Fine vita, il Parlamento perde tempo e le Regioni decidono: Zangrillo sfida FdI e Salvini, la Chiesa dice No
Dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, anche il Veneto disciplina il suicidio medicalmente assistito. Il ministro di Forza Italia sollecita una legge nazionale e apre al coinvolgimento della sanità pubblica. Il mondo cattolico teme una deriva, mentre l’Italia rischia diritti differenti da territorio a territorio
Il Parlamento discute, rinvia e perde tempo. Le Regioni, intanto, decidono. Sul fine vita l’Italia si sta trasformando in una carta geografica di procedure e possibilità differenti, nella quale la risposta delle istituzioni può dipendere dal luogo in cui una persona vive e affronta la propria sofferenza.
Dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, anche il Veneto ha approvato una legge sul suicidio medicalmente assistito. È la quarta Regione a intervenire e la prima governata dal centrodestra. Un passaggio che non colma il vuoto nazionale, ma lo rende ancora più evidente.
A rompere il silenzio nella maggioranza è Paolo Zangrillo. Il ministro della Pubblica amministrazione, senatore di Forza Italia, chiede allo Stato di assumersi finalmente la responsabilità di legiferare.
«È il momento che intervenga lo Stato», afferma in un’intervista a Repubblica. Zangrillo guarda alle iniziative regionali con soddisfazione e rammarico: soddisfazione perché il tema comincia a essere affrontato anche nel centrodestra senza rigidi steccati ideologici; rammarico perché l’avanzata delle Regioni certifica il ritardo del Parlamento.
Il Veneto rompe gli schieramenti
Il 2 settembre il Consiglio regionale veneto ha approvato il progetto di legge sulle procedure e sui tempi dell’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni.
Il testo non introduce l’eutanasia e non crea autonomamente un nuovo diritto. Organizza il percorso sanitario entro le condizioni indicate dalla Corte costituzionale: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche considerate intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di assumere una decisione libera e consapevole.
La legge prevede inoltre la priorità delle cure palliative, il coinvolgimento del medico palliativista, un Comitato bioetico regionale e la volontarietà del personale sanitario.
Il provvedimento è stato approvato da una maggioranza trasversale. Ha raccolto i voti del centrosinistra, del Movimento 5 Stelle, dell’area riformista e di una parte del centrodestra. Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale si sono opposti, mentre Lega e Forza Italia hanno mostrato sensibilità differenti.
Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale, ha parlato di una «legge di civiltà» e di una risposta concreta a pazienti, famiglie e medici.
Zangrillo contro FdI e Salvini
La posizione del ministro apre una frattura nella maggioranza. Adolfo Urso, esponente di Fratelli d’Italia, ha ricordato che il fine vita non rientra nel programma di governo. Matteo Salvini ha invece dichiarato di preferire occuparsi della vita.
Zangrillo riconosce che la materia non compare nel programma, ma rovescia il ragionamento: un governo deve saper ascoltare anche le istanze che emergono dalla società durante la legislatura.
Il messaggio agli alleati è netto: non si può fingere che il problema non esista. Il fine vita è una questione reale, già entrata nelle corsie degli ospedali, nei tribunali e nelle assemblee regionali.
Forza Italia prova così a caratterizzarsi come l’anima liberale del centrodestra. È la linea sostenuta anche da Enrico Costa e Stefania Craxi, favorevoli a una disciplina nazionale capace di proteggere i malati, tutelare i medici ed evitare un’applicazione diseguale delle sentenze costituzionali.
Il nodo della sanità pubblica
Il punto più controverso riguarda il ruolo del Servizio sanitario nazionale. Una parte del centrodestra vorrebbe escludere personale, strutture, farmaci e strumenti pubblici dalla fase conclusiva del percorso. Zangrillo ritiene invece che il sistema sanitario non possa essere lasciato fuori.
Secondo il ministro, il Ssn deve essere a disposizione dei cittadini anche su questo terreno, attraverso condizioni rigorose e condivise. Se l’ordinamento ammette il suicidio medicalmente assistito in determinati casi, chi deve verificare i requisiti, predisporre il farmaco e garantire che la decisione del paziente sia davvero libera e consapevole?
