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07/10/2026 ore 06.30
Politica

Conte scopre le carte, Schlein non arretra: il voto in primavera accelera la resa dei conti nel campo largo

Il leader del M5S rivela di aver proposto alla segretaria dem un passo indietro comune e una figura terza per Palazzo Chigi. Il rifiuto chiude la strada al federatore e porta il centrosinistra verso le primarie, mentre l’ipotesi delle elezioni anticipate rende improvvisamente più stretto il calendario

di Redazione Politica
Giuseppe Conte e Elly Schlein (Ipa)

Il campo largo ha trascorso mesi a discutere di programmi, alleanze, veti incrociati e confini da allargare, ma alla fine è arrivato esattamente nel punto che tutti conoscevano e che nessuno aveva particolare fretta di affrontare: chi dovrà sfidare Giorgia Meloni per Palazzo Chigi. Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno provato a cercare una via d’uscita anche lontano dai riflettori, ma il tentativo non ha funzionato. Il presidente del Movimento 5 Stelle ha rivelato di aver proposto alla segretaria del Pd un passo indietro comune, rinunciando entrambi alla candidatura per affidare la guida della coalizione a una figura terza; Schlein non ha accettato e adesso, mentre Conte considera «abbastanza probabile» un ritorno alle urne già in primavera, quella che fino a pochi giorni fa poteva apparire come una battaglia rinviabile sulla leadership rischia di trasformarsi rapidamente nella resa dei conti che deciderà non soltanto il candidato premier, ma anche gli equilibri dell’intero centrosinistra.

La novità, infatti, non sta semplicemente nel fatto che Conte e Schlein possano sfidarsi alle primarie. Quella prospettiva era ormai emersa con chiarezza e proprio nei giorni scorsi la segretaria dem aveva ricordato agli alleati che il Pd dispone di un consenso quasi doppio rispetto al Movimento 5 Stelle, facendo capire che il principio secondo cui nel campo largo «uno vale uno» non può essere applicato automaticamente alla scelta della leadership. La novità è che prima di arrivare allo scontro pubblico Conte aveva provato a disinnescare la sfida privata, mettendo sul tavolo la propria disponibilità a rinunciare alla candidatura purché anche Schlein facesse altrettanto.

Conte tenta l’ultima mediazione, Schlein chiude la porta

È stato lo stesso presidente del Movimento 5 Stelle a raccontare il retroscena intervenendo questa mattina a Coffee Break su La7. Conte ha confermato un incontro molto recente con la segretaria del Pd e ha spiegato di averle proposto, anche alla luce delle preoccupazioni che una parte dell’elettorato progressista manifesterebbe nei confronti di una competizione interna, un passo indietro di tutti i leader di partito per arrivare a una figura terza. Nessun nome formalmente sul tavolo, ha precisato l’ex presidente del Consiglio, perché Schlein avrebbe escluso a monte quella possibilità.

Il retroscena raccontato da Conte completa quanto emerso sull’incontro riservato tra i due leader: la possibilità di affidarsi a un federatore esterno sarebbe stata sondata prima di arrivare alla conclusione che, in assenza di un accordo, la strada conduce alle primarie di coalizione. Schlein avrebbe mantenuto una posizione molto netta: la leadership spetta alla forza che raccoglie più consensi oppure, se gli alleati non accettano questo criterio, saranno gli elettori del centrosinistra a scegliere attraverso i gazebo.

Una linea che dal punto di vista del Pd ha una logica difficilmente contestabile: Schlein guida il partito più forte dell’opposizione e non ha alcun interesse a neutralizzare questo vantaggio prima ancora che la partita cominci. Accettare una personalità terza significherebbe rinunciare volontariamente alla possibilità di trasformare il peso elettorale dei democratici nella leadership della coalizione e, soprattutto, consegnare agli avversari interni l’argomento secondo cui il Pd sarebbe indispensabile per costruire l’alternativa a Meloni ma non abbastanza forte per guidarla.

Per Conte il ragionamento è esattamente opposto. Riconoscere automaticamente la candidatura a Schlein sulla base dei rapporti di forza tra i partiti significherebbe accettare una subordinazione politica che il Movimento 5 Stelle difficilmente potrebbe spiegare al proprio elettorato. Da qui prima il tentativo della terza figura e, fallito quello, la disponibilità ad affrontare la segretaria dem direttamente sul terreno delle primarie.

Le primarie diventano una battaglia sulla leadership

È in questo passaggio che cambia la natura della partita. Conte ha assicurato che il Movimento 5 Stelle sosterrà il vincitore della consultazione, chiunque sia, rivendicando la serietà della propria comunità politica e togliendo così dal tavolo, almeno nelle intenzioni, il rischio che una sconfitta ai gazebo possa trasformarsi nella rottura della coalizione. Ma proprio questa disponibilità rende ancora più evidente che le primarie non sarebbero una semplice procedura per mettere d’accordo partiti incapaci di scegliere: diventerebbero il primo vero confronto nazionale tra le leadership di Schlein e Conte e, indirettamente, tra due idee diverse di come costruire l’alternativa a Giorgia Meloni.

