Elezioni anticipate, Salvini e Tajani contro Meloni: la paura del voto allunga l’agonia di Lega e Forza Italia
I due vicepremier vogliono arrivare all’autunno del 2027, mentre la presidente del Consiglio valuta l’election day in primavera. Dietro la difesa della legislatura, il timore di affrontare le urne con i partiti indeboliti e di perdere parlamentari, ministeri e potere nel centrodestra.
Per una volta Matteo Salvini e Antonio Tajani sono perfettamente d’accordo: le elezioni politiche non devono essere anticipate. La legislatura, sostengono entrambi, deve arrivare alla sua scadenza naturale, nell’autunno del 2027. Giorgia Meloni, invece, sembra avere molta più fretta e continua a valutare la possibilità di accorpare le Politiche alle Amministrative della prossima primavera.
Ufficialmente è una divergenza sul calendario. Politicamente somiglia molto di più a una lotta per la sopravvivenza.
Salvini spiega di avere «tante cose da fare» e «tanti cantieri da portare avanti». Vuole separare le Comunali della primavera dalle Politiche e votare soltanto in autunno, «fino all’ultimo giorno per cui gli italiani ci hanno eletto». Tajani si schiera sulla stessa linea: il governo deve completare la legislatura. Una posizione comune confermata dal retroscena pubblicato da Repubblica e dalle dichiarazioni rilasciate dal leader della Lega a LaPresse.
Dietro la difesa della stabilità, però, si intravede una ragione assai più concreta: né la Lega né Forza Italia sembrano avere convenienza ad affrontare rapidamente gli elettori.
Entrambi i partiti devono fare i conti con una perdita di centralità. Salvini non è più il dominatore del centrodestra che nel 2019 portò la Lega oltre il 34 per cento alle Europee. Tajani guida una Forza Italia che, dopo la morte di Silvio Berlusconi, continua a interrogarsi sul proprio futuro, sulla leadership e sulla capacità di conservare il patrimonio politico del fondatore. A rendere il quadro ancora più incerto è l’avanzata di Roberto Vannacci, che può sottrarre consensi proprio nell’area occupata dai due alleati minori della premier.
Votare prima significherebbe sottoporre immediatamente Lega e Forza Italia a un esame dal quale potrebbero uscire con meno parlamentari, meno ministeri e soprattutto meno potere nei confronti di Giorgia Meloni. Ogni mese in più trascorso al governo, invece, consente a Salvini e Tajani di conservare le posizioni conquistate nel 2022 e di tentare una difficile risalita.
La presidente del Consiglio ragiona al contrario. Il tempo potrebbe diventare un avversario: l’economia rallenta, la maggioranza mostra crepe e il fenomeno Vannacci rischia di consolidarsi. Per questo Meloni considera più conveniente andare alle urne in primavera, eventualmente attraverso un election day con le Amministrative. Il Corriere della Sera ha riferito delle ipotesi del 18 aprile e del 23 o 30 maggio, spiegando che gli alleati sarebbero invece più propensi ad aspettare ottobre.
La differenza è tutta qui. Meloni vorrebbe scegliere il momento nel quale ritiene di poter vincere ancora. Salvini e Tajani vogliono rinviare il più possibile il giorno in cui dovranno pesarsi davvero.
Il governo più longevo della Repubblica rischia così di entrare nella fase più logorante: quella in cui non si governa pensando alle decisioni da prendere, ma alla data più conveniente per tornare alle urne. Meloni ha fretta perché teme che il tempo consumi il consenso. I suoi vicepremier chiedono tempo perché temono che il voto riduca il loro potere.
Altro che difesa della legislatura. Il sospetto è che Salvini e Tajani vogliano semplicemente allungare l’agonia, sperando che qualche mese in più possa evitare una resa dei conti che oggi appare molto pericolosa.