Se la guerra non passa per Hormuz: petrolio, silenzi mediatici e crisi dimenticate in Sudan
Il conflitto in Sudan è entrato nel quarto anno. Organizzazioni internazionali ed ong denunciano violazioni dei diritti umani e una grave crisi umanitaria ma i riflettori restano spenti
Non stupisce che ciò che ci riguarda desti maggior interesse di ciò che non ha effetti immediati sulle nostre vite. Il conflitto tra Iran da un lato, Stati Uniti e Israele dall’altro ha portato al blocco del canale di Hormuz da cui passano importanti quantità di petrolio e gas naturale per il mercato globale. Questo blocco rappresenta uno strumento di forza nel braccio di ferro tra le due fazioni ma, vista l’importanza strategica dello stretto, ha degli effetti immediati sui mercati globali. È chiaro che tutti si sentono in qualche modo coinvolti all’interno di questo conflitto, in cui in verità non hanno alcuna voce in capitolo. Eppure la tragicità di una guerra non risiede esclusivamente nell’ampiezza dei suoi effetti economici ma in un principio intrinseco che è l’inviolabilità di ciascuna vita. E così davanti ad un silenzio mediatico abbastanza evidente, la guerra in Sudan continua ad andare avanti. Il 15 aprile la guerra è entrata nel suo quarto anno, ma la cronaca di questa guerra è ignorata, complice anche l’attenzione rivolta alla guerra in Ucraina ed ai conflitti in Medio Oriente.
Quella in Sudan è una guerra civile che sorge tra le forze armate sudanesi (SAF), il cui leader è il Generale Abdelfattah al-Burhan, e le forze di supporto rapido (RSF), guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come “Hemedti”. Queste due sigle sembrano quasi simili ed effettivamente sia negli intenti che nei comportamenti non ci sono molte differenze tra le due schiere. Obiettivo di entrambe è poter controllare il Paese dopo la destituzione del dittatore Omar al-Bashir nel 2019. In quell’anno vi fu infatti una rivolta popolare, che entrambi i generali appoggiarono arrestando il dittatore. Da allora è iniziata una transizione politica che avrebbe dovuto portare il Paese verso una democrazia. Nel 2021 i due generali prendono in mano la transizione politica attraverso un colpo di Stato, e creano un consiglio in cui al-Burhan è presidente mentre Hemedti è il vice. Da qui si è accesa una competizione tra i due generali che ha portato all’esplosione della guerra, motivata soprattutto dall’esclusione delle RSF dall’esercito regolare. La guerra è quindi essenzialmente uno scontro di potere, il che comunque non esclude che vi siano, dietro le quinte, Paesi terzi sostenitori sia dell’una che dell’altra fazione.
Ma le principali vittime sono i civili. Nonostante mediaticamente non ci sia un’attenzione forte rispetto a ciò che avviene, gli organi internazionali hanno lanciato i loro allarmi. Le organizzazioni ONU e ONG come Amnesty International o Human Rights Watch segnalano una delle più gravi crisi umanitarie a livello globale. Sono segnalati abusi e stupri di massa, perpetrati da entrambi i gruppi. Gli sfollati sono milioni e le condizioni alimentari sono aggravate, oltre che dalla guerra, anche da carestie.
Se gli occhi mondiali seguono i rocamboleschi colpi di scena che interessano il canale di Hormuz, vi è al contempo una ignorata fascia di terra in cui vengono perpetrate brutali atrocità. Se il valore di una vita non è misurabile in quantità di petrolio, ecco che allora ciò che accade in Sudan dovrebbe avere degli effetti sulla nostra sensibilità. E se ciò che ci interessa di più è ciò che ha effetti su di noi ecco che allora la domanda diventa: siamo sicuri che la guerra in Sudan non ci riguarda?