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25/07/2026 ore 17.38
Opinioni

Se il dolore di una madre diventa un tribunale senza regole: la tragedia di Mohamed e la perdita dell’umanità

La morte del giovane precipitato da un balcone a Cosenza è molto più di una vicenda di cronaca: racconta una società che ha smesso di ascoltare l’altro, di riconoscere la fragilità e di fermarsi davanti all'irreparabile

di Ernesto Mastroianni

I Greci la chiamavano empátheia (εμπάθεια), la capacità di entrare nel sentire dell'altro, di abitare, anche solo per un istante, il suo dolore. Dante, molti secoli dopo, nel punto più alto della sua Commedia, avrebbe espresso lo stesso mistero con parole che sfiorano l'assoluto: «S'io m'intuassi come tu t'inmii». Se io potessi entrare in te come tu entri in me. È forse questa la definizione più alta dell'umanità: la possibilità di uscire da sé per farsi carico della sofferenza altrui.

Eppure, centinaia e migliaia di anni dopo, abbiamo perduto questa facoltà.

Viviamo sospesi sulla cresta di un'indignazione permanente, dentro una società che reagisce prima di comprendere, che condanna prima di conoscere, che commenta prima ancora di fermarsi a guardare negli occhi il dolore. Ogni sofferenza viene divorata dalla frenesia di pronunciare un giudizio.

Così è accaduto anche a Cosenza, dove il giovane Mohamed ha perso la vita durante una perquisizione. La magistratura ricostruirà con rigore quanto accaduto. È suo compito farlo. Esiste però una verità che precede qualsiasi fascicolo processuale e qualsiasi sentenza: un ragazzo è morto! E con lui è morta una parte del futuro che una madre custodiva ogni giorno con la delicatezza ostinata dell'amore.

Vorrei che, almeno per un momento, smetteste di discutere e provaste a guardare quella madre.

Immaginarla mentre attende un rumore di passi che non arriverà più. Pensarla davanti a una camera rimasta improvvisamente silenziosa, a un letto che conserverà per sempre l'impronta dell'assenza, a fotografie che, da oggi, avranno il peso insostenibile del dolore. Non esiste sofferenza più feroce di quella che costringe una madre a sopravvivere al proprio figlio. È una violazione dell'ordine naturale delle cose, una ferita che nessun tempo cicatrizza e che nessuna giustizia riesce davvero a risarcire. Da quel giorno ogni alba diventa una condanna a ricordare, ogni sera un appuntamento con il vuoto.

Eppure, mentre una donna precipitava nell'abisso più profondo che un essere umano possa conoscere, migliaia di persone sceglievano di trasformare quel dolore in un tribunale senza regole. Commenti sprezzanti, sarcasmi, insulti, sentenze pronunciate con l'arroganza di chi ha dimenticato che dietro ogni nome esiste una storia, dietro ogni volto una battaglia invisibile, dietro ogni vita una sofferenza che può diventare insopportabile. È questo il tratto più inquietante della nostra epoca.

Scorrendo decine di commenti pubblicati in queste ore, si avverte un gelo morale che spaventa. Parole che non nascono dalla riflessione, ma dall'istinto più brutale. Frasi che sembrano aver reciso qualunque legame con la compassione. C'è chi irriderà sempre una morte, chi ridurrà una tragedia a una questione ideologica, chi sentirà il bisogno di stabilire se qualcuno "meritasse" o meno il proprio destino. È un linguaggio che disumanizza prima ancora di offendere. Cancella la persona e conserva soltanto un'etichetta.

Ed è proprio qui che si annida il pericolo.

Perché quando smettiamo di vedere un essere umano e iniziamo a vedere soltanto una categoria, un pregiudizio, una provenienza, una fragilità o un errore, ogni atrocità verbale diventa possibile. La compassione arretra, il rispetto evapora, la coscienza si anestetizza. Le parole cessano di essere strumenti di dialogo e diventano pietre.

La violenza non abita soltanto nei gesti. Abita anche nel lessico. Abita nelle frasi scritte con leggerezza, nell'ironia esercitata sul dolore, nell'incapacità di tacere davanti all'irreparabile. Ogni commento feroce aggiunge un peso insostenibile a chi sta già attraversando il lutto. Ogni insulto è un colpo inferto a una madre che sta tentando di sopravvivere all'insopportabile.

