Fermi sospetti e scudi penali: il nuovo decreto sicurezza tra emergenza e diritti calpestati
La bozza iniziale prevedeva fermi preventivi senza indizi concreti e privilegi per le forze dell’ordine; l’intervento di Mattarella ha imposto correzioni necessarie, ma il compromesso resta fragile e il rischio per le libertà civili concreto
Tra le norme più contestate figurava la possibilità di trattenere fino a dodici ore una persona per un semplice «atteggiamento sospetto», in assenza di indizi concreti e senza immediata supervisione giudiziaria. Secondo numerosi costituzionalisti, una simile disposizione avrebbe violato in modo evidente l’articolo 13 della Costituzione, che tutela la libertà personale, aprendo la strada a fermi preventivi arbitrari.
Accanto a questo, la bozza prevedeva uno scudo penale riservato agli agenti, esonerandoli automaticamente dall’iscrizione nel registro degli indagati in caso di uso delle armi. Un privilegio esclusivo che metteva in discussione il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. A ciò si aggiungeva una norma che subordinava la partecipazione alle manifestazioni pubbliche al pagamento di una cauzione, trasformando di fatto il diritto di protesta in un privilegio economico.
L’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato determinante. Il Quirinale ha imposto uno stop alle parti più problematiche del decreto, richiamando l’incompatibilità con i principi costituzionali e la necessità di evitare che le misure di sicurezza si trasformino in strumenti di controllo indiscriminato.
Le modifiche successive hanno stabilito che i fermi preventivi siano possibili solo in presenza di elementi concreti di rischio, da comunicare immediatamente al pubblico ministero. Lo scudo penale è stato corretto per evitare corsie preferenziali e le norme sulle manifestazioni pubbliche sono state eliminate.
Nonostante le correzioni, il decreto sicurezza resta un compromesso fragile. La versione finale limita gli eccessi più evidenti ma conferma una tendenza al rafforzamento degli strumenti di controllo preventivo. Secondo diversi esperti, permangono margini di discrezionalità che potrebbero favorire interpretazioni ampie e un uso aggressivo del potere da parte delle forze dell’ordine.
Il dibattito politico si concentra ora su una domanda cruciale:
quanto spazio può occupare lo Stato nella vita dei cittadini prima che la libertà individuale diventi sacrificabile in nome della sicurezza? L’esperienza recente dimostra come la pressione derivante da crisi e tensioni sociali possa facilmente tradursi in norme di eccezione.
Storicamente, l’Italia ha conosciuto una successione di decreti sicurezza, da quelli di Maroni e Minniti fino ai due decreti Salvini del 2018 e 2019. In molti casi, le misure più severe hanno sollevato polemiche per la compressione dei diritti civili e sono state mitigate solo dopo interventi della Corte Costituzionale o di governi successivi.
Il decreto attuale si inserisce in questa tradizione, confermando che la sicurezza, se non bilanciata dai diritti fondamentali, rischia di trasformarsi in uno strumento di controllo sociale.
La pressione pubblica, le critiche degli esperti e il ruolo del Quirinale hanno impedito l’approvazione delle misure più aggressive, ma il compromesso resta delicato. In un contesto politico e sociale teso, ogni futuro intervento in materia di sicurezza dovrà essere analizzato con estrema attenzione, perché la linea tra protezione e abuso è più sottile di quanto spesso si ammetta.
Il decreto sicurezza, anche nella sua forma corretta, resta dunque un monito: la libertà dei cittadini è l’unico vero presidio contro gli eccessi del potere. Senza vigilanza costante, la promessa di sicurezza può trasformarsi in un pretesto per limitare la vita quotidiana e erodere gradualmente le garanzie costituzionali.