Dopo il trionfo di AfD, la destra al bivio in Europa e in Italia: estremizzarsi o spaccarsi in due
Il risultato in Sassonia-Anhalt riapre il dilemma dei conservatori. In Italia Salvini applaude, Tajani avverte, Vannacci intravede spazio e Meloni resta nel mezzo
Il successo dell’ultradestra in Sassonia-Anhalt apre una questione che supera i confini tedeschi: i conservatori possono rincorrere i radicali, rischiando che gli elettori preferiscano l’originale alla copia, oppure prendere definitivamente le distanze e accettare la nascita di due destre. In Italia la divisione è già evidente: Salvini esulta, Tajani lancia l’allarme, Meloni resta prudente e Vannacci guarda allo spazio che potrebbe aprirsi.
Il terremoto è partito dalla Sassonia-Anhalt, in Germania, ma la scossa è destinata ad arrivare molto più lontano. Alternative für Deutschland ha conquistato il 44,3% nel voto di lista alle elezioni regionali, mentre la CDU del cancelliere Friedrich Merz si è fermata al 24%, un risultato che non consente certamente di trasformare un Land dell’ex Germania orientale nella fotografia politica dell’intera Germania, e ancora meno dell’Europa, ma che pone una domanda alla quale la destra continentale difficilmente potrà sottrarsi: che cosa accadrà se le formazioni radicali continueranno a crescere e i partiti conservatori tradizionali cominceranno a perdere una parte consistente del proprio elettorato?
Le possibilità, almeno sulla carta, sono due. La prima è quella che la politica conosce da sempre: inseguire gli elettori che se ne sono andati, irrigidendo le posizioni sull’immigrazione, sulla sicurezza, sulla sovranità nazionale, sul Green Deal e sul rapporto con Bruxelles, nella speranza che una destra tradizionale diventata più dura riesca a recuperare terreno nei confronti delle formazioni radicali. La seconda consiste invece nel segnare un confine e accettare che sotto la definizione generica di “destra” convivano ormai culture politiche sempre più difficili da tenere insieme, fino alla possibile formazione di due grandi tronconi: una destra conservatrice che vuole governare l’Europa e modificarla dall’interno e una destra radicale e nazionalista che vuole cambiarne molto più profondamente identità ed equilibri.
Entrambe le strade presentano però un problema: il rischio di inseguire l’originale.
La tentazione di rincorrere chi sta più a destra è comprensibile, perché quando un partito perde elettori prova quasi inevitabilmente a recuperarli sul terreno sul quale li ha persi, ma proprio qui potrebbe nascondersi la trappola più insidiosa: appropriarsi delle parole d’ordine dei propri concorrenti non significa necessariamente riportare indietro chi li ha già scelti e può, al contrario, contribuire a legittimarne l’agenda politica, facendo diventare centrali proprio i temi sui quali le formazioni radicali hanno costruito per anni la propria identità.
È la vecchia questione dell’originale e della copia. Se un elettore considera davvero prioritari immigrazione, sicurezza, sovranità e opposizione alle politiche di Bruxelles e trova davanti a sé una forza che sostiene quelle posizioni da anni e un’altra che ha cominciato ad assumerle per recuperare consenso, non è affatto scontato che torni verso la seconda: potrebbe semplicemente concludere che, dovendo scegliere, tanto vale votare l’originale.
Il risultato della Sassonia-Anhalt non dimostra naturalmente che questo meccanismo funzioni sempre in questo modo, perché sarebbe semplicistico attribuire a una sola causa un voto determinato da condizioni economiche, sociali e territoriali particolari, ma dimostra almeno che l’avanzata di AfD non è stata fermata dalla destra tradizionale e che, quando una forza radicale supera quattro elettori su dieci, il problema non riguarda più soltanto chi deve contrastarla, ma soprattutto chi occupa lo spazio politico confinante e deve decidere se avvicinarsi oppure prendere definitivamente le distanze.
Se invece la destra si spacca
L’altra possibilità è che la crescita delle forze radicali renda sempre più difficile considerare la destra europea come un unico grande campo politico, perché le differenze non riguardano soltanto l’immigrazione o le politiche ambientali, ma investono questioni più profonde, dall’idea stessa di integrazione europea alla politica estera, dal rapporto con la Russia al sostegno all’Ucraina, fino al ruolo che Bruxelles dovrebbe avere rispetto agli Stati nazionali.
Da una parte potrebbe così consolidarsi una destra conservatrice e di governo, critica verso alcune politiche dell’Unione ma interessata a guidarla e modificarla dall’interno; dall’altra una destra nazionalista e radicale, molto più ostile all’attuale costruzione europea e convinta che il baricentro del potere debba tornare decisamente verso gli Stati. Il paradosso è che il successo di AfD, anziché favorire automaticamente la nascita di una grande destra europea unita, potrebbe accelerarne le divisioni, perché più aumenta il peso elettorale delle componenti radicali e più diventa difficile per quelle moderate evitare una scelta sulla propria collocazione.
