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22/02/2026 ore 12.13
Opinioni

Referendum sulla giustizia: una riforma dello Stato, non l’occasione per uno scontro politico

Confondere volutamente il piano politico con quello ordinamentale è il primo errore che inquina il dibattito spostando l’attenzione su questioni ipotetiche e aleatorie che niente hanno a che vedere con la riforma nel senso tecnico

di Francesco Viafora

Premesso che voterò SI e che rispetto pienamente chi voterà NO al Referendum sulla Riforma della Giustizia, mi preme chiarire che la riforma della separazione delle carriere non riguarda la contesa tra partiti. Riguarda l’architettura dello Stato. Confondere volutamente il piano politico con quello ordinamentale è il primo errore – spesso non ingenuo – che inquina il dibattito spostando l’attenzione su questioni ipotetiche e aleatorie che niente hanno a che vedere con la riforma nel senso tecnico. Secondo il nostro ordinamento, la magistratura non è un attore politico, ma rappresenta uno dei tre poteri necessari in uno Stato democratico. La sua funzione non è rappresentare istanze ideologiche, ma garantire l’applicazione imparziale della legge, legge che anche i magistrati sono tenuti a rispettare. Proprio per questo, la distinzione tra funzione requirente che conduce le indagini (pubblico ministero) e funzione giudicante non è una questione politica, o di sotttomissione del potrere giudiziario a quello esecutivo, ma è una questione di garanzia per il cittadino. In una democrazia matura, chi accusa, non dovrebbe essere percepito come appartenente alla stessa funzione di chi giudica. Anche quando l’imparzialità è soggettivamente integra, la struttura ordinamentale deve apparire neutra.

La giustizia, in uno Stato di diritto, non deve solo essere imparziale: deve risultare tale e deve produrre una serie di contrappesi di garanzia. In questo senso, la separazione delle carriere rafforza la terzietà dell’organo giudicante. Non indebolisce la magistratura. La specializza. La responsabilizza e la rende più coerente con il principio accusatorio, già previsto dall’articolo 111 della Costituzione, che stabilisce il giusto processo e l’equilibrio tra accusa e difesa. Chi teme la separazione come un attacco all’indipendenza, in realtà confonde indipendenza con indistinzionee funzionale e con protezione corporativista. Su di un piano tecnico la confusione è enorme, perchè l’indipendenza della magistratura viene garantita dall’articolo 104 della Costituzione (“La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”), non dalla promiscuità delle carriere. Autonomia non significa fusione delle funzioni. Significa equilibrio istituzionale.

Un’altra confusione è rappresentata dal fatto che si afferma che la separazione allontanerebbe l’Italia dalle democrazie europee, ma questo è totalmente falso ed inesatto. Nelle democrazie mature europee la separazione delle carriere non è una rivoluzione o una norma di recente genesi. È la normalità. In Francia, il pubblico ministero appartiene a un corpo distinto rispetto ai giudici. L’ordinamento riconosce chiaramente la differenza tra chi esercita l’azione penale e chi giudica. La struttura istituzionale garantisce che il giudice sia terzo rispetto all’accusa. In Germania, il pubblico ministero è inserito in un sistema organizzativamente distinto dal giudice. Anche qui la distinzione serve a preservare la chiarezza dei ruoli e la responsabilità funzionale. Non si tratta di modelli autoritari o con rating di democrazia bassi, ma si tratta di nanzioni con uno stato di diritto maturo. Si tratta di ordinamenti che hanno attraversato il Novecento come baluardi dei valori democratici occidental. La separazione delle carriere non ha mai messo in discussione l’indipendenza della magistratura in quei Paesi. L’ha resa più leggibile. E leggibilità significa fiducia e rispetto per le istituzioni e la loro terzietà. La Costituzione italiana è chiara. L’articolo 101 afferma che “La giustizia è amministrata in nome del popolo” e che “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. L’articolo 104 sancisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. L’articolo 107 disciplina le garanzie dei magistrati. In nessuna parte la nostra Costituzione colloca la magistratura “al di sopra” dei poteri dello Stato. Essa è uno dei poteri, è interna allo Stato. Non un contro-potere sovraordinato. Non una coscienza etica superiore. Non un potere moralmente investito di funzione correttiva della politica. Quando alcuni esponenti politici – soprattutto nell’area progressista – suggeriscono quasi che la magistratura debba porsi come baluardo superiore rispetto agli altri poteri, introducono una torsione concettuale pericolosa che mette in crisi i principi democratici. Lo Stato costituzionale vive di equilibrio, non di primazie morali o di autorità al di fuori della legge.

