'anno zero
Papa Francesco aveva compreso che la Chiesa non poteva più parlare come se il mondo non fosse cambiato. Aveva introdotto il dubbio, la frattura, il tentativo di ascolto.
Leone XIV sembra aver vissuto tutto questo come una minaccia. Ha scelto la via della chiusura, della nettezza, della restaurazione. Non un ritorno agli anni trenta del Novecento, ma un balzo all’indietro che ci riporta simbolicamente all’anno zero, prima dei diritti, prima della coscienza moderna, prima che l’individuo osasse pensarsi libero.
Una Chiesa che parla in questi termini non intercetta più nessuno, se non qualche bigotto di quartiere.
I giovani non se ne andranno per ribellione, ma per estraneità. Perché non riconosceranno in questo linguaggio alcuna traccia della loro esperienza, della loro idea di dignità, della loro libertà. Mentre Leone XIV crede di difendere un ordine morale eterno, finisce per accelerare il processo più pericoloso di tutti: la lenta, irreversibile marginalizzazione della Chiesa dalla vita reale degli esseri umani.
Non per persecuzione, ma per disinteresse.
Se questa è la traiettoria che la Chiesa intende ostinatamente seguire, allora il suo destino non è quello tragico delle istituzioni abbattute dalla storia, ma quello assai più umiliante delle strutture che si spengono per consunzione, lentamente, senza clamore, mentre continuano a parlare un linguaggio che nessuno riconosce più come proprio. Non verrà travolta, né perseguitata, né confutata: verrà semplicemente abbandonata, perché incapace di abitare il tempo presente senza volerlo disciplinare. E mentre difenderà con inflessibile zelo un ordine morale che non persuade più nessuno, vedrà dissolversi, generazione dopo generazione, la propria presa simbolica sul mondo, fino a ridursi a reliquia autoreferenziale, custode di verità non più condivise, parlata soltanto da chi confonde l’eternità con l’immutabilità. A quel punto, la fine non avrà neppure la dignità del crollo: avrà la forma più crudele e definitiva di tutte, l’irrilevanza assoluta.