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31/08/2026 ore 07.26
Politica

Dario Franceschini, la grave malattia di un uomo politico sempre con lo sguardo verso il futuro

Il politico racconta per la prima volta la convivenza con il Parkinson, diagnosticato nel 2020, aprendo il capitolo più personale della sua vita pubblica. Un percorso che ripercorre la storia di uno dei protagonisti del centrosinistra italiano: dai “ragazzi di Zac” alla fondazione del Pd, fino ai lunghi anni al Ministero della Cultura

di Redazione Politica
Dario Franceschini

Dal Parkinson raccontato pubblicamente alla lunga storia di un protagonista della politica italiana. Dai “ragazzi di Zac” al Partito Popolare, dalla segreteria del Pd al Ministero della Cultura. Un uomo politico, uno scrittore, un intellettuale con lo sguardo sempre rivolto al futuro

Ci sono momenti in cui la politica lascia spazio all’uomo.

E allora anche le carriere più importanti, le battaglie, gli incarichi e le vittorie acquistano un significato diverso.

Dario Franceschini ha deciso di raccontare pubblicamente la sua malattia. Convive con il Parkinson dal 2020. Una diagnosi che, ha raccontato, è stata uno choc profondo. Ma che non gli ha impedito di continuare a vivere, a lavorare, a fare politica, a scrivere.

È una storia personale che diventa inevitabilmente anche una storia pubblica. Perché Franceschini non è un uomo qualunque della politica italiana. È da alcuni decenni, uno dei suoi protagonisti più importanti e, certamente, una delle sue intelligenze più fini.

La malattia oggi entra nella sua biografia. Ma non la definisce.

Per capire chi sia Dario Franceschini e quanto abbia influenzato la politica italiana, bisogna tornare molto indietro. Alla sua formazione nella Democrazia cristiana, alla stagione dei “ragazzi di Zac”, quella generazione che guardava a Benigno Zaccagnini e a una Dc diversa, più aperta, più popolare, più attenta alla società.

Poi arrivò il Partito Popolare Italiano. Franceschini scelse con chiarezza il campo del cattolicesimo democratico progressista e si avvicinò a personalità come Gerardo Bianco e Franco Marini. Una cultura politica destinata a lasciare una traccia profonda nella sua formazione.

Da lì il percorso dal PPI, alla Margherita, all’Ulivo e infine alla nascita del Partito Democratico.

Franceschini è tra i fondatori del Pd. E quando il nuovo partito attraversa una delle sue prime, drammatiche crisi, è proprio lui a essere chiamato a guidarlo.

È il febbraio del 2009. Walter Veltroni si dimette dopo la sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali in Sardegna. L’Assemblea nazionale elegge Franceschini segretario del Partito Democratico, con il compito di traghettare il partito verso le elezioni europee e il congresso dell’autunno.

È una segreteria breve, ma tutt’altro che irrilevante.

Franceschini prova a imprimere al Pd una nuova direzione, con una opposizione più netta al governo Berlusconi e una maggiore apertura a nuove personalità e amministratori. Poi, alle primarie dell’ottobre 2009, sarà Pier Luigi Bersani a prevalere. Franceschini ottiene comunque oltre un milione di voti, il 34,3 per cento.

Ma la sua influenza nel Partito Democratico non finisce con quella sconfitta.

Franceschini diventa negli anni uno dei grandi costruttori di equilibri del centrosinistra. Uno di quei dirigenti che spesso riescono a leggere prima degli altri i cambiamenti, a capire dove sta andando il partito, quali leadership possono emergere, quali alleanze diventare possibili.

Ha ispirato, favorito o accompagnato alcune delle scelte che hanno segnato la storia del Pd.

Perché questa è una delle caratteristiche di Franceschini: la capacità di guardare oltre il presente.

Non sempre ha avuto ragione. Nessun uomo politico può averla. Ma raramente gli è mancata la capacità di interrogarsi sul futuro.