Il Pd parte dai numeri, dalla propria maggiore consistenza elettorale e dalla convinzione che una coalizione non possa prescindere dal peso delle forze che la compongono; Conte può invece provare a trasformare una consultazione aperta in qualcosa di diverso dalla fotografia dei consensi dei singoli partiti, puntando sul proprio profilo personale, sui due passaggi a Palazzo Chigi e sulla capacità di intercettare un elettorato che non necessariamente coincide con quello del Movimento 5 Stelle.

Attorno a loro, però, rimane un campo politico molto più largo dei due principali contendenti e ancora tutt’altro che stabilizzato. Alleanza Verdi e Sinistra guarda con diffidenza a una competizione che potrebbe esasperare le divisioni anziché ricomporle, mentre nell’area riformista e centrista continuano a muoversi soggetti diversi che dovranno decidere non soltanto se entrare nella coalizione, ma anche quali regole accettare per la scelta della sua guida. Proprio la contrarietà di una parte degli alleati alle primarie aveva alimentato la ricerca di una soluzione esterna, ma il no di Schlein alla figura terza restringe ormai considerevolmente lo spazio di manovra.

L’ipotesi del voto in primavera cambia il calendario

Poi c’è la frase che sposta improvvisamente in avanti le lancette della politica. Conte ritiene «abbastanza probabile» che le elezioni politiche possano svolgersi già in primavera e utilizza proprio questa valutazione per chiedere agli alleati di accelerare: prima il programma, poi la scelta della leadership, senza arrivare a ridosso della campagna elettorale ancora impegnati a discutere delle regole delle primarie.

È necessario, tuttavia, tenere distinti i fatti dalle valutazioni politiche. Non esiste al momento una decisione sullo scioglimento anticipato delle Camere e l’eventualità indicata da Conte resta uno scenario, non una data già scritta sul calendario istituzionale. Ma il fatto stesso che il leader di una delle principali forze d’opposizione consideri pubblicamente plausibile questa prospettiva modifica il clima nel quale si stanno muovendo i partiti, tanto più mentre la legge elettorale e i suoi effetti sulla scelta del candidato premier sono entrati direttamente nella partita del centrosinistra. La possibilità di un election day a maggio sta già alimentando, del resto, la richiesta di accelerare sia sul programma sia sulla leadership.

Ed è proprio il calendario a trasformare un problema politico conosciuto da mesi in un’urgenza. Con la legislatura destinata ad arrivare alla propria scadenza naturale ci sarebbe ancora spazio per rinviare, trattare, cercare formule di compromesso e magari lasciare sedimentare le tensioni; con una primavera elettorale, invece, il campo largo dovrebbe definire in pochi mesi il programma comune, stabilire definitivamente il proprio perimetro, risolvere il rapporto con l’area centrista e soprattutto scegliere chi dovrà presentarsi davanti agli italiani come alternativa a Giorgia Meloni.

Il campo largo non può più rinviare la scelta

Tre giorni fa la sfida poteva ancora essere letta essenzialmente come una prova muscolare. Schlein ricordava agli alleati che il Pd vale circa il doppio del Movimento 5 Stelle, Conte rispondeva rivendicando le primarie e la coalizione continuava a tenere insieme le proprie differenze rinviando il momento della decisione. Oggi sappiamo qualcosa in più: prima che quelle distanze emergessero pubblicamente, Conte aveva provato a eliminarle alla radice proponendo che nessuno dei due corresse per Palazzo Chigi.

Schlein ha scelto di non farlo, probabilmente perché sa che rinunciare oggi alla leadership significherebbe privarsi volontariamente del principale vantaggio politico costruito dal Pd. Conte, dopo avere verificato l’impossibilità della mediazione, sembra invece disposto ad accettare il terreno scelto dalla segretaria e a giocare la partita fino in fondo.

Rimane naturalmente il programma, che entrambi indicano come il passaggio necessario prima della competizione sui nomi, ma sarebbe difficile fingere che la questione della leadership possa ancora essere tenuta separata dal resto. Il campo largo non deve più soltanto dimostrare di poter stare insieme contro Meloni: deve stabilire chi lo guiderà contro Meloni, e dovrà farlo evitando che la competizione interna consumi quella stessa coalizione che le primarie dovrebbero legittimare.

Il tentativo della figura terza avrebbe consentito di aggirare il problema. Il no di Schlein lo ha riportato esattamente al centro del tavolo. E se l’ipotesi evocata da Conte di un voto già in primavera dovesse acquistare consistenza, il tempo delle tattiche sarebbe praticamente finito: prima ancora di provare a battere Giorgia Meloni, il centrosinistra dovrà decidere chi avrà il diritto, e il peso politico, di sfidarla.