Calabria terra di conquista, da Prodi e Berlusconi a Roscioli: quando Roma sceglieva i parlamentari al posto dei calabresi
Destra, centro e sinistra hanno utilizzato per anni la regione per eleggere leader, ministri e dirigenti nazionali. Fini, Casini, Bertinotti, Diliberto, Boselli, Pecoraro Scanio, Di Pietro, Bindi, D’Attorre, Roccella, Scarpinato e molti altri: una storia lunga almeno vent’anni che attraversa tutti i partiti. Qualcuno si è occupato davvero della Calabria, per molti altri è più difficile trovare risultati riconducibili direttamente al territorio
Fabio Roscioli è arrivato per ultimo, ma prima di lui erano passati quasi tutti. Presidenti del Consiglio e leader di partito, ministri ed ex ministri, segretari, presidenti di assemblee parlamentari, magistrati diventati senatori e dirigenti ai quali serviva un posto sicuro nelle liste. La Calabria, nel corso degli ultimi vent’anni e probabilmente anche andando molto più indietro nella storia repubblicana, è stata utilizzata da destra, centro e sinistra come una grande circoscrizione nella quale sistemare anche gli equilibri nazionali: Romano Prodi e Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto, Alfonso Pecoraro Scanio ed Enrico Boselli, Antonio Di Pietro e Maurizio Gasparri, Rosy Bindi e Alfredo D’Attorre, fino a Eugenia Roccella e Roberto Scarpinato. Alcuni furono soltanto proclamati e poi optarono per un’altra circoscrizione, liberando il posto per chi veniva dopo; altri il seggio calabrese lo conservarono davvero. Ma la domanda politica resta la stessa e oggi, dopo l’elezione del romano Roscioli nel collegio di Reggio Calabria-Locri, torna inevitabilmente a galla: perché una regione con quasi due milioni di abitanti ha accettato così spesso che una parte della propria rappresentanza parlamentare venisse scelta dalle segreterie romane?
Suppletive Reggio Calabria, Roscioli vince ma il voto scopre le crepe in un centrodestra a due velocitàIl 2006, quando mezza politica italiana venne eletta in Calabria
Basta aprire gli atti della Camera del 28 aprile 2006 per capire che non si tratta di una suggestione. Quell’anno la circoscrizione Calabria diventò una fotografia quasi surreale della Seconda Repubblica: Silvio Berlusconi per Forza Italia, Gianfranco Fini per Alleanza nazionale, Pier Ferdinando Casini per l’Udc, Romano Prodi per l’Ulivo, Fausto Bertinotti per Rifondazione comunista, Oliviero Diliberto per i Comunisti italiani, Alfonso Pecoraro Scanio per i Verdi ed Enrico Boselli per la Rosa nel Pugno risultarono tutti eletti anche qui.
Otto nomi nazionali, appartenenti praticamente all’intero arco politico, infilati nella stessa circoscrizione.
Poi arrivarono le opzioni. Fini lasciò spazio ad Angela Napoli, Casini a Giuseppe Galati, Berlusconi a Luigi Fedele, Diliberto a Katia Bellillo, Boselli a Emma Bonino, Bertinotti ad Antonello Falomi, Pecoraro Scanio a Stefano Boco e Prodi a Nicola Adamo. È tutto scritto nel resoconto della seduta inaugurale della XV legislatura.
Il meccanismo era perfettamente legale e previsto dal sistema elettorale dell’epoca: i leader potevano candidarsi in più circoscrizioni, essere proclamati in diverse parti d’Italia e successivamente scegliere dove conservare il seggio. Non tutti, dunque, sottrassero materialmente un posto a un parlamentare calabrese per l’intera legislatura. Ma politicamente il messaggio era difficile da ignorare: la Calabria serviva anche come casella della grande partita nazionale, mentre i candidati del territorio aspettavano che da Roma arrivasse l’opzione capace di aprire loro la porta di Montecitorio.
E in quella stessa legislatura compare un caso diverso, quello di Maurizio Gasparri. Romano, eletto in più circoscrizioni, invece di abbandonare la Calabria scelse di mantenerne il seggio. È una distinzione importante, perché questa storia non può essere raccontata mettendo automaticamente tutti sullo stesso piano.
Nel 2008 cambia il Parlamento, non cambia il metodo
Due anni dopo si votò nuovamente e la musica rimase sorprendentemente simile. Alla Camera furono proclamati anche in Calabria Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Antonio Di Pietro. Con loro comparvero Giuseppe Naro, siciliano dell’Udc, e perfino Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l’Autonomia e futuro presidente della Regione Siciliana, che risultò proclamato in Campania 1, Campania 2, Puglia, Calabria, Sicilia 1 e Sicilia 2 prima di dimettersi dalla Camera proprio perché eletto governatore della Sicilia. Gli atti parlamentari registrano quindi in Calabria i subentri di Mario Tassone a Casini, Roberto Occhiuto a Naro, Michele Traversa a Berlusconi, Antonino Foti a Fini e Aurelio Misiti ad Antonio Di Pietro; dopo le dimissioni di Lombardo il seggio del Movimento per l’Autonomia passò invece a Elio Belcastro.
