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16/06/2026 ore 06.46
Opinioni

Vannacci e l'ossessione per il mito della “normalità”

L’ascesa del generale rende visibili paure, risentimenti e fratture che attraversano la società italiana. Il rischio, però, è che la provocazione permanente finisca per legittimare un linguaggio che mette in discussione i principi fondamentali della democrazia costituzionale

di Ernesto Mastroianni
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C'è qualcosa di profondamente rivelatore nella parabola politica di Roberto Vannacci. Non tanto nella sua figura personale, che pure meriterebbe un'analisi autonoma, quanto nel fenomeno culturale che essa incarna. Alcuni personaggi pubblici arrivano sulla scena come sintomi prima ancora che come protagonisti: rendono visibili tensioni, paure, fratture che covavano da tempo sotto la superficie della società. Vannacci appartiene a questa categoria.

La sua ascesa coincide con una crisi della destra italiana che appare sempre più evidente. Una destra che, dopo aver conquistato il governo e occupato il centro della scena politica, sembra aver smarrito il proprio orizzonte ideale. Il sovranismo degli anni passati si è progressivamente consumato nell'esercizio del potere. Il populismo ha perso la forza dirompente che possedeva quando poteva ancora presentarsi come opposizione. La Lega, in particolare, appare come un partito in costante fuga da se stesso, incapace di decidere se restare forza territoriale, movimento nazionale o semplice contenitore elettorale.

La vicenda che ha portato alla separazione fra Vannacci e il partito di Matteo Salvini possiede un valore simbolico che supera di gran lunga la cronaca. Essa racconta la dissoluzione di un equilibrio già fragile. Da una parte il leader che cerca di conservare uno spazio politico sempre più ristretto; dall'altra un personaggio che ha compreso come la radicalizzazione permanente garantisca una visibilità che nessuna struttura partitica riesce più ad assicurare.

Si potrebbe persino leggere questa dinamica attraverso le categorie di Max Weber. Il partito rappresenta la razionalizzazione della politica; il leader carismatico tende invece a sottrarsi alle regole dell'organizzazione. Quando il carisma entra in conflitto con l'apparato, uno dei due è destinato a soccombere. In questo caso è stata la Lega a pagare il prezzo maggiore.

Ma il vero nodo non riguarda gli equilibri della destra. Riguarda il linguaggio.

Ogni stagione politica produce il proprio vocabolario. Le parole precedono le decisioni, costruiscono gerarchie simboliche, stabiliscono chi appartenga alla comunità e chi ne resti ai margini. È precisamente sul terreno linguistico che il fenomeno Vannacci diventa culturalmente significativo.

Quando un esponente politico definisce l'omosessualità un insieme di "gusti sessuali diversi", non si limita a scegliere una formulazione discutibile. Compie un'operazione teorica molto precisa.

La parola "gusto" appartiene infatti alla sfera della preferenza individuale. Si può avere un gusto musicale, gastronomico, estetico. Applicare questa categoria all'orientamento sessuale significa ridurre una dimensione costitutiva dell'identità personale a una semplice inclinazione soggettiva, assimilabile alla scelta di un colore o di un genere letterario.

La questione è tutt'altro che terminologica.

Da decenni la riflessione filosofica, psicologica e sociologica ha mostrato come l'orientamento sessuale costituisca una dimensione profonda della persona. Pensatori come Michel Foucault hanno illustrato il modo in cui le società costruiscono dispositivi di classificazione e di esclusione proprio attraverso il linguaggio. Le parole, in questi casi, funzionano come strumenti di potere.

Dietro l'espressione "gusti sessuali diversi" emerge, dunque, una concezione che tende a relegare l'omosessualità nell'ambito dell'eccezione privata, sottraendole piena dignità antropologica.

Ancora più problematica appare l'insistenza sul concetto di normalità.

Qui il dibattito assume una portata filosofica.

La normalità è una categoria statistica, non una categoria morale. Questo è vero. Ma la storia insegna che il passaggio dalla statistica al giudizio di valore è spesso rapidissimo. Quando si attribuisce alla maggioranza il monopolio della normalità, la minoranza viene inevitabilmente collocata in uno spazio periferico.

La letteratura europea è piena di figure che incarnano questa tensione.

Il diverso di Dostoevskij, l'estraneo di Camus, il Mattia Pascal di Pirandello, il Gregor Samsa di Kafka: tutti questi personaggi vivono l'esperienza di una società che definisce sé stessa attraverso l'esclusione di ciò che appare eccentrico rispetto alla regola.

L'errore consiste nel trasformare la frequenza numerica in criterio di legittimazione.

Anche il genio è statisticamente raro. Anche il talento eccezionale è minoritario. Anche le grandi innovazioni culturali nascono quasi sempre da gruppi esigui.

