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11/09/2026 ore 12.41
Politica

Berlusconi aveva visto il mondo che arrivava. Ha lasciato tanti amici, ma chi ha ereditato la sua visione?

La visione del fondatore di Forza Italia sul contrasto alla povertà globale e sull'estensione del benessere (dalle rotte migratorie alle pensioni a mille euro) interroga la politica attuale

di Franco Gemoli
Silvio Berlusconi

Nel 2006 davanti al Congresso degli Stati Uniti parlò di sei miliardi di persone nella povertà, di una «fortissima pressione migratoria» e della necessità di portare i Paesi più poveri verso il benessere. In Italia voleva pensioni minime a mille euro. Vent’anni dopo figli, amici ed eredi politici continuano a richiamarsi a Silvio Berlusconi. Ma quanto è rimasto della sua idea di una politica capace di combattere le disuguaglianze e guardare avanti di venticinque anni?

Quelle parole pronunciate vent’anni fa

«Da una parte ci saranno quindi 6 miliardi di esseri umani che vivranno in condizioni di povertà e dall’altra parte meno di 2 miliardi di uomini che vivranno nel benessere. Si svilupperà inevitabilmente una fortissima pressione migratoria».

È il 1° marzo del 2006 e Silvio Berlusconi, fondatore di Forza Italia e allora presidente del Consiglio, sta parlando davanti al Congresso degli Stati Uniti. Alla Casa Bianca c’è George W. Bush, presidente repubblicano degli Stati Uniti dal 2001 al 2009, la Libia è ancora governata da Muammar Gheddafi, al potere nel Paese nordafricano dal 1969, la Siria non conosce ancora la guerra civile, le Primavere arabe devono ancora cominciare e l’Europa non ha attraversato la grande crisi migratoria che, meno di dieci anni dopo, avrebbe cambiato governi, alimentato nuove forze politiche e trasformato il controllo delle frontiere in una delle questioni centrali del continente.

Berlusconi sta parlando del mondo dei successivi venticinque anni e lo fa partendo dalle proiezioni delle Nazioni Unite: «Le previsioni delle Nazioni Unite ci dicono che nei prossimi 25 anni avremo un ulteriore aumento della popolazione di 2 miliardi di persone», concentrate prevalentemente, osserva, nei Paesi esclusi dal benessere. È da quella sproporzione che fa discendere la previsione della pressione migratoria.

Riascoltate nel 2026, quelle parole impressionano, ma trasformarle nella profezia di un uomo capace di indovinare il futuro sarebbe il modo più semplice per impoverire il suo ragionamento. Berlusconi non aveva previsto guerre, rivoluzioni e crisi che sarebbero venute e avrebbe commesso, come tutti i protagonisti della sua generazione, errori importanti nella lettura di altri scenari internazionali; aveva però individuato una frattura destinata ad allargarsi e aveva capito che la disuguaglianza non rimane ferma, perché quando una parte del pianeta vive nel benessere e un’altra ne rimane esclusa, quella distanza prima o poi si trasforma in movimento di persone, tensione sociale, instabilità politica.

Il problema non erano soltanto i migranti, era la povertà

È il passaggio successivo del discorso a rendere più interessante il video, soprattutto oggi che una parte considerevole della politica europea sembra cominciare a occuparsi dell’immigrazione quando il migrante è già arrivato davanti alla frontiera.

Berlusconi dice: «Per evitare che questo avvenga e ancor di più, che la fame e la disperazione possano generare odio ed essere strumentalizzate dal fondamentalismo non c’è altra soluzione che quella di far uscire questi Paesi dalla miseria e avviarli verso il benessere». Poi aggiunge poche parole che spiegano meglio di molte ricostruzioni successive quale fosse la sua concezione del problema: «È un nostro dovere morale ma è anche un nostro interesse vitale».

L’«interesse vitale» è forse la parte più moderna del ragionamento, perché Berlusconi non chiedeva all’Occidente di diventare improvvisamente altruista e non apparteneva certamente a una cultura politica che guardasse con sospetto alla ricchezza; al contrario, credeva nell’impresa, nel mercato, nella proprietà e nel benessere, e proprio per questo riteneva che il problema fosse allargare il numero delle persone che potessero accedervi. Combattere la miseria nei Paesi più poveri significava quindi aiutare loro, ma anche proteggere noi, perché nessuna società può pensare di vivere indefinitamente tranquilla circondata da società nelle quali milioni di giovani non riescono a immaginare un futuro.

