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08/08/2026 ore 12.59
Politica

Caso Delmastro, l’oltraggio di Bignami a Scalfaro sul 41-bis: «Liberò 300 mafiosi». Ma la storia dice altro

Nel 1993 furono 334 i decreti non rinnovati dal ministro Conso: i detenuti rimasero in carcere e il Quirinale non ebbe alcun ruolo nella decisione. Oggi il centrodestra cerca di sostituire ai fatti la propaganda

di Tacco di Ghino
Stefano Caofei

Le bugie non diventano storia. Accade spesso, in Italia, che la propaganda tenti di deformare fatti ed eventi. Ma c’è un limite che non dovrebbe mai essere oltrepassato: quello della verità storica. Perché la propaganda può alterare la percezione dei fatti, ma non può riscrivere la storia. Falsificandola.

Eppure c’è chi, con sorprendente disinvoltura, è arrivato a formulare in Parlamento accuse gravissime contro un Presidente della Repubblica. È accaduto durante le dichiarazioni di voto sulla richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle chat del sottosegretario Andrea Delmastro. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, ha richiamato la vicenda del 41-bis, sostenendo che Oscar Luigi Scalfaro avrebbe «liberato 300 mafiosi».

È un’affermazione totalmente falsa. La verità è ben diversa ed è facilmente verificabile. Nessun mafioso fu liberato. Nel novembre del 1993, il ministro della Giustizia Giovanni Conso decise di non rinnovare 334 decreti di applicazione del regime di carcere duro, giunti alla loro naturale scadenza. I detenuti rimasero in carcere a scontare le loro condanne: cessò, per quei casi, soltanto il regime speciale previsto dall’articolo 41-bis. Si può discutere quella decisione, la si può giudicare giusta o sbagliata, ma non la si può trasformare, trent’anni dopo, in una presunta scarcerazione di mafiosi.

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Ancora più grave è attribuire quella scelta al Presidente della Repubblica. Chiunque conosca il funzionamento delle istituzioni sa che il Capo dello Stato non ha alcun potere nell’adozione o nel rinnovo dei provvedimenti di 41-bis. La decisione spettava esclusivamente al ministro della Giustizia.

Ed è proprio questo il punto. Il capogruppo del principale partito di governo non può permettersi di manipolare vicende tanto delicate della nostra storia repubblicana. Non può piegare la memoria delle stragi e della lotta alla mafia alle esigenze della polemica politica. Tanto meno può farlo per strappare un applauso o alimentare una narrazione priva di qualsiasi fondamento.

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Oscar Luigi Scalfaro non ha bisogno di agiografie. La sua vicenda istituzionale parla da sé. Magistrato, ministro dell’Interno e Presidente della Repubblica in uno dei momenti più difficili della storia italiana, ha attraversato gli anni delle stragi mafiose e di Tangentopoli rappresentando un punto di equilibrio per le istituzioni. Come ogni Presidente è stato criticato e contestato, ma nessuno gli aveva mai attribuito responsabilità in una vicenda che, semplicemente, non gli apparteneva.

In democrazia tutto può essere oggetto di confronto e di critica. Si possono contestare le scelte dei governi, dei ministri e perfino dei Presidenti della Repubblica. Ciò che non è accettabile è sostituire i fatti con la propaganda, attribuendo responsabilità che non esistono.

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Preoccupa che simili affermazioni vengano pronunciate con tanta sicurezza nell’Aula della Camera dei deputati. Preoccupa ancora di più che vengano accolte dagli applausi, senza che nessuno avverta il dovere di richiamare il rispetto della verità storica.

La memoria è un bene pubblico. Non appartiene ai propagandisti, ma ai fatti. E quando i fatti vengono piegati alla convenienza politica, il danno non riguarda soltanto un avversario: riguarda la credibilità delle istituzioni e la qualità della nostra democrazia.