Bobo Craxi: «Il populismo ha imitato male il socialismo. La neutralità in una società diseguale non può esistere»
Il secondogenito dello storico leader socialista rilancia il Psi come ponte tra giustizia sociale e governabilità: «Senza lavoro, diritti e redistribuzione, il Paese sarà ricco per pochi e fragile per tutti»
C’è un’Italia che cresce nei numeri e arretra nella sostanza. Un’Italia in cui la ricchezza si concentra, i salari ristagnano e la mobilità sociale si blocca. In questo scenario, il socialismo non è un residuo del passato, ma una soluzione del presente. Affrontiamo i temi di attualità con l'onorevole Bobo Craxi attraverso una conversazione che chiarisce alcuni aspetti della quotidianità politica.
Onorevole Craxi, cosa pensa delle conseguenze della politica degli ultimi decenni?
«Il problema è che negli ultimi trent’anni abbiamo smesso di pensare la società in termini collettivi. Abbiamo sostituito la politica con la gestione. Una gestione che ha prodotto effetti evidenti: progressivo arretramento dello Stato, privatizzazioni senza equilibrio, riduzione della capacità redistributiva. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più disuguaglianze, meno diritti.
Il riferimento alla stagione di Bettino Craxi è inevitabile, resta sullo sfondo ma con nostalgia?
«Quella fase storica aveva un tratto che oggi manca completamente: il coraggio delle scelte. Oggi, al contrario, domina l’ambiguità. La politica rincorre il consenso immediato, evita i nodi strutturali, si rifugia in misure parziali che non risolvono affatto i problemi di fondo».
Craxi, il populismo ha sostituito il socialismo?
«Lo ha imitato male. Ha preso i temi sociali del partito socialista svuotandoli di contenuto. Promette redistribuzione senza costruire strumenti reali lasciando che le promesse restino tali; il risultato è una narrazione permanente dell’emergenza e della precarietà, senza mai arrivare alla soluzione».
E il centrosinistra?
«Ha commesso un errore strategico: ha interiorizzato logiche liberiste senza mantenere un’identità sociale forte. Così ha perso il suo riferimento naturale. Nel frattempo, i dati sociali raccontano un Paese spaccato: pochi concentrano ricchezza, milioni vivono in condizioni di precarietà. E mentre il divario cresce, la politica sembra incapace di intervenire in modo strutturale».
Il problema principale oggi qual è?
«La perdita di mobilità sociale. Se il punto di partenza determina il punto di arrivo, significa che il sistema non funziona più. Un fallimento che chiama in causa lo Stato. Non quello burocratico e inefficiente, ma quello che dovrebbe garantire diritti fondamentali. Quando lo Stato arretra, non avanza il mercato, avanzano le disuguaglianze. Eppure, il dibattito pubblico sembra ignorare questo nodo. Si discute di equilibri politici, di alleanze, di leadership, mentre le questioni sociali restano sullo sfondo».
Quale è il futuro del partito socialista come forza politica reale?
«Il partito socialista in Italia è storicamente una cultura; prima ancora dei voti, contano idee, formazione, presenza nei territori. Un passaggio chiave, perché evidenzia il vero limite della politica attuale: la perdita di radicamento e di contatto con la realtà che vivono i cittadini ».
Qual è la prima riforma che il partito socialista proporrebbe?
«Un intervento deciso sul lavoro: salari, stabilità, diritti. Senza questo, non esiste equità. Il punto, però, è anche un altro: la politica ha smesso di scegliere. Ha rinunciato al conflitto sociale come strumento di confronto e cambiamento, preferendo la neutralità apparente ma la neutralità, in una società diseguale, non può e non deve esistere; ed è proprio qui che il socialismo torna ad essere necessario. Non come ideologia del passato, ma come strumento per leggere il presente e correggerne le distorsioni perché senza una visione che rimetta al centro lavoro, diritti e giustizia sociale, il rischio è quello di un Paese sempre più ricco per pochi e sempre più fragile per tutti gli altri».
E in questo vuoto, qual è il ruolo del partito socialista?
«Il Partito Socialista è sicuramente il ponte tra giustizia sociale e governabilità. La sua tradizione riformista consente di tenere insieme crescita economica e redistribuzione, diritti civili e diritti sociali, libertà individuali e solidarietà collettiva. Non è una sintesi astratta, ma una pratica politica concreta che ha già dimostrato, in diverse stagioni, di saper incidere positivamente nella realtà politica italiana al di fuori di logiche astratte e sterili».