Indicava anche la sua soluzione: «Tutti i nostri sforzi devono quindi essere indirizzati a far crescere in questi Paesi istituzioni che garantiscano il buon governo, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e un’economia di libero mercato». Era la fiducia occidentale dei primi anni Duemila nella possibilità di diffondere democrazia e mercato, una convinzione che Iraq, Afghanistan, Libia e il fallimento di molte speranze delle Primavere arabe avrebbero costretto a rivedere profondamente; ma una ricetta rivelatasi molto più complicata del previsto non cancella la domanda che l’aveva generata, perché vent’anni dopo continuiamo a discutere di come fermare chi parte molto più di quanto discutiamo di come creare le condizioni perché abbia una ragione per restare.

Dai sei miliardi di poveri ai mille euro di pensione

C’è però un altro Berlusconi che aiuta a comprendere quello di Washington, ed è il Berlusconi della politica italiana, perché la convinzione che il benessere dovesse essere allargato e che una società non potesse considerarsi prospera lasciando una parte dei propri cittadini con troppo poco attraversò, con tutte le contraddizioni del caso, anche la sua proposta interna.

Nel 2001 l’aumento delle pensioni minime a un milione di lire entrò nel celebre “Contratto con gli italiani”; la misura fu poi introdotta con requisiti anagrafici e reddituali che ne limitarono la platea rispetto alla formulazione generale della promessa. Più di vent’anni dopo, durante la campagna elettorale del 2022, Berlusconi, ormai ottantacinquenne e ancora presidente di Forza Italia, tornò sullo stesso terreno: «Nel nostro programma c’è l’aumento delle pensioni, tutte le nostre pensioni, ad almeno 1.000 euro al mese per 13 mensilità», sostenendo che bisognasse garantire agli anziani, e in particolare alle donne che avevano lavorato per una vita, «una vecchiaia serena e dignitosa».

Sono naturalmente due problemi molto diversi, la povertà globale e il reddito degli anziani italiani, e sovrapporli sarebbe una forzatura; ma dentro entrambi si riconosce una convinzione berlusconiana molto semplice: il benessere non andava combattuto, andava esteso. È una visione liberale e ottimistica della società, discutibile nei risultati e spesso più generosa negli obiettivi dichiarati che nelle possibilità concrete di realizzarli, ma sufficientemente riconoscibile da consentire, oggi, di porre una domanda a chi è venuto dopo.

Gli amici sono rimasti. E gli eredi?

Perché è a questo punto che il video smette di essere un articolo su Berlusconi.

Silvio Berlusconi ha lasciato molti amici, una famiglia che ne custodisce il nome, un partito che continua a richiamarsi esplicitamente al fondatore e un numero difficilmente calcolabile di uomini e donne della politica che possono raccontare una telefonata, una cena, una visita ad Arcore, una candidatura decisa insieme, una confidenza, una fotografia. È naturale che sia così per un uomo che ha occupato il centro della vita italiana per quasi trent’anni; meno naturale sarebbe confondere la vicinanza personale con l’eredità politica, perché essere stati amici di Berlusconi significa averlo conosciuto, essere suoi eredi dovrebbe significare aver capito che cosa voleva fare della politica.

La domanda riguarda innanzitutto i figli. Marina Berlusconi, primogenita del fondatore di Forza Italia, presidente di Fininvest e del Gruppo Mondadori, non ha scelto la politica attiva, ma nei suoi interventi pubblici ha espresso posizioni riconoscibili sull’Europa, sull’Occidente, sulle libertà individuali e sui diritti civili; Pier Silvio Berlusconi, secondogenito di Silvio e amministratore delegato di MFE-MediaForEurope, ha mantenuto il proprio baricentro nell’impresa e nella televisione, pur intervenendo sul futuro di Forza Italia e sulla necessità di rinnovarne la proposta. Nessuno dei due può essere trasformato arbitrariamente nell’erede politico del padre, ruolo che non hanno scelto, ma è significativo che proprio attorno a loro continui periodicamente a riemergere una domanda sul futuro del berlusconismo.

Poi c’è il partito. Antonio Tajani, segretario nazionale di Forza Italia, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, rivendica legittimamente la continuità con Berlusconi e Forza Italia continua a indicare l’aumento delle pensioni minime tra le proprie priorità. Il governo guidato da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dal 2022 e leader di Fratelli d’Italia, ha introdotto e modificato strumenti contro la povertà, dall’Assegno di inclusione al Supporto per la formazione e il lavoro, e ha previsto incrementi per le pensioni più basse; dire che nulla sia stato fatto sarebbe falso, ma sarebbe altrettanto difficile non vedere quanto sia ancora lontano l’obiettivo dei mille euro per tredici mensilità che Berlusconi indicava nel 2022 e quanto rimanga grande, in un Paese nel quale milioni di persone vivono ancora in povertà, la distanza fra l’ambizione e il risultato.

