Da Salvini a Vannacci, il salto della quaglia (con salvagente) di Domenico Furgiuele
Dalla trincea (comoda) della Lega ai miti di Camelot del generale Vannacci: la parabola del deputato calabrese che giurava fedeltà eterna a leader del Carroccio davanti ai microfoni, salvo poi cambiare casacca
C’è un video, registrato di recente negli studi di una radio, che merita di essere inserito di diritto nei manuali di zoologia politica e conservato negli archivi della più alta commedia dell’arte patria. Il protagonista è il deputato lametino Domenico Furgiuele, fino a ieri fedelissimo viceré di Matteo Salvini in Calabria e oggi fulgido esempio di quella specialità olimpica tutta italiana: il salto della quaglia con avvitamento incorporato.
L’inquadratura del filmato è stretta, il microfono ben posizionato e il tono è quello delle grandi occasioni: lo sguardo serio da statista consumato, un po’ teso e molto impostato, tipico di chi sta per pronunciare la cazzata del secolo con la stessa flemma con cui Albert Einstein spiegava la teoria della relatività. Il conduttore gli rivolge una domanda quasi ingenua, chiedendogli se si senta una persona “riconoscente” verso chi lo ha aiutato. A quel punto, il nostro eroe gonfia il petto e si lancia in un elogio della coerenza che, rivisto oggi, fa letteralmente sobbalzare sulla sedia.
Con la fierezza del soldato che non tradirebbe mai la linea, Furgiuele spiega che, nonostante gli scossoni del partito e i mal di pancia interni causati da chi sbatteva la porta per fondare altre sigle, lui è rimasto lì. Cita persino il “Capitano” Matteo Salvini, assicurando solennemente che il leader non ha mai dubitato di lui. E poi, il capolavoro della retorica teatrale: «Ti viene in mente tutto il percorso che hai fatto… devi riconoscere chi ti ha dato quell’opportunità quando altri non credevano a nulla».
Applausi. Asciugatevi le lacrime, gente. Sipario.
Anzi no, cambio casacca. Perché è bastato far passare qualche settimana, far asciugare l’umidità nell’aria e annusare il nuovo vento elettorale per scoprire che la “riconoscenza”, il “percorso” e la “fedeltà alla parola data” sono concetti estremamente flessibili, che finiscono direttamente nel tritatutto della convenienza personale. Il tempo di vedere il generale Roberto Vannacci lanciare ufficialmente il suo nuovo partito, “Futuro Nazionale”, ed ecco che Domenico Furgiuele – insieme ad altri colleghi di ventura – ha riscoperto l’improvviso e irresistibile fascino della trincea. Ovviamente una trincea parlamentare, con lo stipendio ben protetto.
Furgiuele lascia la Lega e segue Vannacci: «Ritorno a Camelot, non riconosco più il Carroccio»Ma il vero capolavoro non è tanto il tradimento in sé – a cui la politica italiana ci ha ampiamente anestetizzati – quanto la sfacciataggine del comunicato con cui il deputato ha tentato di nobilitare la sua capriola. Non potendo ammettere di aver semplicemente seguito il carro del vincitore (o presunto tale) del momento, Furgiuele l’ha buttata sulla mitologia fantasy. Ha scritto che per lui questo è il «momento del ritorno a Camelot», evocando Re Artù, i cavalieri della Tavola Rotonda, l’onore e la ricerca di «qualcosa di più alto del semplice interesse personale». Ha persino tuonato contro il «moderatismo senza anima» e il «centrodestra sbiadito e fluido», come se lui negli ultimi dodici anni avesse militato nei vietcong e non in un partito di governo saldamente seduto sulle poltrone ministeriali.
Il “metodo Furgiuele”, in fondo, fotografa alla perfezione le contraddizioni profonde di una certa classe dirigente. Personaggi che per anni mangiano nel piatto del partito, bevono a sbafo la visibilità concessa dalle emittenti nazionali grazie al simbolo che portano sul petto, evitano accuratamente di pagare il conto quando le cose iniziano ad andare male e, alla fine, se ne vanno senza manco salutare o dire grazie. Anzi, se ne vanno insultando la casa che li ha ospitati e definendola “priva di anima”. Quando portava la Lega in Calabria, in tempi in cui il simbolo di Alberto da Giussano non era esattamente popolarissimo a quelle latitudini, Furgiuele diceva di farlo per “ideale”. Oggi scopriamo che l’ideale si è spostato un po’ più a destra, sulle tesi della “remigrazione” care a CasaPound e care al nuovo messia in divisa.
Ciò che lascia sbigottiti è la totale assenza di pudore: la capacità di recitare la parte del “puro, duro e fedele” a favore di telecamere, sapendo già, con ogni probabilità, quale sarebbe stato il prossimo simbolo da appiccicarsi sulla giacca. Resta solo un’ultima, grandissima curiosità: quando tra qualche mese le cose cambieranno di nuovo e il vento di “Futuro Nazionale” si sarà sgonfiato, quale sarà la prossima supercazzola sulla coerenza che ci toccherà ascoltare? Re Artù e Camelot sono già stati usati. Per il prossimo salto della quaglia toccherà scomodare direttamente l’Odissea o i Cavalieri dello Zodiaco. Nel dubbio, noi teniamo gli archivi ben aperti.