Pensiero corto, lingua lunga: anatomia elementare della mente calabrese contemporanea
Secondo l’Istat, il 64% dei calabresi parla il dialetto in famiglia, superando Sicilia e Campania, e resta ai vertici anche tra amici
Secondo un recente rapporto dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) sull’uso della lingua italiana e dei dialetti, la Calabria occupa stabilmente i primi posti nella classifica nazionale relativo all'impiego dei dialetti rispetto all'italiano nella vita quotidiana. Il 64% dei calabresi dichiara di usare esclusivamente o prevalentemente il dialetto in famiglia, percentuale che supera quella di regioni considerate fortemente dialettofone come Sicilia (61,5%) e Campania (61%). Anche nelle conversazioni tra amici la Calabria resta ai vertici: 60,1%, subito dopo la Campania (61,3%) e prima della Sicilia (57,9%).
Presi da soli, questi numeri potrebbero sembrare soltanto curiosità sociolinguistiche o note di colore sulla persistenza dei dialetti nel Mezzogiorno, ma diventano molto più interessanti se li si colloca dentro una questione teorica più ampia: la relazione tra linguaggio e pensiero. È noto, infatti, che gran parte della linguistica e della psicologia cognitiva considerino il linguaggio lo strumento principale con cui gli esseri umani organizzano l’esperienza. Non si tratta soltanto di comunicare ciò che si pensa: è attraverso il linguaggio che impariamo a pensare.
La lingua non è, dunque, un semplice mezzo espressivo. È una struttura simbolica che consente di classificare il mondo, costruire categorie, formulare generalizzazioni, stabilire rapporti di causa ed effetto, immaginare scenari futuri e reinterpretare il passato. Interiorizzando le strutture linguistiche, ciascuno di noi, a prescindere dal proprio censo e dalla propria formazione, interiorizza anche una certa architettura mentale: un modo specifico di articolare la realtà. In questo senso, non è un’iperbole sostenere che la struttura del pensiero riflette, almeno in parte, la struttura del linguaggio dominante in una determinata cultura. Se questo è vero in generale, allora i dati sull’uso del dialetto in Calabria diventano una piccola finestra sulla forma elementare dell’immaginazione sociale contemporanea.
Naturalmente non bisogna cadere nella tentazione folkloristica o moralistica di considerare il dialetto un limite in sé: una lingua è diversa da un gergo, proprio perché, per essere tale, assolve tutte le funzioni comunicative. D'altronde, si può parlare di lingua se tra le proprie caratteristiche ha l’onnipotenza semantica, cioè la capacità di parlare di tutto distanziandosi dagli stimoli, attributo non presente nei codici, anche quelli complessi come la matematica. In quest'ottica, la differenza tra lingua e dialetto sta nell'espansione geografica e nel riconoscimento politico e non risiede certamente nella funzione detenuta. Tant'è vero che i dialetti italiani sono sistemi linguistici complessi, spesso ricchissimi dal punto di vista espressivo.
È chiaro, quindi, come il problema non sia ovviamente il dialetto in quanto tale, ma il meccanismo mentale che attiva. Quando una comunità utilizza quasi esclusivamente il registro linguistico domestico – quello delle relazioni familiari e della socialità immediata – il rischio è che l’orizzonte simbolico resti confinato entro schemi di pensiero quasi esclusivamente concreti e situazionali. Il dialetto, soprattutto nella sua forma orale quotidiana, tende infatti a privilegiare la prossimità: il qui e ora, la relazione personale, l’evento concreto. Funziona perfettamente per raccontare ciò che accade nel vicinato, per discutere di persone, per commentare fatti immediati. Molto meno per costruire discorsi astratti, analisi sistematiche o progetti a lungo termine. Non perché sia incapace di farlo in linea di principio, ma perché storicamente non è stato sviluppato per questi usi.
Qui si inserisce il discorso su quella che potremmo chiamare – con ironia soltanto apparente – l’articolazione elementare della mente calabrese contemporanea. Non elementare nel senso di primitiva, bensì composta da alcuni elementi ricorrenti: famiglia, paese, cerchia degli amici, evento immediato, commento personale. Il mondo viene interpretato come una rete di relazioni concrete piuttosto che come un sistema di strutture astratte. È una mentalità profondamente narrativa, ma poco sistematica. Si ragiona per episodi più che per modelli; per esempi più che per concetti; per intuizioni più che per categorie.
Non è difficile riconoscere questa struttura anche nel dibattito pubblico locale. La discussione politica raramente si organizza attorno a programmi o analisi strutturali: tende piuttosto a concentrarsi sulle persone, sui caratteri, sulle simpatie, sulle antipatie. Non si discute tanto di sistemi quanto di individui. Il risultato è una sorta di antropologia spontanea del potere: chi è affidabile, chi è furbo, chi è “uno dei nostri”. È il trionfo della psicologia spicciola sul pensiero istituzionale. Questo non significa, ovviamente, che i calabresi siano incapaci di pensiero astratto. Significa piuttosto che la disposizione psichica quotidiana fornisce pochi incentivi a esercitarlo. Se il linguaggio della vita sociale resta quello della familiarità immediata è difficile che si sviluppi spontaneamente un lessico condiviso per analizzare fenomeni complessi.
Il paradosso è che proprio questa semplicità mentale possiede anche un lato seducente. In un’epoca dominata da un linguaggio tecnocratico e spesso incomprensibile, la concretezza del dialetto conserva quanto meno un rapporto diretto con l’esperienza. Dove l’italiano burocratico produce circonlocuzioni eufemistiche, il dialetto taglia corto. Dove il discorso pubblico nazionale moltiplica categorie astratte, il dialetto restituisce un giudizio immediato. Il problema nasce quando questa immediatezza diventa l’unico strumento disponibile per interpretare il mondo.
Allora il pensiero tende a ridursi a una serie di reazioni elementari: approvazione, disapprovazione, ironia, sospetto. Una grammatica mentale minima che, magari, funziona per la vita quotidiana, ma fatica a reggere la complessità della modernità. In questo senso, i dati dell’Istat non descrivono soltanto una preferenza linguistica. Raccontano un'articolazione del pensiero in cui la socialità è ancora più forte dell’astrazione, la relazione più importante del sistema, la parola immediata più efficace del concetto.
La mente calabrese contemporanea – almeno nella sua forma sociale più diffusa – resta dunque profondamente concreta: ricca di immagini, di storie, di giudizi rapidi. Una mente che parla molto e concettualizza poco. E forse è proprio questa, oggi, la sua cifra più riconoscibile: una lingua lunga che continua a inseguire un pensiero corto. Non per incapacità, ma per abitudine.