Non si tratta di stabilire chi abbia tradito Berlusconi, processo piuttosto inutile oltre che ingeneroso verso chi deve governare facendo i conti con bilanci, risorse e compatibilità che durante una campagna elettorale sembrano sempre un po’ più disponibili; si tratta di capire se l’eredità di un leader possa essere ridotta al simbolo, al nome e alla memoria oppure debba essere misurata anche sugli obiettivi che aveva indicato. Se Berlusconi considerava la lotta alla miseria un «dovere morale» e un «interesse vitale» quando guardava al mondo e giudicava insufficiente una pensione che non garantisse una vecchiaia dignitosa quando guardava all’Italia, allora anche questo appartiene alla sua eredità.

Gli amici di Berlusconi in Calabria

E poi ci sono gli amici che Berlusconi ha avuto in Calabria, una regione nella quale Forza Italia ha costruito nel tempo una delle proprie presenze più solide. Jole Santelli, parlamentare di Forza Italia, sottosegretaria nei governi Berlusconi e prima donna eletta presidente della Regione Calabria nel 2020, scomparsa nello stesso anno, fu una delle figure politicamente e personalmente più vicine al Cavaliere; Roberto Occhiuto, attuale presidente della Regione Calabria e vicesegretario nazionale di Forza Italia, già capogruppo azzurro alla Camera, ha avuto con Berlusconi un rapporto di lunga fiducia ed è oggi tra gli esponenti che chiedono al partito di rafforzarne l’identità liberale, riformista e modernizzatrice.

Berlusconi guardava al 2031. Chi guarda al 2051?

È qui che il confronto con la politica contemporanea diventa inevitabile e anche un po’ malinconico, senza bisogno di inventarsi un passato popolato da giganti. Berlusconi stesso fu uno dei principali artefici della trasformazione della politica in comunicazione e immagine, dunque sarebbe abbastanza curioso presentarlo oggi come vittima innocente della politica-spettacolo; eppure persino l’uomo che aveva portato la televisione dentro la politica sembrava ancora convinto che, conquistata la telecamera, bisognasse avere qualcosa da raccontare attraverso quella telecamera.

Oggi ogni leader dispone nello smartphone di un’emittente personale, può raggiungere milioni di persone senza mediazioni, commentare un avvenimento mentre sta accadendo e trasformare una decisione politica in un video da pochi secondi; nel frattempo la giornata pubblica si consuma tra una dichiarazione del mattino, la replica dell’ora di pranzo, la controreplica del pomeriggio e il dibattito televisivo serale, fino a quando una nuova polemica consente il giorno successivo di dimenticare quella precedente. Non è detto che i politici siano diventati peggiori; certamente è diventato molto più difficile chiedere loro di pensare a un tempo che non restituisca immediatamente consenso.

I problemi veri, però, continuano a muoversi con esasperante lentezza: la demografia procede per generazioni, la povertà può riprodursi per decenni, l’Europa invecchia, l’Africa cresce, le guerre lasciano conseguenze quando le telecamere sono già andate via e il Mediterraneo continua a separare un continente ricco e anziano da un continente molto più giovane nel quale milioni di persone cercano ciò che gli uomini hanno sempre cercato quando non riuscivano a trovarlo a casa propria, una possibilità di vivere meglio.

Nel 2006 Berlusconi guardava al 2031. Nel 2026, mantenendo la stessa distanza, dovremmo discutere del 2051: di quale Italia ci arriverà, di quanta popolazione avrà, di quale Europa esisterà, del rapporto che avremo costruito con l’Africa, di come finanzieremo pensioni e sanità in una società sempre più anziana, di quali lavori esisteranno e di quanta disuguaglianza saremo disposti a tollerare prima di accorgerci che gli squilibri, quando vengono lasciati crescere abbastanza a lungo, finiscono sempre per presentare il conto anche a chi pensava di esserne al riparo.

Forse è questo il modo meno retorico di ricordare Silvio Berlusconi: non contare quanti amici abbia lasciato, perché sono certamente molti, né stabilire chi possa esibire il ricordo più intimo o la fotografia più bella, ma chiedere ai suoi figli, al partito che ha fondato, agli alleati e soprattutto ai tanti che continuano a definirsi suoi amici che cosa sia rimasto di quell’ambizione che emerge dal vecchio discorso di Washington, quando un presidente del Consiglio italiano trovava naturale interrogarsi sul mondo che sarebbe arrivato venticinque anni dopo.

Perché l’amicizia può sopravvivere in un ricordo, un partito può sopravvivere nel simbolo e un cognome può attraversare le generazioni; una visione, invece, sopravvive soltanto se qualcuno continua ad avere il coraggio di usarla.