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12/05/2026 ore 16.23
Opinioni

Sangiuliano, Giuli e gli altri: povera cultura italiana

Tra tagli e approcci sbagliati un patrimonio storico inarrivabile continua a sbiadire. Dopo la stagione di Franceschini, il ministero si è affidato a figure inadeguate. La conseguenza è l’oblio. E in Calabria va ancora peggio

di Ernesto Mastroianni
Il direttore del TG2 Rai, Gennaro Sangiuliano. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

La cultura italiana, che resta, nonostante tutto, una delle più vaste e luminose eredità spirituali dell’Occidente, è in totale declino. La sua rappresentazione pubblica, la sua amministrazione, il modo in cui essa viene evocata dai governi, custodita dalle istituzioni, finanziata dallo Stato e, infine, percepita dal popolo, rappresenta un vitupero totale. La crisi culturale italiana non è soltanto una questione economica: è una questione morale, simbolica, antropologica. È il segno di una nazione che sembra aver smarrito il senso della propria memoria, della propria funzione storica, del proprio prestigio civile.
L’Italia che fu patria di Dante, di Leonardo, di Michelangelo, di Verdi, di Pirandello e di Visconti, oggi assiste con un misto di rassegnazione e sarcasmo allo spettacolo di ministri della Cultura incapaci persino di incarnare il rispetto elementare per i libri, per il sapere, per la profondità critica.

Sangiuliano e la cultura trasformata in superficie

In questo senso, la parabola di Gennaro Sangiuliano è divenuta emblematica. Non soltanto per le numerose gaffe che ne hanno costellato il mandato, ma per ciò che quelle gaffe hanno rappresentato simbolicamente. Quando, durante il Premio Strega del 2023, il ministro dichiarò – sia pure tentando poi di correggersi – di voler “provare a leggere” i libri finalisti che egli stesso era chiamato a votare, il Paese assistette a una scena quasi grottesca. La battuta di Geppi Cucciari, divenuta immediatamente virale, non fu semplicemente una freccia ironica, fu la fotografia di un cortocircuito istituzionale.
Un ministro della Cultura che ammette, anche solo per leggerezza linguistica, di non aver letto le opere che giudica, non compie una semplice gaffe mediatica; egli tradisce involontariamente una concezione superficiale del ruolo culturale. La cultura, infatti, non tollera l’approssimazione. Essa richiede studio, lentezza, sedimentazione, ascolto. Il libro è il contrario della fretta politica. Esso esige silenzio, concentrazione, profondità. E proprio per questo quell’episodio assunse un valore paradigmatico.
Le successive polemiche non fecero che aggravare il quadro: l’assenza dello stesso Sangiuliano al Premio Strega dell’anno seguente, le contestazioni pubbliche, gli svarioni storici pronunciati durante eventi ufficiali, la sensazione costante che il ministero fosse ormai divenuto terreno di conflitto ideologico più che presidio di tutela culturale. La cultura italiana appariva così schiacciata tra due estremi ugualmente sterili: da un lato la spettacolarizzazione politica, dall’altro il progressivo impoverimento strutturale.

I tagli alla cultura e gli anni dell’impoverimento

Eppure, il problema, più in profondità, riguarda il modo in cui lo Stato italiano considera la cultura stessa.
Negli ultimi vent’anni, i finanziamenti pubblici destinati alla cultura hanno conosciuto una parabola discontinua e spesso insufficiente. Vi sono stati momenti di rilancio, ma anche anni di drammatici arretramenti. I bilanci del Ministero della Cultura – già Ministero dei Beni e delle Attività culturali – hanno oscillato secondo priorità spesso contingenti, come se il patrimonio artistico della nazione potesse essere trattato alla stregua di una voce accessoria.
Negli anni successivi alla crisi economica del 2008, i tagli furono severissimi. Tra il 2008 e il 2011 il comparto culturale italiano perse oltre un miliardo di euro rispetto alle previsioni iniziali di spesa, in una stagione di drastica riduzione degli investimenti pubblici. La cultura divenne progressivamente una voce sacrificabile, quasi marginale, all’interno delle priorità economiche dello Stato. Il dicastero guidato da Sandro Bondi si trovò a gestire una delle stagioni più controverse per il settore culturale italiano. Le riduzioni di spesa colpirono musei, soprintendenze, biblioteche, teatri, fondazioni liriche. Interi comparti sopravvissero grazie all’abnegazione degli operatori culturali più che al sostegno dello Stato. Le immagini dei crolli a Pompei, divenute celebri in tutto il mondo tra il 2010 e il 2011, assunsero un valore altamente simbolico: non crollavano soltanto muri antichi, ma l’idea stessa di un Paese capace di custodire il proprio passato. Il crollo della Schola Armaturarum, avvenuto nel novembre del 2010, fu raccontato dalla stampa internazionale come il simbolo di una civiltà incapace di proteggere se stessa.