Resta anche il problema dell’obiezione di coscienza. Occorre tutelare contemporaneamente il paziente, la sicurezza della procedura e la libertà del personale sanitario di non parteciparvi.
Anche il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, Filippo Anelli, chiede una legge nazionale per evitare che persone nelle medesime condizioni ricevano risposte differenti a seconda della Regione.
La Consulta non può sostituirsi al Parlamento
Il vuoto legislativo non significa assenza di regole. Nel 2019, con la sentenza sul caso Cappato-Dj Fabo, la Corte costituzionale ha escluso la punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di precise condizioni e dopo la verifica del Servizio sanitario.
Le successive decisioni sulle leggi di Toscana e Sardegna hanno chiarito che le Regioni possono disciplinare gli aspetti organizzativi e sanitari, ma non sostituirsi allo Stato nella definizione dei principi civili e penali.
Le due leggi non sono state cancellate integralmente, ma alcune disposizioni sono state dichiarate illegittime perché oltrepassavano le competenze regionali. Il risultato è un sistema fragile, affidato alle sentenze, ai giudici e alle differenti capacità delle aziende sanitarie. La Consulta ha indicato una strada, ma non può scrivere la legge al posto della politica.
La Chiesa teme per i più fragili
La Chiesa resta contraria al suicidio medicalmente assistito. Dopo il voto veneto, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha espresso amarezza e preoccupazione per un modello culturale e sanitario che potrebbe produrre una deriva difficilmente controllabile.
Il timore riguarda soprattutto anziani, disabili, malati e persone sole. Se cure palliative, assistenza domiciliare e sostegno alle famiglie non sono garantiti, la libertà di scegliere la morte potrebbe trasformarsi in una pressione silenziosa su chi teme di essere diventato un peso.
Comunione e Liberazione contesta l’utilizzo del Servizio sanitario per anticipare la morte. Il Movimento per la Vita e Ditelo sui Tetti parlano di un cambiamento della missione stessa della sanità pubblica. Pro Vita & Famiglia chiede invece al governo di impugnare la legge veneta.
Il diritto a non soffrire e a non essere soli
Su un punto le posizioni sembrano avvicinarsi: prima di parlare della possibilità di morire, lo Stato deve garantire il diritto a non soffrire e a non essere abbandonati.
Zangrillo mette al primo posto le cure palliative e antidolore, sostenendo che la loro piena accessibilità potrebbe ridurre il ricorso alle decisioni estreme. Ma proprio qui emerge un’altra disuguaglianza: queste cure non sono disponibili ovunque allo stesso modo e molte famiglie affrontano da sole malattie irreversibili e perdita dell’autonomia.
Una scelta può essere considerata davvero libera se la persona non ha ricevuto cure adeguate, assistenza psicologica e sostegno concreto? È una delle domande alle quali una legge nazionale dovrebbe rispondere.
Per molti, infatti, la paura più profonda non è la morte, ma il morire: una lunga agonia, il dolore, la dipendenza totale dai trattamenti e la perdita di ogni autonomia.
Riconoscere una possibilità non significa imporla. Chi considera la vita indisponibile deve poter vivere fino alla fine secondo i propri valori, assistito e accompagnato. Resta però da stabilire se quella convinzione possa impedire a un’altra persona, lucida e sottoposta a sofferenze irreversibili, di decidere diversamente.
Zangrillo rivendica la propria identità cattolica e afferma di credere nel valore indisponibile della vita. Ma collega quel principio alla dignità umana e invita la politica a interrogarsi sulle situazioni estreme.
È qui che le posizioni si separano. Per la Chiesa, la dignità non diminuisce con la malattia e non può giustificare l’anticipazione della morte. Per i sostenitori della legge, il rispetto della dignità comprende anche una volontà libera, consapevole e confermata all’interno di un percorso rigoroso.
Il Parlamento continua a rinviare, mentre le Regioni procedono. Ma il luogo in cui una persona vive non può determinare tempi, diritti e garanzie con cui affronterà l’ultimo tratto della propria esistenza. La politica può rimandare ancora il voto; non può rimandare all’infinito la domanda sul confine tra tutela della vita e rispetto della dignità umana.