E al Senato il fenomeno assumeva altre forme. Tra gli eletti calabresi del 2008 figuravano Luigi De Sena, nato a Nola, Daniela Mazzuconi, lombarda, Dorina Bianchi, nata a Pisa, e Nitto Francesco Palma, romano, accanto naturalmente ai parlamentari provenienti dalla regione. I dati ufficiali del Senato li registrano tutti fra gli eletti in Calabria.
A questo punto diventa difficile sostenere che si trattasse di una peculiarità di un partito. Il centrodestra utilizzava la Calabria per i propri vertici, il centrosinistra faceva altrettanto, i partiti minori seguivano lo stesso metodo. Il colore cambiava, la logica molto meno.
Il 2013, Bindi e D’Attorre da una parte, Berlusconi dall’altra
Nel 2013 la stagione dei grandi plurieletti cominciava a cambiare, ma la Calabria continuava a essere considerata dalle segreterie nazionali una regione nella quale collocare personalità provenienti da fuori. Il Partito democratico mise ai primi posti della lista per la Camera Rosy Bindi, toscana, e Alfredo D’Attorre, lucano: entrambi vennero eletti. L’elenco ufficiale dei deputati della circoscrizione Calabria li registra insieme agli altri parlamentari usciti dalle urne.
D’Attorre rappresenta tuttavia un caso particolare, perché non era stato catapultato in Calabria alla vigilia del voto: aveva già guidato il Pd regionale come commissario e aveva quindi costruito un rapporto politico diretto con il territorio. Bindi, invece, portava soprattutto il peso della propria storia nazionale.
Al Senato ricompare Silvio Berlusconi, eletto anche in Calabria e poi optante per il Molise; il suo posto consentì il subentro di Domenico Scilipoti. Ma nella stessa pattuglia parlamentare troviamo altri due nomi non calabresi destinati ad avere un ruolo importante: Francesco Molinari, nato a Roma, e soprattutto Nicola Morra, nato a Genova ma da tempo radicato professionalmente e politicamente in Calabria. Il Senato certifica tutti questi passaggi: Berlusconi eletto e poi optante per il Molise, Molinari e Morra eletti con il Movimento 5 Stelle e Scilipoti subentrato nel Pdl.
Ed è proprio qui che emerge la necessità di non confondere il luogo di nascita con il rapporto reale con la regione: essere nati fuori dalla Calabria non significa automaticamente essere estranei alla Calabria. Morra, per esempio, insegnava da anni a Cosenza e nel 2018 sarebbe stato eletto direttamente nel collegio uninominale cosentino.
Nel 2018 arriva anche Salvini
Cinque anni dopo compare un altro nome destinato a diventare emblematico. Matteo Salvini, milanese e leader della Lega, risultò eletto anche al Senato in Calabria. La vicenda ebbe poi uno sviluppo particolare: Fulvia Caligiuri subentrò a Salvini a seguito della procedura di contestazione dell’elezione. Lo certifica direttamente il Senato nella pagina degli eletti calabresi della XVIII legislatura.
Nella stessa legislatura tornò Nicola Morra, questa volta eletto nell’uninominale di Cosenza con il Movimento 5 Stelle; nato a Genova ma ormai con una lunga storia calabrese, sarebbe diventato presidente della Commissione parlamentare Antimafia.
È un altro passaggio che aiuta a capire perché la lista dei «forestieri» vada maneggiata con cautela. Se il criterio fosse semplicemente il certificato di nascita, metteremmo nello stesso sacco Salvini e Morra, due storie territoriali evidentemente differenti.
Roccella e Scarpinato, la storia continua nel 2022
Neppure il Rosatellum, la riduzione del numero dei parlamentari e collegi molto più grandi hanno chiuso la stagione. Nel 2022 Eugenia Roccella, romana, viene eletta alla Camera nella quota proporzionale calabrese di Fratelli d’Italia e poco dopo entra nel governo Meloni come ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità.
Al Senato il Movimento 5 Stelle candida invece in Calabria Roberto Scarpinato, nato a Caltanissetta, una vita trascorsa nella magistratura siciliana e una notorietà nazionale costruita nelle inchieste sulla mafia. Viene eletto. Ancora oggi la sua scheda parlamentare reca una formula inequivocabile: regione di elezione, Calabria. L’elenco ufficiale del Senato del 2022 lo colloca nel proporzionale calabrese insieme agli altri eletti della regione.