Dario Franceschini e l’ultima grande stagione culturale

Tra i ministri che maggiormente hanno inciso sul rilancio culturale italiano, un posto centrale spetta senza dubbio a Dario Franceschini. Figura spesso divisiva sul piano politico, ma difficilmente contestabile sul piano dell’azione culturale. Franceschini comprese qualcosa che molti suoi predecessori avevano ignorato: la cultura non è un lusso per tempi prosperi, bensì un’infrastruttura civile ed economica.
Durante i suoi mandati al Ministero della Cultura, Franceschini avviò una stagione di profonde trasformazioni. Fu lui a introdurre l’Art Bonus, misura fondamentale che incentivò le erogazioni liberali private a favore del patrimonio culturale attraverso un credito d’imposta del 65%. Quella riforma rappresentò una svolta epocale: negli anni successivi avrebbe generato miliardi di euro di contributi privati destinati al recupero di monumenti, teatri, musei e siti storici. Quella riforma permise il recupero di centinaia di monumenti, teatri, siti archeologici e spazi museali, aprendo una nuova stagione di partecipazione tra pubblico e privato.
Ma soprattutto Franceschini comprese il valore strategico e turistico dei musei italiani. La riforma museale da lui promossa introdusse l’autonomia gestionale per molti grandi musei statali, consentendo una modernizzazione amministrativa che produsse risultati straordinari. Gli Uffizi, Brera, Capodimonte, la Reggia di Caserta, e numerosi altri poli culturali conobbero, un rilancio internazionale senza precedenti.
La questione Pompei rappresenta forse il simbolo più evidente di quella stagione. Quando Franceschini assunse il ministero, Pompei era ancora associata, nell’immaginario europeo, ai crolli e all’incuria. Attraverso il Grande Progetto Pompei – sostenuto anche da fondi europei – si avviò invece un’opera gigantesca di restauro, messa in sicurezza e valorizzazione. Pompei tornò a essere un modello internazionale di recupero archeologico, tanto da essere successivamente indicata come esempio virtuoso dall’UNESCO e dalle istituzioni europee. Attraverso il Grande Progetto Pompei vennero mobilitati oltre cento milioni di euro, in larga parte provenienti da fondi europei, destinati alla messa in sicurezza, ai restauri e alla valorizzazione del sito archeologico.
Franceschini comprese, inoltre, il ruolo centrale dello spettacolo dal vivo. I teatri italiani, soprattutto quelli di provincia, sopravvivevano da anni in condizioni drammatiche. Le fondazioni lirico-sinfoniche attraversavano crisi economiche croniche. In alcuni teatri di tradizione lirica italiani (più o meno noti) era, ormai, impossibile realizzare una stagione lirica. Durante i suoi mandati vennero incrementati i fondi del FUS – il Fondo Unico per lo Spettacolo – fino a superare i quattrocento milioni di euro annui, e furono introdotti strumenti di sostegno alla produzione teatrale, alla musica, alla danza e al cinema. Molti teatri di provincia, destinati altrimenti alla chiusura, riuscirono a sopravvivere grazie a quella stagione di investimenti.
Persino durante la pandemia da Covid-19, quando il mondo dello spettacolo fu letteralmente paralizzato, il ministero guidato da Franceschini attivò misure straordinarie di sostegno per lavoratori, artisti, cinema, sale teatrali e festival culturali. Complessivamente venne mobilitato oltre un miliardo di euro per evitare il collasso definitivo di un intero settore produttivo e artistico. Non si trattò semplicemente di distribuire fondi: si trattò di riconoscere dignità a un intero universo umano troppo spesso considerato marginale.