E poi c’è la cultura.

Forse è proprio qui che Franceschini ha lasciato la sua impronta più personale.

È stato ministro della Cultura nei governi Renzi, Gentiloni, Conte II e Draghi, per oltre sette anni complessivi, diventando il ministro che più a lungo ha guidato quel dicastero. E anche il migliore ministro della Cultura del paese.

Una lunga stagione durante la quale ha cercato di trasformare la cultura da capitolo spesso marginale dell’agenda politica in una delle grandi infrastrutture del Paese.

Musei, patrimonio storico e artistico, cinema, teatri, biblioteche, siti archeologici, grandi istituzioni culturali.

La sua idea era semplice e insieme ambiziosa: la cultura non è un lusso, è una risorsa strategica dell’Italia.

E proprio a questa idea Franceschini ha dedicato nel 2022 un libro dal titolo provocatorio: Con la cultura non si mangia?

Non è soltanto un libro. È, come lo definisce il suo stesso editore, un manifesto di idee e un diario di viaggio dentro gli anni trascorsi al ministero.

Ma Franceschini non è soltanto l’uomo politico che scrive di politica e cultura.

È uno scrittore fine e apprezzato, anche all’estero.

Ha pubblicato romanzi, racconti e saggi. Tra i suoi libri ci sono Nelle vene quell’acqua d’argento, La follia improvvisa di Ignazio Rando, Daccapo, Mestieri immateriali di Sebastiano Delgado, Disadorna e altre storie, fino a Con la cultura non si mangia? e Aqua e tera.

Questa doppia natura — politico e intellettuale — spiega molto del suo percorso.

Franceschini ha sempre avuto una dimensione diversa dal politico di professione. È uomo di partito, certo. Conosce gli apparati, le correnti, i rapporti di forza. Ma è anche un uomo attento, che riflette e costruisce idee.

È forse questa la ragione per cui, nel corso degli anni, è stato ascoltato anche da chi non apparteneva alla sua stessa area politica.

Ora arriva il capitolo più difficile.

Il Parkinson.

Una malattia che costringe a misurarsi con il tempo, con il corpo, con i propri limiti. E che per un uomo abituato alla velocità della politica, alle riunioni, ai viaggi, ai palazzi istituzionali, alle campagne elettorali, può rappresentare una sfida ancora più dura.

Franceschini ha scelto però di non nascondersi.

Ha scelto di raccontare la diagnosi, la paura, la fatica. Ma anche la necessità di continuare.

Ed è forse qui che il suo racconto assume un valore che va oltre la politica.

Perché siamo abituati a vedere gli uomini politici soltanto quando sono forti. Quando decidono. Quando vincono. Quando parlano davanti alle telecamere.

Molto meno spesso li vediamo quando hanno paura.

Franceschini oggi mostra anche quella parte di sé.

E c’è qualcosa di profondamente coerente in questa scelta.

L’uomo che per tutta la vita ha cercato di guardare avanti, oggi deve continuare a farlo in una condizione diversa.

Con un corpo che impone nuovi ritmi.

Ma con quella testa che continua a interrogarsi sul futuro.

Dario Franceschini resta questo: un uomo politico di lungo corso, un protagonista della storia del centrosinistra, un ministro che ha lasciato un segno nella cultura italiana, uno scrittore e un intellettuale raffinato.

Uno degli uomini che hanno contribuito a costruire il Partito Democratico e che, nel bene e nel male, ne hanno accompagnato le trasformazioni.

Oggi la sua battaglia è diversa.

Non riguarda una segreteria, un congresso, un governo o una legge.

Riguarda la vita.

E forse, proprio per questo, è la battaglia più importante.

La malattia può cambiare il passo.

Può costringere a rallentare.

Può imporre nuove regole.

Ma non necessariamente può fermare uno sguardo.

E quello di Dario Franceschini, da sempre, è stato uno sguardo rivolto in avanti.