Superbonus e Pnrr: il “Grande Spreco” che ha visto l’Italia bruciare 400 miliardi di euro
Riforme inutili al posto di infrastrutture e competitività: come centrosinistra e centrodestra, complici nel populismo, hanno sperperato la più grande iniezione di denaro pubblico della storia repubblicana
Nel 2020 il Governo Conte/Pd ha approvato la legge sui superbonus edilizi, poi prorogato dal Governo Draghi con supporto unanime del Parlamento (FdL inclusa). Il costo dei contributi per i soli cappotti termici è stimato oggi da ENEA in 130 miliardi. Il più grande contributo di "politica industriale" dal dopo guerra ad oggi.
Nel 2021 è stato avviato il piano di "ripresa e resilienza" (Pnrr) di 200 miliardi, finanziato per 100 mld da contributi europei e per 100 da prestiti ventennali erogati dalla Commissione europea. I fondi sono stati concessi per finanziare un programma di investimenti e riforme, concordate con la Commissione, da completare entro il 2026.
In buona sostanza, il Paese non ha mai investito così tanto nel suo sviluppo. Si tratta di ben 400 mld in 4 anni, se includiamo altri incentivi minori, ossia il 20% del Pil annuale da sommare agli investimenti privati e a quelli "ordinari".
Dopo un tale sforzo titanico, avremmo dovuto attenderci un balzo di efficienza e produttività da cambiare la prospettiva del nostro sviluppo e l'avvenire del Paese.
Il piano triennale presentato in questi giorni dal MEF prevede, per i prossimi 3 anni, una crescita media dello 0,7% e pare difficile che i successivi siano diversi.
Dunque a cosa sono serviti 400 mld di "investimenti"? Per darsi ragione di questo sorprendente risultato occorre prendere in considerazione la possibilità che sotto la voce "investimenti" siano finite spese di natura "corrente", se non di natura principalmente clientelare.
Il superbonus edilizio, cosi come è stato concepito (110% con possibilità di cessione alle banche), è stato un incentivo al malaffare (paga tutto lo Stato) e privo di qualsiasi effetto sulla competitività di lungo termine. I suoi effetti sui risparmi energetici avranno ritorno in tempi maggiori della durata degli interventi (40-50 anni), dunque in investimento a ritorno negativo.
Quanto al Pnnr, solo 50-60 mld sono stati destinati ad opere che possono avere effetti sulla competitività del Paese (opere infrastrutturali), 20-30 mld ad interventi ecologici, che incidono sulla qualità ambientale ma non sulla crescita, e i restanti 100 mld ad interventi clientelari, vedi miglioramenti urbani, piste ciclabili e spese per riforme di istituzioni mal funzionanti ( vedi Giustizia, scuola e sanità) che già si evidenziano inefficaci.
Questo "Grande Spreco" resterà nella storia del nostro Paese che non potrà più permettersi un altro intervento utile di tali dimensioni perché il debito è arrivato al 135% e la crescita, per certo, non migliorerà per gli effetti di questi 400 mld sprecati, per la gran parte, nella ricerca di voti.
La responsabilità principale sta nei promotori dei superbonus e di chi ha impostato il Pnnr, ma nessun partito può chiamarsi fuori del tutto, perché anche il centrodestra non si è opposto al Grande Spreco, se non per limitarne gli effetti quando è arrivato al Governo e il peso del deficit non poteva lasciare altra scelta.
Come definire questa politica se non "populismo"? Vendere illusioni per ottenere voti e colpevolizzare avversari per i problemi del momento è proprio la sostanza del populismo. L'origine di questo degrado della nostra politica si trova negli eventi del '92.
La fine della guerra fredda lasciava libera l'Italia di rivivere pienamente le sue anime storiche radical populiste (chiesa tridentina e socialismo massimalista), che la DC aveva imbrigliato nella sua complessità multicolore, patrocinata dagli USA, e il PCI in una opposizione faticosamente ispirata al comunismo sovietico.
L'Italia del miracolo economico era un'Italia disuguale, ancorchè ben più ricca, un'Italia di contadini migrati in città e di migranti (e non integrati) del Sud nelle periferie del Nord.
Un'Italia dinamica ed inquieta, animata dal miraggio della ricchezza e, nel contempo, esasperata dal modo in cui veniva esibita, specialmente da politici affaristi che avevano appreso ad usare il debito pubblico per costruirsi amicizie di buon comparaggio.
Da questa Italia ricca e guidata da politici senza più anima , né riferimenti ideologici, nasce Tangentopoli, come protesta contro l'immobilismo professionale ed interessato della Politica.
Tangentopoli è stato un populismo senza guida, affidato impropriamente ai capi di un'inquisizione senza fede, se non nella propria esaltazione, che ha poi trovato alleati negli eredi pragmatici del fallimento del comunismo sovietico, che in Russia aveva ben dimostrato come la Magistratura potesse essere strumento essenziale per affermare una fede politica.
Nasce cosi la storia della seconda Repubblica, che per un ventennio altro non è che il confronto tra un imprenditore sceso in politica per prevenire una soggiorno a S. Vittore, a cui Tangentopoli lo avrebbe destinato, e gli eredi del comunismo, le cui truppe venivano ingrossate dall'ala dossettiana dei sopravvissuti della DC.
Un confronto che ha al centro una lotta per la sopravvivenza politica, ma non lo sviluppo del Paese.
Paralizzato e poi eliminato Berlusconi per via giudiziale, il Pd ha potuto affrontare il chiarimento sulla sua identità postsovietica, ed è a questo punto che emerge il rottamatore socialdemocratico Renzi, sabotato e poi affossato dai titolari della antica "ditta" comunista.
Questa lunga parentesi che aveva mitigato ma non risolto il populismo di Tangentopoli, viene infine chiusa dai girotondi Grillini, che nel 2018 porteranno al potere un Grande Opportunista e proclameranno "la fine della povertà" e la definitiva sovranità del populismo fabulatorio.
Oggi viviamo i postumi di questa ubriacatura e siamo ancora in cerca di una politica della "ragione", che la Riforma della collisione tra politica e magistratura avrebbe dovuto avviare, ma che il populismo ingenuo o interessato del Campo largo (che non riesco a definire sinistra, se non in senso tecnico) è riuscito a bloccare.
Parafrasando Manzoni direi che abbiamo svuotato i forni e ora restiamo con il pane che resta, senza più farina.
Sprecati 400 mld in misure populiste e con un debito del 135% del PIL, la possibilità di crescita e sviluppo è affidata all'obbligo di una nuova speranza in sostegni esterni.
Non ci resta che chiedere a Bruxelles che emetta nuovi eurobond per finanziare un nuovo "Grande Spreco".
Dovremo quindi essere tutti europeisti per necessità, se non per convinzione.
Questa mi pare la nostra situazione ancora in cerca di una sinistra responsabile e di una destra definitivamente liberale, che mettano fine al populismo che ci ha assicurato trent'anni di stagnazione ed un avvenire senza speranza.