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30/03/2026 ore 12.42
Opinioni

Ripartiamo dal No al referendum per ripristinare le regole democratiche da troppo tempo sospese

I risultati del voto del 22 e 23 marzo aprono il cuore alla speranza: c’è un popolo che si è messo in cammino. Questo può essere l’avvio di un ritorno alla politica e alla difesa dello Stato di diritto

di Mario Tassone

I risultati del referendum sulla riforma della separazione delle carriere dei magistrati sono stati commentati variamente. L’attenzione, però, non si è sufficientemente concentrata sul vero tema della riforma.
La normativa riproponeva il dilatarsi degli spazi dell’Esecutivo; creava situazioni contorte con ricadute negative sulla amministrazione della giustizia, sulla celerità dei processi, sulla certezza del diritto e quant’altro.

Più volte dall’Europa son venuti richiami per ritardi inaccettabili, procedure di infrazione.
Allora il vero motivo che ha mosso “i riformatori” è stato quella di avviare una fase nuova di ripensamento degli equilibri fra poteri e delle garanzie democratiche, su cui è nata e si regge la nostra Costituzione.

Non era solo e prevalente l’interesse per una “giustizia giusta”, termine assurdo, ma per una riforma apripista ad altre riforme: sistema elettorale dove anche la residuale modesta scelta dei parlamentari verrebbe negata agli elettori non prevedendo i collegi uninominali con più candidati concorrenti.

La “madre delle riforme” dovrebbe essere il premierato, che segnerebbe il definitivo snaturamento della Costituzione repubblicana e l’approdo all’autocrazia.

I no referendari hanno bloccato questo disegno? Speriamo. Conforta che gran parte di elettori, soprattutto giovani, abbiano scelto senza farsi condizionare. Non vedo difese granitiche della nostra storia democratica nelle tribù, che si sono sostituite ai partiti.

La maggioranza di governo si è esposta con provvedimenti non proprio liberali, ma anche l’opposizione ha sostenuto posizioni che hanno diroccato il Parlamento. Il Movimento cinque stelle è riuscito nell’intento di aprire il Parlamento come una scatola di sardine. Il Pd ha sostenuto il provvedimento della riduzione dei parlamentari, che ha ulteriormente creato difficoltà al funzionamento della massima istituzione di rappresentanza democratica. Sulla riforma elettorale non mancano trattative tra maggioranza e minoranza.

Se non si ritorna alla politica, ai partiti, alla mobilitazione delle coscienze, a una stagione di ritrovate passioni, agli slanci di idealità da tempo sopiti, si andrà in un terreno paludoso dove ci saranno inadeguatezze e danni al Paese.

Al di là del giudizio sulla riforma della separazione dei magistrati, c’era una ragione per votare No: l’umiliazione al Parlamento per aver imposto la modifica di più articoli della Costituzione senza accettare confronti e senza modificare nemmeno una virgola. È stato un oltraggio.

Se ne vanno Del Mastro, Santanchè e la capogabinetto di Nordio per vicende giudiziarie. A questo punto chi risponde della umiliazione al Parlamento?

Da qui bisogna ripartire per ripristinare le regole democratiche da troppo tempo sospese. Il No del 22 e 23 dischiude il cuore alla speranza. C’è un popolo che si è messo in cammino.
Questo può essere l’avvio di un ritorno alla politica e alla difesa dello Stato di diritto.