“Superbia ante ruinam”, Trump e la sua apoteosi del nulla
La raffigurazione cristologica dell’ex presidente non è solo provocazione, ma segnale di una trasformazione profonda: l’ego politico che ambisce alla sacralità
Nello spazio avanzato di una modernità ormai satura di simulacri e sovrastrutture iconiche, l’episodio che ha visto Donald Trump autorappresentarsi – per il tramite di un’immagine generata da intelligenza artificiale – in veste di figura cristologica non può essere relegato alla categoria dell’aneddotico o del mero scandalo mediatico. Esso si configura, piuttosto, come un fenomeno sintomatico di una più vasta patologia del potere contemporaneo: una deriva ipertrofica dell’ego politico che, non pago della dimensione terrena, ambisce a colonizzare l’ambito del sacro, dissolvendo ogni residuo discrimine tra auctoritas e trascendentalità.
L’immagine, diffusa e poi rimossa a seguito di una reazione indignata che ha travalicato persino i confini ideologici del consenso trumpiano, raffigurava l’ex presidente in una postura ieratica, investito di un’aura luminosa, nell’atto di imporre la mano su un corpo infermo, secondo una gestualità che ricalca, con inquietante mimetismo, la semantica iconografica della tradizione cristiana. Il contesto polemico – un attacco diretto al pontefice Papa Leone XIV – ne accentua la portata eversiva: la desacralizzazione dell’autorità ecclesiale si accompagna, simultaneamente, a un tentativo di surrettizia ri-sacralizzazione del sé. Si tratta di un gesto che, lungi dall’essere ingenuo o meramente provocatorio, rivela una precisa grammatica del potere: quella per cui l’immagine non rappresenta, ma pretende di incarnare.
La successiva giustificazione – secondo cui la raffigurazione alluderebbe semplicemente a una funzione “medica” o benefica – appare, sotto il profilo ermeneutico, del tutto insufficiente. Come ammoniva Cicerone, «imago animi vultus est»: l’immagine, nella sua pregnanza simbolica, eccede sempre le intenzioni dichiarate e tradisce, con crudele evidenza, la struttura profonda dell’ethos individuale. In questo senso, l’episodio si impone come un atto rivelativo: esso dischiude, sotto la superficie della retorica politica, una tensione latente verso l’autodeificazione, una volontà di trascendimento che, tuttavia, si configura non come autentica ascesi, bensì come caricatura ipertrofica dell’io.
La storia del potere è costellata di tentativi di sacralizzazione dell’autorità: dall’apoteosi imperiale romana – in cui il princeps veniva assunto al rango di divus – fino alle liturgie totalitarie del Novecento, dove la figura del leader si trasfigurava in icona quasi religiosa. Trump, in tal senso, si configura come un esempio paradigmatico di quella che Friedrich Nietzsche avrebbe definito una «volontà di potenza degenerata».
La dimensione propriamente patologica del fenomeno emerge con maggiore evidenza se lo si pone in relazione con le categorie della filosofia politica. Hannah Arendt, nella sua analisi della banalità del male, individua nella superficialità e nell’incapacità di pensare i tratti distintivi della degenerazione etica. Ma qui la diagnosi deve essere ulteriormente raffinata: non siamo dinanzi a una banalità, bensì a una teatralizzazione delirante del potere, in cui l’io politico si erge a principio ordinatore del reale, sconfinando in una dimensione para-teologica.
Il parallelismo con le figure storiche della tirannide si impone allora con forza rinnovata. Come Caligola, che pretendeva onori divini in una Roma già corrosa dalla decadenza morale; come Nerone, che trasformava il potere in spettacolo; come Adolf Hitler e Benito Mussolini, che edificavano culti della personalità fondati sulla mitizzazione del capo. In tutti questi casi si riscontra una medesima dinamica di autoesaltazione che sfocia nella negazione del limite. Trump, tuttavia, introduce un elemento ulteriore: la smaterializzazione digitale dell’icona, che rende il culto non più localizzato, ma ubiquo, diffuso, potenzialmente infinito.
Sotto questo profilo, l’episodio assume una valenza che trascende la contingenza politica e investe l’intero assetto simbolico dell’Occidente. La distinzione tra potere temporale e potere spirituale – uno dei cardini della civiltà europea – viene qui erosa dall’interno, sostituita da una figura ibrida in cui il leader politico si propone, implicitamente, come mediatore di salvezza. È una mutazione antropologica prima ancora che politica: l’uomo che, privato di riferimenti trascendenti autentici, li ricostruisce artificialmente, proiettandoli su se stesso.
Tacito, con la sua consueta lucidità, aveva colto il nesso tra corruzione morale e proliferazione di simulacri: «corruptissima re publica plurimae leges». Oggi potremmo parafrasare: «nelle epoche più corrotte proliferano le immagini». Ma queste immagini, lungi dall’essere innocue, agiscono come dispositivi di deformazione del reale, sostituendo alla verità la sua rappresentazione, all’essere il suo riflesso.
In conclusione, l’immagine di Trump che guarisce e salva non è semplicemente un atto di cattivo gusto o una provocazione blasfema: è il sintomo di una follia più profonda, una follia che consiste nel confondere il potere con la divinità, l’autorità con l’assoluto, l’immagine con l’essere. Non vi è, in essa, alcuna grandezza tragica; né la hybris titanica degli eroi antichi. Vi è, piuttosto, una forma di decadenza che si traveste da apoteosi, una miseria che si maschera da trascendenza.
E forse è proprio qui che risiede il pericolo maggiore: nella sua seducente vacuità.
Perché quando l’uomo si erge a Dio senza possederne la sostanza, egli non eleva se stesso, ma trascina il mondo intero nella parodia, dove ogni verità si dissolve e ogni limite viene irrimediabilmente smarrito.