In Italia la frattura è già visibile
Per capire quanto questo dilemma possa diventare concreto non occorre però attraversare l’Europa, perché basta osservare quello che è accaduto in Italia nelle ore successive al voto tedesco. Matteo Salvini ha accolto il risultato con entusiasmo, parlando di un «successo clamoroso» e sostenendo che «un’altra Europa è possibile», mentre Antonio Tajani ha reagito in maniera opposta, definendo l’affermazione di AfD una «pessima notizia» e collocando il partito tedesco fuori dal perimetro dei valori liberali e occidentali. Roberto Vannacci, da parte sua, ha sintetizzato la propria lettura con poche parole: «L’Europa cambia».
Tre reazioni che raccontano meglio di molte analisi il problema davanti al quale potrebbe trovarsi il centrodestra italiano, perché Salvini vede nell’avanzata delle destre radicali europee un’opportunità politica, Tajani la considera un pericolo e Vannacci osserva quel fenomeno come la conferma dell’esistenza di uno spazio elettorale ancora più a destra rispetto all’attuale maggioranza.
In mezzo c’è Giorgia Meloni, che sul risultato tedesco ha mantenuto finora una posizione prudente e che probabilmente si trova davanti al dilemma più difficile, perché negli anni trascorsi a Palazzo Chigi ha costruito una legittimazione internazionale molto più ampia rispetto a quella con cui era arrivata al governo, diventando interlocutrice stabile delle istituzioni europee e dei principali partner occidentali, ma proprio questa trasformazione può aprire una contraddizione: più la destra cresce in Europa, più Meloni può acquistare peso negli equilibri continentali; se però a crescere è soprattutto la sua componente più radicale, la stessa Meloni rischia di apparire troppo moderata a una parte dell’elettorato che l’aveva sostenuta proprio perché rappresentava una rottura con il vecchio centrodestra.
Ed è in quello spazio che si inserisce Vannacci, il quale può leggere il risultato tedesco come la conferma della propria scommessa politica, mentre Salvini, sottoposto a sua volta alla concorrenza sulla destra, ha tutto l’interesse a recuperare il linguaggio che per anni ha caratterizzato la Lega. Meloni deve quindi presidiare contemporaneamente due fronti: continuare il percorso che ne ha rafforzato il ruolo europeo senza lasciare scoperto un pezzo del proprio elettorato e, nello stesso tempo, evitare che un eventuale spostamento della coalizione verso posizioni più radicali renda sempre più difficile la convivenza con la componente liberale ed europeista rappresentata da Forza Italia.
La domanda non è quanto crescerà la destra, ma quale destra
Esiste naturalmente anche una possibilità intermedia, quella di una destra europea che non si divide formalmente ma costruisce convergenze diverse a seconda dei temi, collaborando con il centro quando serve stabilità e cercando maggioranze più spostate a destra sull’immigrazione, sulla sicurezza, sull’ambiente o sul rapporto tra Bruxelles e gli Stati, ma anche questa soluzione diventerebbe più difficile se il peso elettorale delle formazioni radicali continuasse ad aumentare.
È per questo che il risultato della Sassonia-Anhalt non deve essere trasformato in una profezia, ma neppure liquidato come un episodio locale, perché il voto di un singolo Land non ci dice quale sarà il futuro politico della Germania e certamente non può dirci quale sarà quello dell’Europa, ma pone con una forza difficilmente ignorabile una questione che riguarda ormai quasi tutte le destre del continente.
La domanda, a quel punto, non sarà più semplicemente quanto crescerà la destra, ma quale destra crescerà e quale rapporto riusciranno a costruire forze che condividono una parte dell’elettorato e alcuni temi fondamentali, ma continuano ad avere idee profondamente diverse sull’Europa, sulla politica estera e perfino sul significato stesso di governare.
L’Italia è già dentro questa contraddizione, con Salvini che applaude al risultato tedesco, Tajani che lo considera una pessima notizia, Vannacci che vede confermata la propria scommessa politica e Meloni costretta a presidiare contemporaneamente il governo del Paese, la propria credibilità europea e un confine alla sua destra che fino a qualche tempo fa sembrava molto più sicuro.
Il terremoto è avvenuto in Germania, ma la scossa riguarda l’Europa e arriva direttamente in Italia, dove prima o poi la destra potrebbe essere costretta a scegliere se inseguire chi corre verso posizioni più radicali, con il rischio che gli elettori preferiscano comunque l’originale alla copia, oppure accettare una frattura destinata a trasformare quello che oggi chiamiamo genericamente centrodestra in due destre diverse, concorrenti e forse, alla lunga, difficili da tenere insieme.