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02/01/2026 ore 10.10
Opinioni

Una geopolitica interna sempre più silenziosa, un 2026 anno senza svolte per l’Italia

Il Paese non sarà il centro delle decisioni globali, ma resterà uno snodo. Migrazioni, energia, rapporti con Usa e Cina verranno gestiti con prudenza e continuità, ma senza una strategia di lungo periodo. La vera sfida sarà passare dalla semplice affidabilità alla capacità di governare i processi.

di Raffaele Piccolo

Il nuovo anno porta sempre con sé una domanda implicita: dove stiamo andando? Il 2026 non si presenta come un anno di svolte improvvise o di rotture clamorose, ma come un tempo in cui le tensioni accumulate chiedono di essere lette, più che risolte.

Fare pronostici, oggi, non significa azzardare previsioni, bensì tentare di individuare le linee di forza che già attraversano il presente. E per l’Italia, queste linee hanno un chiaro tratto geopolitico.

Nel 2026 il nostro Paese continuerà a muoversi in una posizione di interdipendenza strutturale. L’Italia non sarà il centro delle decisioni globali, ma resterà uno snodo, una zona di contatto tra dinamiche diverse: europee, mediterranee, atlantiche. Una condizione che offre opportunità, ma espone anche a una cronica difficoltà di visione. Il rischio, ancora una volta, è quello di subire i processi anziché governarli.

Sul piano europeo, l’Italia si confermerà come uno dei principali Paesi di frontiera dell’Unione. Il tema migratorio non conoscerà tregua, ma verrà sempre meno raccontato come emergenza e sempre più vissuto come realtà permanente. Il Mediterraneo resterà una linea di frattura e di connessione insieme, e Roma sarà chiamata a un ruolo costante di mediazione tra Bruxelles e i Paesi della sponda sud. Non si tratterà tanto di scegliere se accogliere o respingere, quanto di decidere se dotarsi finalmente di una strategia stabile o continuare a navigare a vista.

Proprio il Mediterraneo allargato continuerà a essere uno dei principali fattori di instabilità indiretta. Le crisi del Nord Africa e del Medio Oriente non esploderanno in conflitti totali, ma produrranno un’insicurezza diffusa, fatta di tensioni economiche, fragilità politiche, flussi umani ed energetici.

In questo quadro l’Italia cercherà di rafforzare il proprio ruolo come ponte tra Africa ed Europa, soprattutto sul versante energetico. Un ruolo potenzialmente strategico, ma che rischia di restare tecnico, privo di una vera ambizione politica.

Il rapporto con gli Stati Uniti, nel 2026, non conoscerà scosse significative. L’alleanza atlantica resterà un punto fermo della politica estera italiana, ma senza particolari slanci.

L’Italia continuerà a essere un partner affidabile, più che un attore capace di incidere sulle scelte comuni. La sfida sarà trasformare questa fedeltà in benefici concreti per il sistema economico e industriale nazionale, evitando di restare ai margini delle grandi partite tecnologiche e strategiche.

Anche nei confronti della Cina prevarrà una linea di cautela. L’Italia si muoverà tra il raffreddamento dei rapporti europei con Pechino e la consapevolezza di non potersi permettere un disimpegno netto. Il risultato sarà una politica fatta di discrezione, accordi limitati, silenzi più che dichiarazioni. Una postura prudente, ma che riflette anche la mancanza di una strategia industriale di lungo periodo.

Infine, il 2026 sarà segnato da una geopolitica interna sempre più silenziosa. Il Paese apparirà polarizzato nelle parole, ma stanco nei fatti. Le grandi narrazioni che hanno dominato gli anni precedenti perderanno forza, lasciando spazio a una gestione opaca delle scelte strategiche, lontana dal dibattito pubblico. Ed è forse questo il dato più preoccupante: una politica estera che smette di essere tema collettivo e diventa affare per pochi.

Il 2026, dunque, non sarà l’anno dei grandi annunci, ma quello delle responsabilità quotidiane. Un anno in cui l’Italia dovrà decidere se restare un Paese che reagisce agli eventi o provare, finalmente, a pensare in modo coerente il proprio posto nel mondo. I pronostici servono a questo: non a indovinare il futuro, ma a non arrivarci impreparati.