La civiltà liberale moderna si è sviluppata proprio per impedire che la maggioranza trasformasse il proprio peso numerico in privilegio morale.

Da qui deriva il significato profondo dell'articolo 3 della Costituzione italiana, uno dei vertici della cultura giuridica europea del Novecento.

Talvolta Vannacci osserva che la Costituzione non contiene la parola "antifascista". Tuttavia, lo spirito antifascista della Costituzione non risiede nella presenza di una parola. Risiede nella sua architettura complessiva.

Ridurre il problema all'assenza di una parola equivale a confondere la lettera con il significato. È un po' come sostenere che la Divina Commedia non parli dell'uomo perché il termine "umanesimo" non compare nei versi di Dante.

L'intervista concessa a Lilli Gruber ha reso particolarmente visibili queste contraddizioni.

Al di là delle inevitabili appartenenze politiche, occorre riconoscere alla giornalista una qualità sempre più rara nel panorama televisivo contemporaneo: la capacità di trasformare l'intervista in un confronto dialettico.

La televisione italiana conosce da anni una forma di intervista passiva, costruita sull'alternanza di dichiarazioni e slogan. Nel colloquio con Vannacci si è invece assistito a qualcosa di diverso. Gruber ha seguito il metodo classico del giornalismo politico europeo: prendere sul serio le parole dell'interlocutore e verificarne la tenuta logica.

Quando ha insistito sul tema degli omosessuali, quando ha contestato l'uso del concetto di normalità, quando ha riportato il discorso sul terreno dei diritti e delle minoranze, la conduttrice ha costretto l'ospite a misurarsi con le conseguenze delle proprie affermazioni.

La forza dell'intervista è emersa proprio nei momenti di maggiore tensione. Vannacci ha cercato più volte di riportare la discussione sul piano della provocazione politica; Gruber ha continuato a ricondurla sul terreno delle definizioni. Ed è noto, fin dai dialoghi socratici, che le definizioni costituiscono il punto più fragile di ogni costruzione ideologica.

Quando si domanda che cosa significhi davvero "normale", quando si chiede perché una minoranza debba essere considerata diversa, quando si pretende una spiegazione rigorosa di un concetto apparentemente semplice, molte certezze cominciano a incrinarsi.

La lezione più interessante di quella serata televisiva riguarda proprio questo aspetto.

La democrazia vive di conflitto, ma sopravvive grazie alla precisione delle parole.

La politica contemporanea, al contrario, sembra spesso alimentarsi di formule elastiche, slogan identitari, espressioni volutamente ambigue. Vannacci eccelle in questo registro comunicativo. La sua abilità consiste nel collocarsi costantemente sul confine tra provocazione e plausibile negazione, tra affermazione e successiva ridefinizione del significato.

È una tecnica retorica antica.

Già Platone descriveva i sofisti come maestri nell'arte di spostare continuamente il terreno del discorso.

Per questa ragione il caso Vannacci interessa ben oltre la cronaca politica. Esso parla della qualità del nostro spazio pubblico, della fragilità delle categorie democratiche, della tentazione sempre presente di trasformare la complessità umana in una graduatoria di appartenenze.

Ogni volta che una società torna a interrogarsi su chi sia normale e chi non lo sia, su chi appartenga pienamente alla comunità e chi vi entri soltanto a determinate condizioni, riaffiora una domanda che l'Europa conosce fin troppo bene.

È la domanda che attraversa il Novecento e le sue tragedie.

La civiltà democratica è nata proprio per sostituire il criterio dell'identità con quello della dignità.

La distanza che separa queste due idee appare oggi, ancora una volta, il vero terreno dello scontro.

La vera pericolosità di Vannacci risiede nella normalizzazione di un linguaggio pericoloso. Le sue parole sugli omosessuali, sugli immigrati, sulla presunta "normalità" di alcuni cittadini rispetto ad altri, contribuiscono a costruire una visione della società fondata sulla distinzione tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi vi occupa una posizione subordinata. È una concezione che entra in collisione con lo spirito più profondo della Costituzione repubblicana, nata per garantire uguale dignità a ogni individuo, indipendentemente dalla sua condizione personale.

Il problema, dunque, non è soltanto politico. È culturale. Dietro le provocazioni di Vannacci affiora un'idea di società chiusa, attraversata da gerarchie identitarie e da categorie di appartenenza che la storia europea ha già conosciuto e dalle quali ha cercato di emanciparsi attraverso la democrazia costituzionale. Per questo le sue affermazioni meritano una critica severa: perché trasformano la differenza in sospetto, la pluralità in anomalia, l'uguaglianza in un principio negoziabile. E ogni volta che la politica imbocca questa strada, la qualità della convivenza democratica si impoverisce.