La cultura italiana tra impoverimento e spettacolarizzazione

Eppure, nonostante la parentesi viruosa di Dario Franceschini, il declino strutturale della cultura italiana è proseguito.
Negli ultimi anni il dibattito culturale nazionale si è progressivamente impoverito. Le biblioteche pubbliche restano cronicamente sottofinanziate; il numero dei lettori diminuisce; i giovani emigrano; i piccoli teatri chiudono; le librerie indipendenti sopravvivono a fatica; le università umanistiche vengono considerate improduttive. La cultura è stata lentamente trasformata in intrattenimento veloce, in slogan, in vetrina televisiva.

Alessandro Giuli e le tensioni del presente

Anche la recente esperienza di Alessandro Giuli sembra inserirsi dentro questa confusione generale. Intellettuale di formazione sofisticata, Giuli appariva inizialmente come una figura capace di restituire spessore filosofico al ministero. Tuttavia, gli ultimi mesi hanno mostrato tensioni profonde all’interno del dicastero: rimozioni, cambiamenti nello staff, conflitti interni, polemiche continue. Ancora una volta la cultura italiana appare ostaggio di dinamiche politiche e personalistiche. La nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del Teatro la Fenice di Venezia, è emblema perfetto dello scadimento culturale promosso dal ministro Giuli.
Le recenti notizie relative alla sostituzione di numerosi collaboratori del ministro hanno alimentato l’impressione di un ministero attraversato da continue fibrillazioni. Anche le polemiche con il Premio Strega – quando Giuli lamentò di non aver ricevuto i libri finalisti – hanno restituito l’immagine di un rapporto ormai logoro tra istituzioni e mondo culturale. Il problema, però, è assai più vasto delle singole figure ministeriali.
L’Italia investe nella cultura meno di quanto la propria storia imporrebbe. Sebbene il Paese possieda il maggior numero di siti UNESCO al mondo, la spesa pubblica destinata alla cultura continua a rappresentare una quota relativamente modesta rispetto alla grandezza simbolica del patrimonio nazionale. Sebbene i bilanci del Ministero della Cultura abbiano conosciuto un incremento negli anni recenti, la spesa culturale italiana resta inferiore rispetto alla centralità simbolica del patrimonio nazionale. Una parte considerevole delle risorse viene assorbita dalla manutenzione ordinaria di un patrimonio immenso, mentre troppo poco viene destinato alla formazione culturale diffusa, ai presìdi territoriali, alle biblioteche, alle periferie.

La Calabria: una terra culturalmente abbandonata

Ed è nelle regioni meridionali che questa crisi assume, talvolta, un carattere tragico. La Calabria rappresenta forse uno degli esempi più dolorosi.
Terra di straordinaria stratificazione storica – magnogreca, bizantina, normanna, arbereshe – la Calabria possiede un patrimonio culturale immenso, eppure spesso invisibile. Per decenni la spesa culturale regionale è stata insufficiente, frammentaria, priva di una visione organica. Molti borghi interni sono stati abbandonati; i teatri storici hanno conosciuto lunghi periodi di chiusura; le biblioteche civiche sono sopravvissute grazie al volontariato; i festival culturali sono stati finanziati a intermittenza.
Gli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008 furono particolarmente drammatici. Tra il 2010 e il 2014, in particolare, la riduzione dei trasferimenti pubblici e le difficoltà finanziarie degli enti locali produssero una delle stagioni più aride per la cultura calabrese contemporanea. Tra il 2010 e il 2014 la riduzione dei trasferimenti e dei fondi destinati alla cultura produsse una desertificazione silenziosa. Interi presìdi culturali scomparvero. In molte aree interne della regione, la cultura cessò persino di essere considerata una priorità amministrativa. E la stagione che ne seguì, 2014-2020, fu ancora più drammatica.
Eppure la Calabria avrebbe bisogno esattamente del contrario: investimenti massicci nella cultura come strumento di emancipazione sociale. In una terra segnata dall’emigrazione, dalla marginalità economica e dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata, la cultura dovrebbe essere trattata come un presidio democratico.
Una scuola musicale, un festival letterario, una compagnia teatrale stabile possono mutare il destino simbolico di un territorio molto più di quanto riescano a fare certe opere pubbliche incompiute. In una regione segnata dall’emigrazione giovanile e dall’isolamento delle aree interne, la cultura dovrebbe essere trattata come un investimento strategico e non come un lusso residuale.
La tragedia italiana consiste proprio in questo: possedere una ricchezza culturale smisurata e non comprenderne fino in fondo il valore politico e spirituale.
Quando una società perde il gusto della parola, perde anche il gusto del pensiero. Quando smette di leggere, smette lentamente di comprendere se stessa. Quando riduce la cultura a propaganda o a intrattenimento, prepara inconsapevolmente il terreno per ogni futura barbarie.