È inquietante constatare come l'odio riesca ormai a trovare spazio persino davanti alla morte. Ci stiamo abituando a tutto. Persino alla perdita della misericordia. Persino all'idea che l'umiliazione pubblica possa sostituire la riflessione, che il sarcasmo valga più del silenzio, che l'aggressività sia una forma di partecipazione civile.

No. Questa non è libertà di espressione. È l'impoverimento della coscienza collettiva. È la rinuncia deliberata a quell'umanità che dovrebbe distinguerci. È il segno di una società che rischia di considerare normale ciò che normale non sarà mai: la crudeltà elevata a linguaggio quotidiano.

Una comunità che ride del dolore di una madre è una comunità che ha smarrito la propria anima. E quando una società perde la capacità di arrossire davanti alla sofferenza, il problema non riguarda più soltanto chi scrive quei commenti. Riguarda tutti noi. Perché il silenzio di chi osserva, l'assuefazione di chi scorre oltre, l'indifferenza di chi non si scandalizza più finiscono per rendere quella disumanità sempre più ordinaria, sempre più accettata, sempre più contagiosa.

Perché c'è un'altra parola che questa tragedia ci consegna con forza: depressione.

In Italia continuiamo a sottovalutarla come se fosse una fragilità del carattere, un difetto della volontà, un momento passeggero. Continuiamo a dire "reagisci", "passerà", "devi essere forte", senza comprendere che la depressione è una malattia che altera il modo di percepire il mondo, che svuota ogni speranza, che rende insormontabile perfino il gesto più semplice. Chi ne soffre non ha bisogno di essere giudicato. Ha bisogno di essere ascoltato, accompagnato, curato, protetto. Ha bisogno di mani tese, non di dita puntate.

Se davvero Mohamed viveva una condizione di profonda fragilità psicologica, questa consapevolezza dovrebbe imporre a tutti una riflessione ancora più seria. Le persone vulnerabili non possono essere ridotte alla loro fragilità. Meritano attenzione, competenza, sensibilità. Meritano uno sguardo che riconosca la loro umanità prima di qualsiasi altra considerazione.

Abbiamo smarrito tutto questo.

Abbiamo smesso di intuarci negli altri, direbbe Dante. Abbiamo rinunciato a quel miracolo che consiste nel sentire il dolore di chi ci sta accanto come se fosse, almeno per un istante, il nostro. Ed è forse questa la più grave povertà del nostro tempo.

Perché oggi tutti parlano. Pochissimi ascoltano.

Tutti giudicano. Quasi nessuno comprende.

Tutti scrivono. Sempre meno persone piangono.

Vorrei che, prima di pubblicare l'ennesimo commento intriso di odio, ciascuno immaginasse il proprio cuore recidersi nel cuore della notte. Vorrei che provasse a figurarsi una voce che annuncia l'irreparabile. Vorrei che immaginasse il proprio figlio restituito al silenzio. Forse basterebbe questo per comprendere che ci sono tragedie davanti alle quali l'unica lingua degna dell'uomo è quella del rispetto.

Perché una madre continuerà a cercare Mohamed in ogni luogo della sua memoria. Lo sentirà nel rumore di una porta, nel profumo dei suoi vestiti, in una fotografia dimenticata sopra un mobile, nell'illusione, destinata a spezzarsi ogni giorno, che da un momento all'altro possa ancora chiamarla.

E quel figlio non risponderà più.

Resterà soltanto un silenzio sconfinato. Il più atroce dei silenzi. Quello che si insinua nelle stanze di una casa ormai privata della sua voce, che siede ogni sera a tavola al posto di un figlio, che accompagna una madre nel risveglio e nel sonno, ricordandole senza tregua ciò che le è stato strappato.

Esistono ferite che sanguinano. Questa no. Questa pietrifica. Trasforma il cuore in un sepolcro abitato dai ricordi, condanna una donna a continuare a vivere con una parte di sé ormai sepolta insieme al proprio figlio.

Se perdiamo la capacità di piangere davanti a questo dolore, allora non abbiamo perduto soltanto l'empatia.

Abbiamo perduto la parte migliore della nostra umanità.

«Quelli che sono amati non possono morire, perché l'amore è immortalità.»

— Emily Dickinson

E allora che sia l'amore a custodire Mohamed, là dove nessun dolore possa più raggiungerlo. Alla sua giovane anima auguriamo quella pace che, forse, sulla terra gli è stata troppo spesso negata. A sua madre resta il compito più disumano che possa essere imposto a un essere umano: imparare a sopravvivere all'assenza del proprio figlio, continuando ad amarlo oltre il tempo, oltre il silenzio, oltre la morte.