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09/03/2026 ore 12.22
Opinioni

Referendum, giustizia e politica: il conflitto mai risolto

Dal clima degli anni ’90 al referendum di oggi, il rapporto tra magistratura e politica continua a segnare la vita istituzionale italiana. La riforma proposta rischia di essere solo l’ultimo capitolo di questo confronto

di Mario Tassone

Da molto tempo sto cercando di capire qual è il vero oggetto del contendere del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Confesso che non sono riuscito a trovare alcun elemento che abbia davvero a che fare con la complessa problematica della giustizia. Mi sono convinto che ci troviamo di fronte a un falso.

L’oggetto del contendere non è la riforma della giustizia, che di fatto non c’è, ma il mai sopito obiettivo di prevalere tra magistratura e politica: ieri come oggi, per ciò che ne rimane, anche all’interno della stessa magistratura. I cittadini sono indotti a credere che la legge approvata sulla separazione delle carriere apra percorsi virtuosi per affrontare i processi lunghi e per superare la fragilità di strutture insufficienti e scarsamente retribuite. In realtà, se passano i Sì o i No nulla cambierà.

Se il referendum dovesse confermare la legge Meloni–Nordio, si chiuderà ogni, pur debole, prospettiva per una vera riforma della giustizia, oggi sostanzialmente negata da una legge che rappresenta un vulnus alle garanzie costituzionali. Se esiste soltanto l’interesse a condizionare o a prevalere, significa che non solo l’amministrazione della giustizia è gravemente malata, ma che anche la democrazia, la tutela dei diritti e la libertà dell’Italia sono a pezzi.

Nel clima eversivo della metà degli anni ’90, una parte della magistratura fu influenzata a infliggere colpi ben assestati ai partiti che avevano governato il Paese. Furono ondate, di sinistra e di destra, che indicarono l’obiettivo da abbattere. La politica crollò e iniziò l’avventura di un Paese che da allora non riesce a trovare pace ed equilibrio.

Non riesco a comprendere i penalisti e molti altri che ritengono che la riforma in questione assicuri la terzietà dei giudici e mitighi il potere delle procure. Come può avvenire tutto questo quando il GIP è lasciato senza mezzi per poter fornire adeguati riscontri al lavoro e alle richieste delle procure? Ci troviamo di fronte a fenomeni di occultamento della reale situazione. La storia è piena di eterogenesi dei fini.

Infatti, chi pensa a un riequilibrio del potere delle procure rischia di ottenere l’effetto opposto: le procure avranno più forza e più mezzi, con un loro Consiglio Superiore, mentre i giudici resteranno deboli e privi di risorse, anche se dotati di un proprio Consiglio Superiore. Infine, ciò che non si può tollerare è lo stravolgimento delle prerogative del Capo dello Stato con la creazione della Corte di Disciplina, che sottrae competenze attualmente attribuite al Consiglio Superiore della Magistratura, il cui presidente è il Capo dello Stato. Si tratta di una grave eliminazione di una prerogativa importante e delicata.

Secondo la riforma, infatti, il Capo dello Stato presiederà i due Consigli Superiori — per gli inquirenti e per i giudicanti — che tuttavia non avranno più competenza sui provvedimenti disciplinari. Invece di rafforzare il ruolo del Capo dello Stato, oggi già ridotto a una funzione quasi para-onorifica, si avvia la fase preparatoria del progetto del premierato.

L’obiettivo sembra essere tutto il potere al premier, senza gli intralci di un Parlamento diroccato e di un Presidente della Repubblica dimezzato, sempre che non si arrivi persino a eliminarne il ruolo. Votare No significa respingere le false riforme e non disperdere tutte le energie necessarie affinché si rafforzi lo Stato di dirittoLa contesa vera è questa. Il resto, come dicevamo, è un falso ben costruito da illusionisti che non sono mai mancati, con qualche “supporter” del tutto inadeguato.