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26/02/2026 ore 17.50
Opinioni

Rogoredo, il commissariato dove tutti sapevano: violenze, ricatti e silenzi fino alla morte di Mansouri

Le testimonianze dei colleghi raccontano un clima inquietante: un poliziotto fuori controllo era noto a tutti, ma nessuno intervenne. E la domanda più grave resta una sola: senza un morto, sarebbe cambiato qualcosa?

di Raffaele Florio
carmelo cinturrino in una foto presa dal suo profilo social FACEBOOK/CA CINTU

“Persona poco raccomandabile”.

Atteggiamenti non belli”.

Parole leggere. Talmente leggere da sembrare uscite da una riunione di condominio, non dalle testimonianze di uomini in divisa chiamati a far rispettare la legge.

E invece no. Siamo dentro un commissariato di polizia. Dentro lo Stato. Dentro quel luogo che dovrebbe rappresentare il confine invalicabile tra legalità e sopraffazione.

Il punto non è — o non è solo — ciò che avrebbe fatto Carmelo Cinturrino. Di quello si occuperanno magistrati e indagini. Il punto è ciò che emerge attorno a lui: un ambiente che sapeva. Che commentava. Che prendeva le distanze a parole. Ma che, nei fatti, lasciava correre.

Perché se davvero “se ne parlava spesso”, allora la domanda è devastante nella sua semplicità: dov’era il dovere di intervenire?

Non serve essere eroi. Basta essere poliziotti.

Non serve denunciare ai giornali. Basta scrivere una relazione. Segnalare. Opporsi. Rifiutarsi. Fermare un collega quando smette di essere un collega e diventa un problema pubblico.

Invece niente.

Un uomo che — secondo le accuse — taglieggiava, ricattava, picchiava, arrivando perfino a colpire con un martello un disabile in sedia a rotelle, diventa “Thor”. Un soprannome. Una battuta. Folklore da spogliatoio.

Si ride sempre prima delle tragedie. Dopo, improvvisamente, nessuno ricorda più nulla.

È il solito copione italiano: tutti sapevano, nessuno ha visto. Tutti avevano capito, nessuno ha parlato. Tutti prendevano le distanze, purché restassero seduti al proprio posto.

E allora la vera domanda non riguarda solo un uomo, ma un sistema: com’è possibile che comportamenti definiti oggi aberranti fossero ieri semplice routine tollerata?

Perché il problema non nasce quando emerge lo scandalo. Nasce quando lo scandalo diventa normalità.

E c’è un passaggio che fa più paura degli altri: ci è voluto un morto. Solo la morte di Mansouri ha rotto l’equilibrio del silenzio. Solo l’irrevocabilità di un cadavere ha costretto qualcuno a guardare dove prima si preferiva non vedere.

Il sospetto, inevitabile e inquietante, è un altro: se Mansouri fosse tornato a casa quella sera, oggi parleremmo ancora di “atteggiamenti non belli”? Tutto sarebbe continuato come prima? Rogoredo avrebbe proseguito la sua ordinaria convivenza con ricatti, botte e paura amministrata?

Perché il vero scandalo non è che esistano mele marce. Esistono ovunque.

Il vero scandalo è il cesto che impara a conviverci.

Uno Stato perde autorevolezza non quando sbaglia — perché può accadere — ma quando tollera. Quando minimizza. Quando trasforma l’abuso in carattere difficile e la violenza in eccentricità professionale.

Alla fine resta quel sapore amaro: non l’eccezione, ma l’abitudine.

E allora sì, a volte sembra davvero di vivere in un Paese di fantasia.

Poi arrivano le carte giudiziarie, e ci ricordano che la fantasia, purtroppo, è tutta nostra.

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