A Reggio (e non solo) la politica diventa una rissa verbale, ma è davvero questo che serve alla gente?
Insulti e attacchi personali al posto del confronto sulle idee. Lo scontro accende il dibattito sul linguaggio pubblico mentre la Calabria chiede risposte su lavoro, sanità e futuro
Insulti, offese personali, parole pesanti.
A Reggio Calabria, lo scontro politico sembra essere scivolato in qualcosa che con la politica ha sempre meno a che fare. Vannacci attacca Cannizzaro che replica adeguando toni e decibel. E il linguaggio si fa sempre più duro, fino a trasformare un confronto politico in una rissa verbale.
Ma una domanda bisogna porsela: è davvero questo che la gente si aspetta dalla politica?
No. Non lo chiedono le famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Non lo chiedono i giovani che se ne vanno dalla Calabria. Non lo chiedono chi aspetta una visita in ospedale, chi cerca un lavoro, chi vive nei territori dimenticati da tutti.
Quella gente non ha bisogno di politici che si insultano. Ha bisogno di risposte.
La politica può essere dura. Può essere feroce nel confronto delle idee. Può attaccare un avversario sulle sue scelte, sui suoi errori, sulle sue responsabilità.
Ma non dovrebbe mai trasformare l’avversario in un nemico da umiliare.
E questo vale per tutti.
Non importa da quale parte politica arrivino le parole. Non importa chi abbia cominciato. Non importa chi abbia risposto.
Quando il linguaggio pubblico precipita nell’insulto, perde la politica. E con la politica perde anche la comunità che quella politica dovrebbe rappresentare.
Perché mentre sul palco volano parole grosse, fuori dal palco c’è un Paese che aspetta.
E soprattutto c’è una Calabria che chiede molto meno teatro e molte più risposte.
La politica non è un ring.
E i cittadini non sono il pubblico venuto ad assistere alla rissa.
Sono quelli che aspettano che qualcuno si occupi, finalmente, dei loro problemi.