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05/06/2026 ore 22.00
Opinioni

Una carezza che diventa uno scandalo: il senatore Menia e la sua paura dell'amore

All'aeroporto di Fiumicino il parlamentare richiama due ragazzi per un gesto d'affetto. Il problema non è il gesto affettuoso, ma chi teme l’amore

di Ernesto Mastroianni

C'è una notizia che, nei giorni scorsi, ha attraversato il dibattito pubblico italiano. Non riguarda una crisi di governo, né un voto parlamentare destinato a cambiare gli equilibri politici del Paese. La scena si è svolta nella sala d'attesa dell'aeroporto di Fiumicino: una coppia di giovani che si scambia gesti d'affetto e un senatore della Repubblica che decide di intervenire.

Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni giornalistiche e dalle stesse dichiarazioni successive del protagonista della vicenda, il senatore di Fratelli d'Italia Roberto Menia avrebbe richiamato due ragazzi, invitandoli a interrompere quelle manifestazioni di tenerezza, che egli riteneva inappropriate, in un luogo pubblico. La discussione, nata attorno a una carezza e a qualche gesto affettuoso, si è rapidamente trasformata in un caso politico e culturale. L'interesse della vicenda, tuttavia, va ben oltre il fatto in sé e riguarda ciò che essa lascia intravedere.

Perché, a ben vedere, la questione supera ampiamente la dimensione di due ragazzi seduti in un aeroporto. Riguarda l'idea stessa di libertà. Riguarda il modo in cui una società osserva l'amore. Riguarda il confine, sempre delicato, tra la sensibilità individuale e la pretesa di trasformare quella sensibilità in una regola valida per tutti.

L'episodio sarebbe quasi irrilevante se non fosse accaduto nel 2026. Avrebbe avuto una sua coerenza nel clima plumbeo di certi decenni del Novecento, quando l'omosessualità veniva trattata come un vizio da nascondere, una colpa da espiare o, nel migliore dei casi, una stranezza da tollerare purché confinata nell'ombra. Assistere oggi alla medesima dinamica produce invece un effetto straniante. Sembra di osservare una scena uscita da un'altra epoca.

La cosa più sorprendente, infatti, non è che qualcuno possa provare disagio davanti a una coppia omosessuale. I pregiudizi, purtroppo, sopravvivono sempre più a lungo delle leggi che li hanno smentiti. Ciò che colpisce davvero è vedere quel disagio elevato a criterio sufficiente per richiamare pubblicamente due persone e imporre loro una sorta di autocensura sentimentale. È qui che il ragionamento si incrina. Perché la libertà non consiste nel vivere esclusivamente ciò che piace agli altri. Essa coincide con la possibilità di esistere anche quando la propria esistenza contraddice le convinzioni di qualcuno.

Se due giovani si tengono per mano, si accarezzano o si scambiano un gesto di tenerezza senza arrecare danno a nessuno, quale principio democratico autorizza un estraneo a intervenire? Quale diritto viene leso? Quale ordine pubblico viene compromesso? Quale emergenza civile si genera da una manifestazione d'affetto? La risposta è semplice: nessuna!

Eppure, la storia italiana ed europea è costellata di persone che hanno creduto di dover vigilare sull'amore altrui. È una tentazione antica. Nasce dall'illusione che la propria morale privata coincida con la morale universale. Nasce dall'idea che ciò che ci mette a disagio debba essere nascosto.

Nasce dalla convinzione, profondamente autoritaria, che la società debba essere modellata sulle sensibilità di chi protesta più forte. Tuttavia, la civiltà moderna si è sviluppata proprio per sottrarci a questa logica. Le democrazie liberali non chiedono ai cittadini di condividere gli stessi gusti, le stesse convinzioni o le stesse emozioni. Chiedono soltanto di rispettarsi reciprocamente.

Chi osserva due ragazzi che si vogliono bene può provare simpatia, indifferenza o persino disagio. Nessuno, però, possiede il diritto di trasformare quel disagio in una limitazione per gli altri. È una distinzione elementare. Eppure sembra ancora sfuggire a una parte della classe politica dirigente.

Forse, più che impartire lezioni di decoro, sarebbe utile dedicare qualche ora alla lettura. Non di trattati ideologici. Di letteratura. Di quella grande letteratura che da secoli racconta la complessità dell'esperienza umana. Sarebbe salutare, ad esempio, tornare alle pagine di Oscar Wilde. Leggere la sua vita, prima ancora delle sue opere. Leggere il dolore di un uomo perseguitato per il modo in cui amava. Leggere la devastante lettera raccolta in “De Profundis”, dove la sofferenza individuale diventa riflessione universale sulla dignità umana. Leggere la storia di chi fu umiliato, incarcerato e distrutto da una società convinta di difendere la morale.

Perché la morale, quando perde il contatto con l'umanità, si trasforma facilmente in crudeltà. E sarebbe altrettanto utile sfogliare le poesie di autori che hanno raccontato l'amore nelle sue forme più diverse. Le liriche di Sandro Penna, attraversate da una dolcezza quasi disarmante. I versi di Pier Paolo Pasolini, in cui l'amore si intreccia alla solitudine e alla marginalità. Le pagine di Walt Whitman, che celebrano il corpo umano e la fraternità universale. Le opere di Allen Ginsberg, che trasformarono la libertà personale in una forma di resistenza culturale.

Forse, allora, apparirebbe evidente una verità che la letteratura conosce da secoli e che la politica continua ostinatamente a dimenticare: l'amore non rappresenta una minaccia! Non lo era per Wilde. Non lo era per Penna. Non lo era per Pasolini.

Non lo è oggi per due ragazzi seduti in una lounge aeroportuale. A trovarsi in difficoltà sono, semmai, certe visioni del mondo incapaci di accettare la pluralità dell'esperienza umana.

Il paradosso dell'intera vicenda è che nessuno ricorderà la carezza. Le carezze sono milioni, ogni giorno, in ogni città del mondo. Sono il gesto più ordinario e più innocuo che esista. Resterà invece il ricordo dell'indignazione suscitata da quella carezza.

Resterà il ricordo dell'ennesimo tentativo di trasformare una manifestazione d'affetto in un problema pubblico. Resterà il ricordo di quel riflesso condizionato che continua a considerare l'omosessualità come qualcosa da sopportare, anziché una semplice realtà della vita.

Il vero scandalo non consiste nell'amore mostrato da due giovani. Lo scandalo consiste nel fatto che, nel terzo decennio del XXI secolo, ci sia ancora chi vede nell'amore una questione da disciplinare, correggere o contenere.

Le società democratiche avanzano quando imparano a convivere con ciò che non assomiglia a loro. Retrocedono quando trasformano le proprie insofferenze in criteri politici.

Una carezza, in fondo, non cambia il mondo. Il modo in cui reagiamo a quella carezza, però, racconta perfettamente il mondo che vorremmo costruire. E se un rappresentante delle istituzioni, UN SENATORE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, si sente ancora minacciato da due mani che si cercano, difficilmente il problema può essere individuato in quelle mani. La spiegazione andrebbe forse cercata nei libri che non ha letto.