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26/01/2026 ore 10.55
Opinioni

Se l’informazione guarda all’estero ma dimentica i problemi interni: così l’attenzione pubblica scivola via

Il racconto mediatico privilegia guerre e vertici globali, mentre le questioni nazionali spariscono dal dibattito. Una vera emergenza democratica, tra scarsa partecipazione e istituzioni fragili

di Mario Tassone

Da tempo la informazione è quasi tutta concentrata sui teatri di guerra e sulla politica internazionale. Gli spazi riservati alla politica interna sono esigui. Questo ci induce a riflettere e a porci delle domande.
Certo le vicende internazionali sono prevalenti ma è possibile che nel nostro Paese i problemi siano stati risolti?
Va scemando l’interesse di sapere e le narrazioni della politica interna sono sempre più avare. Le interviste degli esponenti del governo sono piatte,senza mordente, mentre la sequela delle micro interviste agli esponenti dei vari partiti è stucchevole per il vuoto dei contenuti.

L’unica che non ha perso la verve è la presidente del Consiglio ripresa continuamente, mentre con passo e grinta guerriera (sta al clima) si avvia alle riunioni dell’Europa spesso inutilmente ripetitive.

Certo siamo interessati alla pace, alla fine della mattanza, alla distruzione di città. Il dolore, la disperazione e il terrore specialmente dei bimbi è uno strazio.

Alcuni racconti potrebbero essere limitati e non soffermarsi continuamente nei minimi particolari sulle acrobazie del presidente degli Usa con le sue salite e discese. Lo stesso vale per Putin, Zelensky e Nietanyahu ed altri. Ma ripeto è possibile che in tante parti ci sono tragedie e nel nostro Paese tutto è risolto?
Intanto c’è una emergenza democratica. Le vicende internazionali, stanno evidenziando la crisi dei sistemi democratici e il prevalere delle autarchie. Lo spegnersi delle tensioni libertarie produce regimi e instabilità.

Il nostro Paese è risucchiato dalla “moda” dove prevale la forza della decisione senza i filtri e il bilanciamento delle istituzioni democratiche.

La partecipazione si dissolve, le associazioni si trasformano in organismi funzionali a un regime in “allestimento”. È possibile che non si parli più degli squilibri territoriali, della situazione sanitaria, dell’ambiente, dei salari, delle diseguaglianze vistose, delle fragilità delle istituzioni democratiche, inglobati in un sistema che trancia ruolo e ragione d’essere.

Si parla enfaticamente di scuola. Ci sono le declamazioni ufficiali che vorrebbero che la scuola fosse il volano della formazione, della crescita. Solo auspici di chi sa che vi è una contraddizione tra il ruolo centrale che la scuola dovrebbe avere nel divenire del Paese e lo stato di precarietà in cui è abbandonata.

Senza mezzi, con insegnanti mal pagati, mentre tanti funzionari del parastato hanno retribuzioni inimmaginabili; così non c’è futuro. E gli insegnanti dovrebbero avere un ruolo fondamentale della formazione dei giovani. Non c’è l’associazionismo e la vita di relazione ristagna. La politica non c’è e si mira all’autocrazia.

Allora la narrazione lunga degli sviluppi internazionali è un modo come distogliere seccanti attenzioni verso l’Interno.
Muore così la libertà. Ma chi ha fede non si arrende. Il futuro sta nell’Uomo e non nella sua negazione.

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