Per sempre (forse) sì! Sal Da Vinci e il referendum della giustizia
Il trionfo di Sal Da Vinci genera interrogativi sulla politicizzazione involontaria dell’arte. Il “per sempre sì” trascende il dibattito giuridico, sospingendo la democrazia diretta in un regno emotivo
In principio fu il sì. "Per sempre sì!" intonato con ardore da Sal Da Vinci. Ed ecco che la romanza sentimentale, nata per suggellare amori e promesse d’eternità, si ritrova, per misteriosa eterogenesi dei fini, a fornire la cifra spirituale del prossimo referendum sulla giustizia.
Il Paese, già provato da una certa vertigine normativa, si scopre improvvisamente immerso in una tonalità lirica che mal si concilia con la prosa severa dei codici. “Per sempre sì”: formula apodittica, priva di subordinate, aliena da ogni cautela dubitativa. Eppure, quale miglior commento musicale alla consultazione popolare che ci attende? Il quesito referendario, con le sue implicazioni sulla separazione delle carriere, sull’autonomia della magistratura, sull’architettura delicatissima dell’equilibrio dei poteri, viene così sospinto in un orizzonte emotivo in cui la ragione argomentativa cede il passo alla dichiarazione assoluta.
Ma la vera domanda da porsi a questo punto è: "ma Sal Da Vinci, proprio ora, in questo dato momento storico doveva uscirsene vincitore dal Festival di Sanremo con questa canzone?" Dove sono gli indignati? Come mai nessuno ha ancora attaccato Sal Da Vinci di lanciare ingiusti messaggi politici?
L’elettore, novella incarnazione del giurista dilettante, si aggira fra commi e capoversi con l’aria assorta, come quella che avrà quando si troverà con la matita in mano all'interno della cabina elettorale.
In tale contesto, la canzone assurge a paradigma politico. Il “per sempre” abolisce il tempo storico; il “sì” annulla il dissenso; l’intonazione trascende il dibattito. La democrazia diretta si fa romanza, il diritto positivo evapora in diritto emotivo, la cabina elettorale si trasfigura in quinta teatrale. Si potrebbe quasi proporre — con sobria ironia — la sostituzione delle urne con leggii e dei presidenti di seggio con maestri concertatori.
Talvolta, in questa sinfonia dell’assenso perpetuo, qualcosa stona. Mi meraviglio, con un filo di sgomento degno delle cronache rivoluzionarie, che non si siano ancora levate flotte in rivolta: vascelli carichi di esegeti del diritto costituzionale pronti a solcare mari tempestosi al grido di “abbasso l’acquiescenza melodica!”. Possibile che nessuno abbia ancora issato il vessillo del dubbio metodico contro l’imperialismo del ritornello?
Proprio ora, nel pieno di una stagione in cui la giustizia è materia incandescente e la discussione pubblica avrebbe bisogno di lessici analitici, di glosse minuziose, di pazienti esegesi, doveva irrompere un sì perpetuo, così rotondo, così seducente, così temerariamente definitivo? Non bastavano le polarizzazioni cittadine a densità variabile di competenza, le opposte tifoserie che già brandiscono la scheda elettorale come vessillo identitario? Occorreva anche la consacrazione canora dell’assenso senza condizioni?
Per sempre? Forse.
Sì? Dipende.