Inoltre la separazione delle carriere non scardina la separazione dei poteri. La rende coerente con il modello accusatorio già presente nell’ordinamento. È curioso che proprio una parte della cultura giuridica che per decenni ha sostenuto la necessità della distinzione – storicamente presente anche nel dibattito interno al PCI – oggi la respinga in nome di una difesa identitaria che non posa su nessun dato reale ed oggettivo, ma su di una contrapposizione di cui non si sente la necessità. Come non si sente la necessità di una lettura del reale che scende nel terreno della lotta tra ultras, come in uno stadio di calcio. Le dichiarazioni di magistrati molto in vista come Nicola Gratteri – quando presentano la riforma come un pericolo per la democrazia – appaiono più politiche che tecniche. E questo è un problema perchè operano una lettura emotiva, priva di contenuti tecnici. Un rappresentante delle istituzioni dovrebbe argomentare nel merito, non evocare scenari apocalittici in cui la parte peggiore del paese è sempre quella che non la pensa come lui. La contrapposizione frontale rischia di tradursi in una delegittimazione implicita del cittadino chiamato a votare, in una sua mortificazioe comne soggetto detentore di un diritto sacro come quello del voto. Poi il peggio viene messo in campo quando il dibattito scende ancora più in basso e si riduce a “se vota SI Salvini allora è la riforma è sbagliata, siamo nel terreno della tifoseria. Non dell’analisi costituzionale. Lo Stato non può essere governato da simpatie o antipatie personali. Una riforma non è giusta o sbagliata in base a chi la sostiene.

È giusta o sbagliata in base alla sua coerenza con l’ordinamento.
La confusione concettuale che si può facilmenente cogliere in come viene gestito il dibattito pubblico, non è frutto di ignoranza, ma viene usata come strumento consapevole di egemonia culturale. Non nasce per errore: viene prodotta, amplificata, normalizzata e comunicata come emozione. In questo processo di informazione separata dal merito, un ruolo decisivo è svolto dai media mainstream, che raramente affrontano la riforma sul piano tecnico-costituzionale. La comunicazione prevalente non è analitica, ma emotiva. Non spiega: semplifica. Non chiarisce: polarizza. Non informa: orienta le due diverse fazioni. Titoli allarmistici, narrazioni emergenziali, metafore di chiamata alle armi, richiami alla “fine dello Stato di diritto” o al “controllo politico dei giudici” costruiscono un clima percettivo in cui il cittadino non è messo nelle condizioni di comprendere, ma solo di reagire. La complessità viene sacrificata sull’altare dell’impatto emotivo. La disinformazione, in questo contesto, non opera solo attraverso notizie false. Opera soprattutto attraverso deformazioni selettive: omissioni, semplificazioni estreme, accostamenti suggestivi, cornici interpretative precostituite. Si crea così una realtà narrativa parallela, nella quale la separazione delle carriere viene sistematicamente assimilata alla subordinazione del potere giudiziario. Se si riesce a far credere che distinguere le funzioni significhi indebolire l’autonomia, si sposta il piano della discussione. Il confronto giuridico viene sostituito da una mobilitazione identitaria. La riflessione viene sostituita dall’allarme. Il diritto viene rimpiazzato dal riflesso emotivo. Si attiva la paura, si attiva la rabbia, si mobilita l’appartenenza e si costruisce un nemico simbolico. In questo modo, il dibattito pubblico smette di essere uno spazio di deliberazione razionale e diventa un’arena di reazioni condizionate. Il cittadino non è più un soggetto critico, ma un terminale comunicativo, chiamato a schierarsi prima ancora di comprendere. Nella gestione delle notizie viene messo in atto esattamente ciò che Foucault descrive come governo attraverso il discorso: non l’imposizione diretta, ma la gestione preventiva delle categorie con cui si pensa il reale. Ma lo Stato costituzionale non si fonda sull’allarme permanente. Non si regge sulla semplificazione emotiva, ma vive della partecipazione matura, razionale e consapevole.

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