Il bisogno di un nuovo prestigio culturale

Per questo motivo il Ministero della Cultura dovrebbe tornare a essere uno dei dicasteri più prestigiosi e autorevoli dello Stato italiano. Non un luogo di compensazione politica, ma una sede di altissima competenza morale e intellettuale.
In questa prospettiva, la mia proposta – apparentemente utopica ma profondamente sensata – di affidare il ministero a una figura come Riccardo Muti assume un significato altamente simbolico. Riccardo Muti non è soltanto uno dei più grandi direttori d’orchestra viventi; egli incarna una certa idea italiana della disciplina artistica, della severità dello studio, dell’eccellenza culturale. La sua carriera internazionale, costruita tra la Scala, Salisburgo, Chicago e Vienna, rappresenta la dimostrazione concreta che il prestigio culturale italiano continua a essere immenso quando fondato sul merito autentico.
Dal punto di vista costituzionale e giuridico, una simile nomina sarebbe assolutamente possibile. In Italia i ministri non devono necessariamente essere parlamentari. La Costituzione consente, infatti, la nomina di tecnici, accademici, magistrati, economisti o personalità provenienti dalla società civile. Numerosi governi italiani hanno incluso ministri “tecnici”, scelti per competenza e prestigio professionale.
Un ministero affidato a una figura come Muti avrebbe almeno il merito di restituire solennità alla cultura italiana. Non basterebbe naturalmente un nome illustre a risolvere problemi strutturali, ma i simboli contano, contano enormemente.
Perché la cultura vive anche di esempi. E oggi l’Italia ha disperatamente bisogno di esempi autorevoli. Ha bisogno di uomini e donne che considerino il sapere non un ornamento mondano, ma una responsabilità civile. Ha bisogno di politici capaci di comprendere che investire in una biblioteca produce effetti più duraturi di molte campagne elettorali. Ha bisogno di restituire centralità alla scuola, all’università, alla musica, al teatro, alla ricerca, alle arti. Soprattutto, ha bisogno di tornare ad amare la propria profondità. Perché la sensazione dominante, osservando l’Italia contemporanea, è quella di un Paese che abbia progressivamente paura della complessità. Un Paese che preferisce la semplificazione alla riflessione, il consenso immediato alla costruzione lenta del pensiero.
Eppure la cultura è precisamente questo: lentezza contro frenesia; memoria contro smemoratezza; profondità contro superficialità.

La cultura vituperata e il silenzio di una nazione

Forse il dramma più grande non è neppure la scarsità dei fondi, né la pochezza di certi ministri, né l’invadenza della propaganda. Il dramma più grande è l’assuefazione collettiva al declino. Ci si è abituati alle biblioteche vuote. Ci si è abituati ai teatri che chiudono per lasciare spazio alla costruzione di supermercati e centri commerciali. Ci si è abituati agli studenti che emigrano. Ci si è abituati all’idea che leggere sia inutile. Ed è questa rassegnazione la vera sconfitta. Perché un popolo che smette di custodire la propria cultura smette lentamente di custodire anche la propria anima.
La cultura italiana non morirà improvvisamente. Morirà, se continuerà a morire, nel silenzio lento delle cose dimenticate: nelle pagine non lette, nei conservatori svuotati, nei cinema chiusi, nei dialetti cancellati, nei piccoli musei abbandonati alla polvere.
Morirà ogni volta che un ragazzo brillante lascerà il proprio paese perché lì non esiste più uno spazio per la musica, per il teatro, per la ricerca.
Morirà ogni volta che il sapere verrà deriso come inutile.
Eppure, finché resterà anche un solo lettore capace di aprire un libro con devozione, finché in un piccolo teatro di provincia qualcuno accenderà ancora le luci di scena, finché un maestro continuerà a insegnare poesia a una classe distratta, la cultura italiana continuerà ostinatamente a sopravvivere.
Come sopravvivono le civiltà ferite: non grazie ai governi, ma grazie agli uomini che custodiscono il fuoco.
E forse è proprio questo che oggi dovremmo ricordare.
Che la cultura non è semplicemente un settore dello Stato.
È il respiro stesso di una nazione.