E così arriviamo al 2026 e a Fabio Roscioli, romano, tesoriere nazionale di Forza Italia, scelto dal centrodestra per occupare attraverso le suppletive il seggio lasciato libero da Francesco Cannizzaro. Stavolta non c’erano listini bloccati nei quali sistemare un dirigente né pluricandidature dalle quali attendere un’opzione: Roscioli si è presentato direttamente agli elettori del collegio Reggio Calabria-Locri e quegli elettori, tra quanti sono andati alle urne, lo hanno scelto.
Ma cosa hanno restituito alla Calabria?
È probabilmente questa la domanda più scomoda. Ed è anche quella sulla quale bisogna evitare scorciatoie.
Scrivere che nessuno abbia fatto nulla per la Calabria sarebbe falso. Il caso più evidente è Rosy Bindi: da presidente della Commissione parlamentare Antimafia seguì direttamente dossier calabresi, missioni e audizioni sul territorio e la Commissione produsse una relazione specifica sulla situazione degli uffici giudiziari della regione. Gasparri, che aveva scelto di conservare il seggio calabrese, intervenne a sua volta su questioni riguardanti il territorio. Nicola Morra, pur nato a Genova, aveva un rapporto con la Calabria precedente all’elezione e da presidente dell’Antimafia si occupò ripetutamente della ’ndrangheta.
Per altri, invece, è molto più difficile individuare un’eredità politica specificamente calabrese proporzionata al peso del seggio ricevuto dalla regione. Ed è questa la distinzione che conta: un parlamentare può avere avuto una carriera prestigiosa, presentato decine di proposte di legge, ricoperto incarichi di governo e svolto un’intensa attività nazionale senza che tutto questo si traduca automaticamente in risultati per il territorio nel quale è stato eletto.
Prodi governava l’Italia, Berlusconi pure; Fini diventò presidente della Camera, Casini lo era stato, Bertinotti lo sarebbe diventato proprio nel 2006. Pecoraro Scanio fu ministro, Di Pietro ministro, Roccella lo è ancora oggi, Scarpinato svolge un’intensa attività sui temi della giustizia e dell’antimafia. Ma la domanda è un’altra: che cosa rimase in Calabria di quelle elezioni?
Non basta contare gli atti parlamentari. Bisognerebbe cercare infrastrutture sbloccate, finanziamenti ottenuti, vertenze risolte, servizi salvati, battaglie condotte specificamente per questa regione. Ed è qui che, per molti dei grandi nomi passati dalle liste calabresi, la traccia diventa assai meno evidente.
Il problema non erano soltanto quelli che arrivavano da Roma
Rimane infine l’altra metà della storia, forse quella politicamente più interessante. Perché quei candidati non si imposero da soli.
Dietro ogni nome deciso a Roma c’era una classe dirigente calabrese che accettava quella scelta, la difendeva e chiedeva ai propri elettori di votarla. Talvolta lo faceva perché avere un leader nazionale capolista garantiva visibilità e voti; altre volte perché l’accordo consentiva, attraverso le pluricandidature e le successive opzioni, di far entrare comunque il candidato locale. E altre ancora perché contestare la decisione della segreteria nazionale avrebbe significato mettere in discussione equilibri, carriere e rapporti di forza dentro il partito.
Per questo sarebbe troppo semplice raccontare mezzo secolo di candidature dall’alto come una storia di Roma contro la Calabria. Roma sceglieva, ma una parte consistente della politica calabrese acconsentiva. E gli elettori, quando avevano la possibilità di esprimersi direttamente, spesso ratificavano quella scelta.
È accaduto ancora con Roscioli. Nessuno lo ha nascosto dentro un listino: il suo nome era sulla scheda e ha vinto.
Ed è forse proprio qui che l’ultima elezione diventa la chiave per rileggere tutte le precedenti. Non si tratta di stabilire se un parlamentare nato a Roma, Milano, Firenze o Palermo abbia meno diritto di un calabrese a rappresentare la regione: la Costituzione stabilisce che ogni parlamentare rappresenta l’intera Nazione e non il territorio nel quale è stato eletto. Si tratta di capire perché una regione che lamenta da decenni una debolezza della propria rappresentanza nazionale abbia contemporaneamente ceduto così spesso alle segreterie dei partiti una parte del potere di scegliere chi quella rappresentanza dovesse esercitarla.
Da Prodi a Berlusconi, da Fini a Casini, da Bertinotti a Pecoraro Scanio, da Diliberto a Boselli, da Di Pietro a Gasparri, da Bindi e D’Attorre fino a Salvini, Roccella, Scarpinato e Roscioli, i nomi cambiano e attraversano praticamente l’intero arco politico.
Il problema, allora, non è soltanto perché Roma abbia continuato a scegliere. Dopo vent’anni di nomi, opzioni, listini e candidature calate dall’alto, la domanda forse più difficile è un’altra: perché la Calabria abbia continuato così spesso a lasciarla scegliere.