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24/01/2026 ore 16.43
Opinioni

Trump, Tajani e... Carl Schmitt: la crisi del diritto internazionale spiegata a partire dal nomos

Dalla visione contenuta ne “Il Nomos della terra” di Carl Schmitt alle dichiarazioni dei leader contemporanei, una riflessione sulle origini e sulle tensioni attuali del diritto internazionale. L’orientamento eurocentrico sta tramontando a favore di orizzonti geopolitici sempre più incerti

di Costanza Morreale
Donald Trump

Davanti ai recenti accadimenti geopolitici, molti si domandano dove sia finito il diritto internazionale. Qui proveremo a dire, invece, dove sia iniziato.

Lo scorso ottobre fecero scalpore le parole del ministro degli Esteri Tajani che, in merito all’abbordaggio della Flotilla da parte di Israele, aveva definito il diritto internazionale “importante fino a un certo punto”. Solo poche settimane fa Donald Trump ha, dopo l’intervento in Venezuela, scosso il mondo con un’affermazione che ne rincarava la dose: ha infatti dichiarato, in un’intervista al New York Times, di non aver bisogno del diritto internazionale e di essere limitato soltanto dalla propria moralità.

Non stupisce lo smarrimento di molti davanti a tali accadimenti: dove è finito il diritto internazionale? Domande legittime, ma rispetto alle quali si può andare ancora più a fondo e chiedersi: quando sorge il diritto internazionale?

È una questione ardua e, in questo caso, sceglieremo di far chiarezza attraverso Carl Schmitt (1888-1985). Si tratta di un giurista e filosofo del diritto, le cui idee sono spesso estreme e la cui vita è macchiata dall’adesione e dal sostegno al nazismo, ma che può offrire un lessico che, al di là di ogni pregiudizio nei suoi confronti, può aiutarci a districare meglio il presente.

Della vasta mole di opere di Schmitt accenneremo oggi a una soltanto, che mette al centro quanto stiamo indagando: Il Nomos della terra. Nel diritto internazionale dello ius publicum europaeum, edito nel 1950.

Schmitt sostiene che vi sia un legame tra l’ordinamento (Ordnung) e la localizzazione (Ortung), per dirla in modo più semplice tra l’elemento geografico-naturalistico e quello giuridico-politico. Teoria che troverebbe conferma nel fatto che il termine “legge” tradurrebbe il greco nomos, un termine che all’origine ha un significato più ampio, riferendosi, secondo Schmitt, alla prima misurazione, all’occupazione delle terre, alla loro suddivisione e distribuzione. La parola nomos deriverebbe infatti dal verbo nemein, che ha il duplice significato di “dividere” e “pascolare”.

Tra terra e legge vi sarebbe dunque un legame profondo: l’occupazione della terra è, per Schmitt, il primo titolo giuridico che sta a fondamento di tutto il diritto successivo, sia cronologicamente sia concettualmente. La logica del nomos della terra è alla base del diritto internazionale moderno, che nasce nel Cinquecento e si declina come rapporto tra Stati, i quali necessitano di tracciare confini per individuare amici e nemici. Il diritto internazionale moderno è quindi di matrice europea e si fonda sullo ius publicum europaeum, il quale sancisce la fine del potere della Chiesa come autorità nella gestione delle controversie internazionali.

Evento fondamentale nella storia del diritto internazionale è la conquista del Nuovo Mondo, che rende necessario pensare un ordine globale: che diventerà per l’appunto lo ius publicum europaeum. Gli Stati moderni europei si consideravano infatti creatori e portatori di un ordinamento valido su tutta la terra.

Al diritto terraneo Schmitt oppone un altro ordinamento giuridico-spaziale, quello del mare, che tuttavia, a differenza della terra, non ha un’intrinseca unità tra spazio e diritto: nel mare non è possibile scavare linee nette. Questa concezione giuridica sarebbe propria dell’Inghilterra elisabettiana, che, anziché attuare una politica territoriale, si orienta verso una politica fondata sul potere marittimo, sul libero commercio e sull’espansionismo coloniale.

Tanto l’uno quanto l’altro ordinamento vengono messi in crisi dall’avvento di un nuovo elemento spaziale, vale a dire il dominio dello spazio aereo. Scriveva infatti Schmitt: «L’ordinamento eurocentrico finora vigente nel diritto internazionale sta oggi tramontando. Con esso affonda il vecchio nomos della terra» (C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello ius publicum europaeum, Adelphi, Milano, 1991, p. 15).

Schmitt non si spinge a descrivere come sarà il nuovo nomos della terra, ma si limita a collocare nel XX secolo la fine dello ius publicum europaeum, che segnerebbe l’apertura a una possibile guerra di annientamento, poiché porterebbe con sé una nuova concezione del nemico: non più justus hostis, ma hostis generis humani.

Si può essere in disaccordo sulla relazione che Schmitt pone tra spazio e diritto e sulla lettura che egli propone di alcuni avvenimenti storici, ma la sua diagnosi è condivisibile: egli aveva descritto la crisi del diritto internazionale europeo e quindi la fine di un mondo eurocentrico. Inoltre, aveva posto una domanda alla quale è ancora complesso rispondere: qual è il nuovo nomos? I recenti accadimenti ci inducono a porci questa stessa domanda.

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